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16 ottobre 2019
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L'assalto disordinato degli eurofobi alla vecchia Europa

Riccardo Brizzi - 27.05.2014
L'eurozona

Alla vigilia delle prime elezioni europee dallo scoppio della crisi dell'eurozona (2010), gli osservatori erano concordi nel prevedere l'affermazione di due protagonisti: l'astensione e l'eurofobia. Le urne hanno invece riservato alcune sorprese.

 

Un'affluenza stabile

 

A partire dal tasso di affluenza (43,1%) che aumenta di un decimale rispetto a cinque anni fa. Il dato non è certo la spia di un rinnovato euroentusiasmo ma si tratta comunque di un'inversione di tendenza se si considera che l'affluenza era costantemente diminuita dal 1979 (62%) in avanti, sino al 43% del 2009. L'Italia (-8% di affluenza rispetto al 2009) si distingue rispetto agli altri «grandi» d'Europa: in Germania (+5%), Francia (+2,5%) e Regno Unito (+1,5%)  infatti le urne sono state più frequentate rispetto a cinque anni fa. La partecipazione è ulteriormente diminuita invece nei paesi dell'Europa centro-orientale, con tassi d'astensionismo impressionanti quasi dappertutto, a partire dalla Slovacchia (87%), Repubblica ceca (80,5%), Slovenia (79%) e Polonia (77%). Un dato che mette a nudo un grave fraintendimento che ha accompagnato il loro recente ingresso nell'Ue. Se i paesi della «vecchia» Europa sapevano di essere coinvolti in un'operazione che avrebbe comportato la graduale diminuzione della loro sovranità nazionale, i «nuovi» sono entrati nell’Ue per recuperare la sovranità perduta quando l’Armata rossa aveva conquistato i loro paesi e gradiscono meno l’ingerenza delle istituzioni europee.

 

L'avanzata delle (disunite) forze anti-europee

 

Passando all'analisi della carta elettorale europea, è decisamente il blu il colore dominante. La destra ha vinto le elezioni nella maggioranza degli stati dell'Ue (a partire dalla Germania), ma si tratta di una destra ormai divisa tra partiti eurofili in frenata di consensi ed eurofobi in forte progressione. Il primo gruppo dell'europarlamento resta il Partito popolare europeo, con 214 seggi (contro i 273 del 2009). Questa significativa erosione tuttavia non è stata sfruttata dai Socialisti e democratici, che hanno perso una manciata di seggi (189 contro i 196) né dai liberali (66 seggi contro gli 83 del 2009), ma a giovarne è stata anzitutto l'eterogenea galassia eurofoba, rappresentata nel nuovo europarlamento da più di 140 deputati.

Se a destra ha fatto rumore soprattutto l'exploit del Front National, primo partito transalpino con il 25%, occorre sottolineare come la Francia non rappresenti un'«eccezione» europea ma piuttosto il sintomo estremo di una malattia del vecchio continente che si è manifestata in tutta la sua portata lungo l'asse Parigi-Londra-Copenaghen dove il Front National, l'Ukip e il Partito popolare danese sono arrivati in testa provocando veri e propri terremoti politici e sistemici - colpendo in profondità anche in Austria (dove l'FPO ha superato la barra del 20%), Ungheria, Svezia e Grecia. Parlare di marea «nero-bruna» tuttavia ci pare eccessivo, anche in virtù della frenata che si è registrata in alcuni paesi: in Olanda il Partito per la libertà di Geert Wilders ha conosciuto un arretramento (-4,5%) rispetto al 2009, i Veri Finlandesi si sono dovuti accontentare del terzo gradino del podio, mentre il Partito nazionale slovacco non è riuscito a far eleggere alcun rappresentante, inceppando il pallottoliere di Marine Le Pen che per la costituzione di un eurogruppo di estrema destra deve contare su almeno 25 deputati provenienti da 7 paesi. Un obiettivo non semplice se si considera che gli euroscettici, a livello europeo, raramente rappresentano la somma dei loro partiti, a causa delle differenziazioni ideologiche (soprattutto su temi etico-morali) e dell'incapacità di fare squadra (l'ultimo tentativo è del 2007, con il varo del gruppo Identità, tradizione, sovranità, scioltosi rapidamente per liti interne tra le varie componenti).Tra i «pesi massimi» dell'estrema destra europea l'Ukip e il Partito del popolo danese hanno già annunciato di non voler costituire un gruppo comune con il FN.

 

L'Ue e l'ondata populista

 

Ma le difficoltà delle truppe di eurofobi che pretendono di assaltare il Parlamento europeo in ordine sparso dai banchi dei non iscritti, non possono oscurare gli elementi di preoccupazione legati all'affermazione dei partiti di estrema destra sul vecchio continente, alla rapidità della loro progressione elettorale nei vari scenari nazionali (con ribaltamenti di forza rispetto ai partiti della destra classica, come è avvenuto in Francia), alla loro progressiva «normalizzazione» e nonché alla crescente capacità di agenda setting, che costringe molto spesso i partiti «tradizionali» a inseguirli sul loro stesso terreno.

Di fronte alla gravità di questa minaccia alle forze democratiche ed europeiste si impone la necessità di rilanciare il progetto comune attraverso un'alleanza e un progetto politico capaci di arginare il rampante populismo euroscettico. In questa ottica l'intervento di Jean-Claude Juncker, domenica sera, per celebrare la sconfitta delle forze di estrema destra, annunciare la vittoria del Partito popolare europeo e rivendicare a sé la guida della Commissione, nonostante l'apprezzabile esercizio di multilinguismo, è apparso quantomeno intempestivo.