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Le difficoltà interne di Cameron e le nuove tensioni con l'Europa

Giulia Guazzaloca - 28.10.2014
Ed Miliband

Cameron all’inizio di una lunga campagna elettorale     

 

È passato poco più di un mese dall’inaspettato successo ottenuto dal governo nel referendum per l’indipendenza della Scozia, ma il primo ministro David Cameron e il suo partito non navigano in buone acque. Che lo United Kingdom Independence Party dell’abile e carismatico Nigel Farage stia erodendo consensi al partito conservatore non lo dicono più solo i sondaggi: lo scorso 9 ottobre l’ex conservatore Douglas Carswell, passato nelle file dello UKIP, ha vinto con quasi il 60% delle preferenze le elezioni suppletive di Clacton, diventando così il primo esponente del partito di Farage a sedere alla Camera dei Comuni. Se si aggiunge che nelle suppletive di un collegio di Manchester, tradizionale bastione del Labour, il candidato indipendentista è arrivato secondo a soli 617 voti dal vincitore e che a fine novembre si voterà anche a Rochester, perché un altro deputato tory (Mark Reckless) è passato allo UKIP, si capisce come l’aritmetica parlamentare nel Regno Unito sia in rapida trasformazione, con segnali affatto incoraggianti per l’establishment politico tradizionale.

Le elezioni del maggio 2015 vedono dunque profilarsi un inconsueto, per gli standard d’oltremanica, quadro multipartitico: oltre ai tre partiti principali, ci saranno lo UKIP, che secondo gli analisti potrebbe essere competitivo in un numero di seggi compreso tra 13 e 35, i Verdi, dati intorno al 5-6%, e i partiti nazionalisti in Scozia e Galles. Se a confortare, almeno in parte, Cameron e il leader laburista Ed Miliband vi è il sistema elettorale maggioritario secco, che impedendo la rappresentanza proporzionale su base nazionale rende assai difficile per lo UKIP diventare forza di governo, certo è che il partito tory rischia di venire scavalcato dagli anti-europeisti di Farage. E il premier, memore anche del clamoroso successo dello UKIP alle elezioni europee, ha di fatto iniziato la campagna elettorale. Con una proposta «shock» che ha subito provocato tensioni fortissime con il presidente Barroso.

 

Quote di ingresso anche per i cittadini dell’Unione Europea

 

Incalzato dalla retorica populista di Farage – che al Parlamento di Strasburgo ha recentemente dichiarato che «questa sarà l’ultima Commissione europea che governa il Regno Unito, perché alla fine di questi cinque anni saremo fuori» –, Cameron ipotizza di introdurre quote di ingresso nel Regno Unito anche per i cittadini europei: 100.000 lavoratori non qualificati all’anno. Una misura destinata senz’altro a raccogliere consensi in patria, dato il diffuso euroscetticismo dei britannici, ma che mina il principio (e le relative norme) della libera circolazione delle persone sul quale si fonda storicamente la comunità europea.  

Cameron dunque, finora schierato a favore della permanenza nella UE, si appresterebbe ad attraversare il Rubicone, come ha scritto il «Guardian» di rimando alla dura reazione del presidente della Commissione Barroso. Il quale infatti, pur dichiarandosi disponibile al dialogo con Londra, ha subito detto che la libera circolazione delle persone costituisce «un limite invalicabile», superarlo significherebbe rompere le relazioni con gli altri 27 paesi e condannare la Gran Bretagna all’isolamento e all’«irrilevanza»: «è un’illusione pensare che ci possa essere dialogo se si mettono in dubbio i principi stessi dell’Unione e si offendono gli Stati membri».

È evidente che il premier rischia di finire in un cul-de-sac: da un lato Farage lo accusa di «ingannare» l’opinione pubblica britannica con manovre opportunistiche a soli fini elettorali, dall’altro nessuna proposta, se non l’uscita dalla UE, potrebbe risultare soddisfacente agli inglesi più radicalmente euroscettici. Vale la pena mettere in pericolo le relazioni con i partner europei in vista delle suppletive di Rochester o anche delle elezioni del 2015, quando comunque difficilmente i conservatori riusciranno a strappare allo UKIP la bandiera dell’antieuropeismo? Cameron si appresta dunque a giocare una partita dagli equilibri complessi e delicati, tanto più che si sono subito levate anche le critiche del fronte interno pro-Europa: il premier sta mettendo i suoi interessi politici al di sopra di quelli del paese – hanno dichiarato i laburisti e la stampa progressista.

 

La UE chiede più soldi al Regno Unito

 

La questione delle quote per gli immigrati europei non è comunque la sola a rendere tesi i rapporti tra Londra e Bruxelles in questi ultimi giorni. La UE ha infatti chiesto alla Gran Bretagna (e all’Italia) un ulteriore sforzo economico, quantificato in oltre 2 miliardi di euro: un salasso «assolutamente inaccettabile» l’ha definito Cameron al termine del Consiglio europeo, sottolineando come il fatto che l’economia inglese sia in ripresa non giustifica una siffatta richiesta. Il conguaglio, frutto di un ricalcolo del Pil dal 1995 al 2013, dovrebbe essere versato entro il primo dicembre e Cameron ha immediatamente escluso di farlo; si è poi detto d’accordo con Matteo Renzi che avrebbe definito la quota extra richiesta dalla UE «un’arma letale». Anche se il presidente del Consiglio italiano ha negato di aver usato tale espressione, pare comunque profilarsi un nuovo asse Londra-Roma contro i «burocrati» di Bruxelles.

I rapporti tra la Gran Bretagna e l’Europa sono sempre stati turbolenti e faticosi e le vicende delle ultime settimane sembrano per molti versi la riedizione, con differenti protagonisti, di un film già visto. Cameron dovrà presto decidere se continuare a cavalcare l’onda populista e sfidare Farage sul suo terreno oppure riprendere la vocazione europeista che era stata inaugurata dai leader tory del passato come Macmillan e Heath.