Le trasformazioni del PD
Ricordate la balena bianca. Era il nomignolo che Giampaolo Pansa aveva affibbiato alla DC per la sua capacità di uscire indenne da mille tentativi di annientarla come la mitica Moby Dick. Oltre a questo l’immagine rimandava però ad un corpaccione che teneva dentro di tutto e tutto re-impastava: destra, centro, sinistra, con molteplici sfumature per ciascuna.
Viene in mente questa rappresentazione di fronte a quanto sta accadendo nel PD, anch’esso un corpaccione in cui sta di tutto e di più e che, come il fu partito cattolico, cerca di tenerlo insieme con una strutturazione sempre più evidente in correnti. Difficile definire il PD come una balena con un colore: rossa la vorrebbero alcuni, altri preferirebbero un colore più mélange, fate voi. Cerchiamo piuttosto di vedere se il modello dc, che apertamente nessuno accetterebbe di sottoscrivere, possa reggere.
Si potrebbe partire dalla sottolineatura che nei partiti-balena è l’occupazione del potere a fare da collante. La Democrazia Cristiana storica il potere lo deteneva innanzitutto con il controllo, a lungo insostituibile, poi comunque centrale del governo nazionale (poi venivano comuni, regioni e quant’altro). Il PD nelle sue varie versioni un potere in dimensioni simili non lo ha mai avuto, se non in alcune enclave regionali o municipali ereditate dal vecchio PCI. A livello nazionale ha sempre dovuto muoversi all’interno di coalizioni i cui membri più che a sostenerlo pensavano più o meno ad affossarlo e alla fine ci riuscivano.
Questo però è solo un aspetto per così dire estrinseco di ciò che ha consentito alla DC di essere, come si usa dire, un “partito pigliatutto”, capace di far convivere orientamenti abbastanza diversi fra loro. Il collante era molto più complesso e articolato: si andava dall’obbligo per cattolici di riconoscersi in quel solo partito (progressivamente indebolitosi, ma comunque presente come radice), ad un retroterra culturale a lungo vivace, ma poi ancora presente seppure non più così egemone, il quale aveva elaborato e continuava ad aggiornare una visione sugli interessi comuni del Paese e sulla necessità che a garantirli ci fosse un partito che si riteneva più idoneo di tutti per quel compito.
È difficile vedere qualcosa di simile nell’attuale PD versione Schlein, sebbene nella versione Veltroni, che metteva a frutto delle riflessioni di Romano Prodi e della sua cerchia (non a caso di ascendenza in quella DC che abbiamo schizzato), si fosse provato a riproporre una qualche forma di “partito della nazione” (allora pudicamente definito “a vocazione maggioritaria”). Si può ritenere che sia stato il fallimento della prospettiva Veltroni, malamente riproposta in una versione da politica spettacolo sotto Matteo Renzi, a dare il via alla conquista del potere interno da parte di una generazione di scontenti convinti che la crisi storica dei sistemi occidentali offrisse loro l’opportunità di mettere in campo un nuovo e diverso tipo di egemonia che personalmente fatichiamo a definire culturale.
Sta di fatto che oggi si sta ponendo per quello che rimane il partito più forte fra quelli di opposizione all’attuale maggioranza di destra-centro il problema di scegliere fra l’accettazione di essere semplicemente una componente “pesante” di una coalizione di cui non ha né il controllo politico, né quello progettuale, o il rilancio dell’ambizione di tornare in qualche modo ad essere quel “partito della nazione” che oggi manca e che nonostante tutto FdI sotto la guida di Giorgia Meloni non riesce compiutamente ad essere.
Di qui lo scontrarsi di due prospettive. La prima, da vecchia politica politicante, è quella che vorrebbe fare del PD un partito coeso su una linea presunta di sinistra radicale, in competizione con le altre varianti di quelle interpretate da M5S e AVS, ma in grado di mantenere la primazia nella coalizione grazie ad una o a più ipotetiche “gambe di centro” grazie all’alleanza delle quali si potrebbe assumere il ruolo di governatori/mediatori della coalizione alternativa al destra-centro nel nuovo contesto bipolare.
La seconda è quella di tornare all’incarnazione del partito “maggioritario”, nella convinzione, che non ci sembra infondata, che stia tramontando la stagione dell’estremismo radicaleggiante, per cui agli slogan del “cambiamo tutto” vanno contrapposti i richiami al “riformismo realista”.
Il conflitto fra queste due visioni si esprime ora apertamente nella organizzazione in due grandi correnti, perché solo formalizzando questa contrapposizione la seconda opzione potrà provare a non farsi espellere dalla prima, secondo una vecchia, ma non doma tradizione degli scontri nell’area della sinistra. Vedremo se la linea che si ispira ad una sinistra radicale (più immaginaria che reale, a nostro modesto avviso) vorrà trovare modo di salvare il cosiddetto “partito plurale”, che finora non ha portato a grandi risultati, oppure se i riformisti riusciranno a ribaltare gli assetti interni di potere mettendo i radicali nella semplice posizione di ala estrema, ma non in grado di condizionare il loro progetto politico (ancora abbastanza vago, in verità, e questa è la loro grande debolezza).
Da come si concluderanno questi confronti, in tempi che senz’altro non saranno rapidi, ma che non possono evitare la scadenza delle prossime elezioni politiche nazionali, dipenderà molto dell’assetto futuro della nostra politica. Intanto, è facile prevederlo, le prime vere forche caudine, saranno gli appuntamenti col referendum sulla riforma costituzionale della giustizia: lì si vedrà molto di quanto l’Italia è o non è entrata in una nuova fase e di che tipo questa potrà essere.


