Ultimo Aggiornamento:
01 ottobre 2022
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Le contraddizioni del cosiddetto voto utile

Paolo Pombeni - 07.09.2022
Letta e Meloni

La scelta di Enrico Letta di trasformare il confronto elettorale in una lotta epica fra la destra e la sinistra, poi magari, trascinato dalla mania delle personalizzazioni, fra lui e Giorgia Meloni, non è una decisione opportuna per il futuro della democrazia italiana. Non solo perché probabilmente ci getterà nell’ennesima riedizione di una legislatura avviluppata nella eterna rappresentazione della politica come lotta fra gli angeli e i demoni, cosa che favorisce in entrambi i campi l’affermarsi dei pasdaran e dei demagoghi. Molto di più perché apre il varco proprio a quella tentazione cosiddetta “presidenzialista” che invece il PD e altri non vorrebbero vedere instaurata.

La polarizzazione del confronto fra due sole aree veramente legittimate ad interpretare le variabili della vita politica porta ad affidare poi la scelta del “vincitore” al risultato delle urne, negando però qualsiasi spazio dialettico e qualsiasi vero ruolo per l’opposizione di chi perde, ridotta solo a recitare la litania della demonizzazione del vincitore nella speranza di cacciarlo alla prossima scadenza elettorale. È uno spettacolo poco esaltante che abbiamo già visto lungo l’arco della cosiddetta seconda repubblica.

La plastica rappresentazione di cosa significhi un andazzo del genere è nell’occupazione dell’ampio sistema di sottogoverno che è stato costruito. La RAI è emblematica perché è, nonostante tutto, il caso più trasparente. Chi vince si prende tutte, ma proprio tutte le “spoglie” e sarebbe da ricordare che questa era la filosofia che cercò di imporsi nel presidenzialismo statunitense nella seconda metà dell’Ottocento, finché alla fine di quel secolo fu varata una legge che calmierava la situazione per quanto riguardava il complesso dell’amministrazione, mentre molta parte di quelle istituzioni che nel sistema europeo sono sotto controllo del potere governativo era messa al riparo dai suoi appetiti.

Tornare in Italia ad un sistema basato sul dualismo elettorale è una forma pericolosa che oltre tutto contraddice lo sforzo che fecero i padri costituenti per evitare un quadro di quel tipo: i democristiani e i moderati per evitare che le sinistre con un colpo di mano si impadronissero di un potere forte, PCI e sinistre per non consentire alla DC e ai moderati di esagerare nel controllo sul sistema controllo conferito loro dalla preminenza a livello elettorale. Che questo parlamentarismo fondato sulle limitazioni reciproche abbia poi funzionato in modo piuttosto imperfetto, impedendo tanto al governo quanto all’opposizione di esercitare bene il proprio ruolo è un fatto. Ma lo è altrettanto che sarebbe un disastro introdurre un presidenzialismo farlocco che consista semplicemente nel ridurre tutto al confronto nelle urne, così che poi chi risulta vincitore possa fare più o meno quel che vuole e chi si colloca all’opposizione non abbia un ruolo costruttivo da giocare.

Il costituzionalismo, non ci stancheremo dal ripeterlo, è “il governo attraverso il confronto”. Ma il confronto va incentivato e preservato e deve essere un obiettivo tanto di chi governa quanto di chi si colloca all’opposizione. Questo significa accettare che ci sia un pluralismo di posizioni e di idee che possono istituzionalizzarsi nel quadro della politica. Non ovviamente sino al punto da consentire che l’arena diventi un guazzabuglio di sigle e di partitini più o meno personali. Fissare una soglia di consenso ragionevole per poter essere ammessi non ad un generico dibattito politico (quello è garantito per tutti, perfino come singoli, dalla libertà di parola e di manifestazione del pensiero sancita dalla Costituzione), ma all’azione all’interno delle istituzioni che devono rappresentare in definitiva la volontà della nazione, è più che ragionevole.

Su questo punto i partiti che oggi sono intrappolati nella attuale demenziale e truffaldina legge elettorale sono colpevoli di non averla voluta cambiare un po’ perché ritenevano facesse comodo ai maggiori obbligare gli altri a coalizzarsi con loro, un po’ perché c’erano opposizioni dei partitelli ad accettare la ragionevole soglia di sbarramento del 5%. Zingaretti ha sostenuto in TV che non è stato possibile perché Renzi non lo voleva, ma non è solo così: molto di più non lo voleva il gruppo di Bersani e le altre piccole formazioni dell’estrema sinistra verso cui il suo PD (e forse anche quello attuale) era molto più sensibile che verso Renzi.

Oggi se si vuole evitare che si instauri un sistema di fatto di dominio di una sola componente politica, quella che vincerà queste elezioni mal gestite dalla attuale legge, bisogna favorire la presenza di una pluralità di forze nel nuovo parlamento tale da costringere al ritorno ad un sistema di confronto nell’ottica di affrontare le difficili prove che attendono il paese con la costruzione di un comune sentire.

 C’è il rischio di una frammentazione ingovernabile, oppure di un trasformismo per creare maggioranze senza anima, oppure di una instabilità che consentirebbe a forze esterne di inserirsi inquinando il gioco democratico? Certo che questi pericoli ci sono, ma non deriverebbero dal fallimento dell’esperimento del proposto bipolarismo muscolare che ci porterebbe, vogliamo ripeterlo, alla preponderanza nei due campi degli integralismi (sia più o meno nobili, sia più o meno meschini), ma dall’incapacità del nostro sistema di arrivare ad una coscienza e cultura nazionale condivisa per la nostra storia che porta su di sé il peso di un paese diviso da steccati ideologici, lacerato da diseguaglianze geografiche e non, condizionato da un sistema di sette e tribù che hanno prosperato in quel contesto e che non vogliono perdere il loro potere.