Ultimo Aggiornamento:
15 dicembre 2018
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Le tante "Italie" del 4 marzo (1)

Luca Tentoni - 17.11.2018
Cinque Italie

Un paio di settimane fa, il Corriere della Sera ha pubblicato un interessante sondaggio realizzato da Ipsos, secondo il quale i rapporti di forza fra i partiti - in particolare, ma non solo, fra quelli di maggioranza - sono molto cambiati rispetto al voto del 4 marzo scorso. In appena otto mesi, infatti, la Lega è passata dal 17,4% dei voti al 34,7% delle intenzioni di voto (+17,3%: il doppio), il M5S dal 32,7% al 28,7% (-5%), il centrosinistra dal 22,9% al 20,2%, Leu dal 3,4% al 2,1%, FI dal 14% all'8,7%, FdI dal 4,3% al 2,7%; l'astensionismo potenziale è del 6,2% superiore a quello effettivo delle politiche 2018. La volatilità, che abbiamo calcolato sui dati del sondaggio, oscilla intorno al 18%: poco più di un elettore su sei, insomma (uno su cinque se includiamo gli astenuti aggiuntivi) ha già cambiato idea rispetto al 4 marzo. Il dato più interessante, però, riguarda la diversa distribuzione del voto nelle cinque aree in cui Ipsos divide il Paese: la Lega guadagna al Nord oltre il 18%, ma se a pagarne le spese è, nel Nord-Ovest, soprattutto il resto del centrodestra (-9%) e il M5s (-5,7%), nel Triveneto sono i Cinquestelle ad essere più colpiti (-7,9%). Nelle regioni del Centronord il centrodestra cede "solo" il 4,8% e la Lega guadagna "appena" il 14,1%, ma il M5S perde il 6,6% e il centrosinistra il 3%. Al di sotto delle vecchie regioni rosse la situazione cambia: nel Centrosud il M5S è stabile (-0,1%) mentre è soprattutto il centrodestra (-10,1%) a cedere voti alla Lega (+17,7%). Nel Sud-Isole, infine, al 3,5% perso dai Cinquestelle si aggiunge il 9,4% "trasferito" dal centrodestra alla Lega (+18,2%). In altre parole, per il partito di Salvini non sembrano esistere barriere territoriali che ne impediscano l'espansione, mentre il M5S - soprattutto per la diversa reazione degli elettori di Nord e Sud al reddito di cittadinanza - si meridionalizza, smobilitando al Nord (dove perde molti voti anche sul 2013, verosimilmente quelli dei delusi della CDL che già cinque anni fa avevano scelto di spostarsi verso i Cinquestelle). Il mutamento elettorale, insomma, non è omogeneo (se non per la Lega) ma dipende dai territori e dalle esigenze delle diverse parti del Paese. Ci occuperemo di questo argomento in due tappe, la prima dedicata al volume di Cristiano Caltabiano e Alessandro Serini "Le cinque Italie al voto" (Rubbettino) e la seconda al libro di Renato Mannheimer e Giorgio Pacifici "Italie - Sociologia del plurale" (Jaca Book). Entrambi i saggi non seguono le tradizionali distinzioni territoriali adottate dall'Istat e parzialmente modificate da Ipsos, ma dividono il Paese stratificandolo in sottoinsiemi sociologici (Mannheimer-Pacifici) o socio-economici (Caltabiano-Serini). Le "Cinque Italie" sono, secondo i due studiosi dell'Iref (Istituto di ricerche educative e formative - Acli) aggregati abbastanza omogenei al loro interno per sviluppo economico, coesione sociale, welfare locale e partecipazione civica, ricavati dall'analisi di un paniere di indicatori statistici ufficiali. Il Nord ricco e benestante, da un lato, "mantiene saldamente le prime posizioni in termini di sviluppo economico e di welfare" e, dall'altro, "vi sono elementi dal punto di vista sociale di emarginazione o, quantomeno, di disagio, che interrogano sull'insufficienza dello sviluppo economico nel creare coesione sociale". Nel primo gruppo (i "Poli dinamici") figurano le province dell'Emilia-Romagna e le metropoli di Milano e Roma; nel secondo (le "Comunità prospere") ci sono province del centronord "connotate da un'economia dinamica e una società inclusiva, realtà mediamente più piccole delle metropoli, che riducono e sciolgono la contraddizione tra sviluppo economico e disagio sociale. Sono realtà dove si vive bene e anche dal punto di vista della dotazione del welfare e della coesione sociale sono un passo avanti agli altri". C'è poi un gruppo intermedio, il terzo, formato da ben 40 province (i "Territori industriosi"): "un'Italia che resiste alla crisi, perché comunque ha un buon livello di sviluppo economico, sebbene tradizionale, unito ad un discreto livello di welfare e di coesione sociale". In esso troviamo fondamentalmente il Centro Italia e alcune province del Nord non rientranti nei precedenti gruppi. Infine, gli ultimi due, "caratterizzati da performance negative in termini di dinamismo economico e di disuguaglianza: l'Italia del lento declino" (le "Province depresse") "che è rimasta impaludata nella crisi e che rischia di permanere in uno stato di depressione economica a cui potrebbe seguire un grave disagio sociale" (le province del gruppo sono 25, fra Centro, Sardegna e parte del Sud) e il "Sud fragile", cioè "l'Italia del profondo disagio, 23 province che annoverano fondamentalmente l'intero sud, tranne la Basilicata e la Sardegna, in cui il declino sociale è superiore alla media del resto del Paese. Ad una decrescita demografica, si associa il fenomeno delle migrazioni verso altre regioni d'Italia o verso l'estero, cui si aggiunge una fondamentale stagnazione economica e fenomeni come la microcriminalità diffusa. In queste province, un'insufficiente dotazione di welfare non riesce a fronteggiare la crisi sociale". Nella parte finale del volume, Caltabiano e Serini analizzano il voto del 2018 nelle "cinque Italie", notando in primo luogo come la competitività nei collegi elettorali sia più alta nei Poli dinamici e nelle Province depresse che altrove (nel Sud fragile è praticamente al minimo fisiologico). Nei Poli dinamici, accanto a collegi non competitivi e socialmente benestanti, troviamo "alcune asimmetrie tra benessere economico e marginalità; in questo gruppo trainante di città benestanti e propulsive troviamo condizioni di degrado urbano e di fragilità sociale, che probabilmente sono state convogliate in un voto di protesta, che ha tamponato l'astensionismo in uscita. Sembra emergere una nuova frattura, non soltanto fra un Nord ricco e un Sud povero, nè soltanto tra la campagna tradizionalista e il centro urbano progressista, ma tra centro esistenziale e periferia esistenziale, tra costruttori della nazione e outsider, gli emarginati". Dove prevale il disagio, si affermano M5S e Lega, "gli uni col vessillo del reddito di cittadinanza e delle politiche di inclusione; gli altri, col tema dell'immigrazione, quantomeno per contrastare il dumping lavorativo costituito dal lavoro immigrato di bassa qualifica, diffuso nelle periferie del Nord". I collegi competitivi sono dunque, nei Poli dinamici, "nei quartieri a rischio di disagio sociale" dove vince la Lega, "che in tal modo assurge al ruolo di partito di protesta pur avendo già una consolidata esperienza di partito di governo". Nell'Italia delle Comunità prospere, dove il welfare è inclusivo, la battaglia nei collegi è minore: "in termini elettorali, riescono ancora ad affermarsi in alcuni casi le coalizioni del bipolarismo classico, con la Lega che sta sostituendo il ruolo che fu di Forza Italia: un partito di massa antitetico alla sinistra". L'Italia delle Comunità prospere, insomma, è "un'Italia normale, dove la tradizione politica presenta elementi di maggiore resistenza al tempo, sebbene l'affermazione della Lega e la sfida all'ultimo seggio nelle province dove ha vinto il Pd prefigurino uno schema di bipolarismo classico in fibrillazione". Passando ai Territori industriosi, dove la competizione è limitata al 39% dei collegi, si nota che nelle zone dove la lotta è più serrata ci sono le zone industriali in crisi e quelle colpite dal terremoto del Centro Italia. Emergono tre fenomeni: "il calo dei partiti tradizionali (Pd e FI) rappresentanti del bipolarismo classico; la tenuta del M5S, che rimane al 25% contro il 26% del 2013; l'esplosione della Lega, che passa dal 6% del 2013 al 25% del 2018". In realtà come Genova, ad esempio, gli autori affermano che: "1) Il Pd è un contributore universale, cede flussi consistenti principalmente al M5s, ma anche a Leu, Lega e astensione; 2) il M5S è un traghettatore verso la Lega, prendendo voti al Pd e lasciandoli al Carroccio; 3) la Lega è ricevitore universale, sia da FI sia dal Pd, sia soprattutto dal M5S; 4) FI è un contributore parziale, paga il suo prezzo di scontento soprattutto verso la Lega e al Sud verso il M5S". In altre parole, "se il M5S fu la grande novità del 2013, la Lega come partito di protesta di massa è la grande novità del 2018, percepita come alternativa produttivista e già collaudata". Nelle Province depresse, invece, i collegi competitivi sono ben 18 su 28: quelli dinamici comprendono tutto il Lazio esclusa Roma, poi l'Abruzzo, Lecce e Olbia. Da un lato, la battaglia ha luogo dove c'è "un desiderio di cambiamento ed è l'alternativa all'astensionismo, materializzata con duelli all'ultimo voto"; dall'altro, nei collegi non competitivi, l'affermazione del M5S "sembra assumere la forma di una transizione già compiuta nel 2013, confermata nel 2018 con risultati netti del Movimento a danno del secondo partito in competizione". Infine, l'Italia del Sud fragile, dove i collegi competitivi sono rari, perché il M5s vince ovunque: "lo spostamento di voti è molto accentuato verso i Cinquestelle (dal 27% al 47%) mentre la Lega cresce solo del 6% in media. In sostanza, i contesti di crisi di tipo deindustrializzato o non industrializzato fanno convergere il loro voto di protesta verso il M5s anziché verso la Lega, le cui priorità evidentemente soddisfano maggiormente il ceto produttivo e la piccola impresa, piuttosto che le ampie fasce disoccupate della popolazione del Sud". Qui "l'alternativa al M5s è l'astensionismo. Il non voto è il partito di maggioranza, l'opzione exit della disillusione, soprattutto dei ceti medi di Pd e FI; l'unico vettore di avvicinamento alle istituzioni è il M5s, partito pigliatutto, probabilmente unica speranza di una parte d'Italia che rischia di superare il punto di non ritorno". In sintesi, nel nostro Paese "il ceto medio intellettuale delle grandi città si lega con la ricca borghesia provinciale, che guarda più a Forza Italia e al Pd, accomunati entrambi da condizioni di benessere e di inclusione sociale. La fragilità ha invece trovato nelle rappresentanze neopopuliste la sua voce politica; questa vulnerabilità caratterizza i quartieri più degradati di queste città, con un dinamismo elettorale ancora in una fase mista, a macchia di leopardo, di bipolarismo classico, tripolarismo e bipolarismo sostitutivo. È l'Italia delle forme giustapposte di rappresentanza" mentre al Sud prevalgono il M5S e l'astensione. Come afferma Roberto Rossini, presidente delle Acli, nelle conclusioni del volume di Caltabiano e Serini, "ora è politica la grande questione. Questione sociale, antropologica e oggi politica. Se non recuperiamo un grande orizzonte, un orizzonte di pensiero lungo e condiviso, chissà cosa potrà essere di questa Europa e, per certi aspetti, di questo mondo. Paolo VI scriveva, nella Populorum progressio, che il mondo soffre per mancanza di pensiero e per questo convocava gli uomini di buona volontà a convenire, per ricercare un umanesimo nuovo, per riformare lo stato delle nostre istituzioni e del nostro impegno. Lo scriveva nel 1967 ma sembra scritto per questi giorni difficili". (1-Continua)