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20 luglio 2019
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Le promesse della BCE ci salveranno dalla deflazione?

Gianpaolo Rossini * - 29.04.2014
Banca Centrale Europea

Dal 9 luglio 2008 al maggio 2009 la BCE riduce i tassi d’interesse dal 5.25% all’1.75%. Muovendosi all’unisono con la FED americana accompagna con coraggio i primi due anni della grande crisi deflagrata nel 2008.  Si aggiunge poi una espansione unanime della spesa pubblica in Europa. Sotto la guida della Germania il vecchio continente sembra messo al riparo dalle temperie d’oltreoceano. Nell’estate del 2010 il cambio dollaro euro tocca il livello di 1.20, una quotazione ragionevole con un euro appena un pò sopravvalutato sul dollaro. Passa poco più di un anno senza che però l’orizzonte si rassereni. Poi improvvisamente questo approccio positivo va in frantumi. Nella BCE e soprattutto in Germania riemergono i timori di inflazione. Ingiustificati, visto che i prezzi nell’area euro si mantengono sotto il 2%. L’Europa abbandona le azioni della Fed e del governo americano, fatte di spesa pubblica non avara, di tassi d’interesse vicini allo zero, di poderose iniezioni di liquidità ottenute stampando  moneta per acquistare ogni genere di attività finanziaria, vuoi di imprese, banche e istituzioni pubbliche a corto di liquidità. A fine 2010 e inizio 2011 la BCE e una parte dell’Europa tedesca e nord europea rivendica una sua diversità, o meglio superiorità, virtuosa nelle politiche monetarie e fiscali zelanti come prescrivono i libri di testo più ortodossi  (e vecchiotti) quando l’economia viaggia in condizioni di normalità. In aprile e luglio 2011 la BCE, a guida del maldestro Trichet, alza i tassi ben due volte portandoli da 1.75 al 2.25 e drenando liquidità. Trichet è un ex grand commis francese implicato in uno dei maggiori scandali finanziari d’oltralpe con qualche complesso nei confronti della Bundesbank tedesca. E’ stato salvato da una magistratura d’oltralpe scarsamente indipendente dal potere politico.  Le politiche di Trichet ispirate dalla Bundesbank e da una Merkel,  incapace di fare assumere al suo paese un ruolo di leader globale, spiazzano i paesi che, seguendo i precedenti precetti tedeschi e americani hanno espanso la spesa per contrastare il collasso dei mercati finanziari seguito al crack Lehamnn di fine 2008. La BCE non si cura delle crescenti difficoltà della Grecia e dei segnali drammatici che vengono dall’Irlanda. Li ritiene fenomeni locali. Neppure si preoccupa di un tasso di cambio che schizza a quote insostenibili (1.59 dollari per euro). Il dietro front è devastante  anche perché simultaneamente arrivano perentori ordini teutonici, serviti dal ligio ciambellano Barroso e dal falco Schauble, di rientrare dalla spesa pubblica. Ci sarebbe dietro l’angolo una bolla di inflazione dovuta alle politiche (appena un po’) espansionistiche della BCE e della FED. Purtroppo si tratta di vaneggiamenti che però generano una inversione di politiche con effetti drammatici. 5 paesi europei sono spinti nel baratro della crisi dei debiti sovrani dalla quale non siamo ancora usciti. La disoccupazione in alcuni paesi tocca oltre un quarto della forza lavoro con conseguente instabilità politica. Una ulteriore e più pesante serie di politiche europee di stampo tedesco stabiliscono modalità di intervento e di rientro accelerato dai deficit fiscali (ll fiscal compact) che aggravano la crisi europea prolungandone la durata fino ad oggi. Si tratta di politiche che marcano una forte distanza con gli Usa e anche con il FMI. Negli Usa le istituzioni pubbliche e private colpite dalla crisi vengono salvate da una politica monetaria espansiva pragmatica e coraggiosa con la moneta prodotta dalla FED. In Europa questa politica è bandita. Solo nel 2013 dopo 4 anni di crisi la BCE dichiara che potrebbe adottarla. Ma non lo fa mai. Il salvataggio di istituzioni finanziarie colpite è caricato sui bilanci pubblici e dunque sulle spalle dei contribuenti con dure manovre fiscali. Non solo, i paesi in difficoltà sono salvati, non dalla BCE, ma con l’esborso di fondi pubblici cui contribuiscono perfino paesi con situazione finanziaria problematica come l’Italia. Anche agli anemici si impone di donare sangue.  Il risultato di tutto questo? Una deflazione che ha portato i prezzi a muoversi attorno allo zero percento annuo. E la BCE ripete da oltre un anno che interverrà per impedire una deriva deflazionistica. Non è però chiaro cosa  intenda per deflazione visto che quella che stiamo vivendo, con prezzi che viaggiano attorno a +0.5% all’anno, non è ancora ritenuta tale. La BCE avrebbe potuto almeno acquistare titoli pubblici per ammontari pari a quelli emessi dai paesi deboli per partecipare al fondo salva stati (finora l’Italia ci ha messo quasi 60 miliardi). Ma non l’ha fatto. Ahimè  l’Europa sembra una vecchia signora decaduta che fa aspettare giù in strada il taxi salvo poi non avere i soldi per pagare per il ritardo. Ha il grave difetto di non riuscire mai ad essere tempestiva. A Bruxelles e Francoforte si accontentano della discesa degli spread tra i tassi d’interesse  tedeschi e quelli del Sud Europa. Non si accorgono che questo non basta a far fronte ad una deflazione che minaccia di finire fuori controllo con effetti gravi sull’intera Europa, e non solo quella stracciona. Ma si sa. L’UE ha accordato lo status di associato all’Ucraina solo quando si è visto il sangue nelle piazze.  E allora che potranno pretendere gli elettori a fine maggio da questa vecchia signora?   

 

* Ordinario di Economia internazionale all’Università di Bologna