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L'analisi del sabato. Il caleidoscopio del 31 maggio

Luca Tentoni * - 06.06.2015
Elezioni 2015

Il voto regionale del 31 maggio si è rilevato più complesso e ricco di sfaccettature rispetto al previsto. Sebbene fosse noto che la varietà di coalizioni e candidati ci avrebbe potuto restituire un puzzle difficile da comporre, l'esito è stato più interessante di quello atteso. Per cercare di descrivere questo caleidoscopio - provando ad evitare letture "non neutre" dei voti e degli schieramenti - abbiamo diviso in due puntate la parte conclusiva del viaggio nelle sette regioni alle urne. Qui ci occuperemo in primo luogo del vincitore netto e indiscusso, il "partito del non voto"; seguirà una breve analisi del rendimento dei candidati presidenti, per proseguire con una prima ricognizione sullo stato delle "famiglie politiche" tradizionali della Seconda Repubblica e concludendo con qualche osservazione su certe sfumature di colore politico che alcune regioni hanno perso o guadagnato.

 

Il voto di chi non vota

 

In un intervento precedente (23 maggio, Mentepolitica) avevamo sottolineato che nel 2014 l'astensione e i voti bianchi e nulli erano abitualmente più marcati nei comuni maggiori. Il 31 maggio il "partito di chi non vota" (o non sceglie nell'urna) ha conquistato nelle sette regioni la maggioranza assoluta degli aventi diritto: oltre al 47,7% degli astenuti c'è un 2,9% di schede bianche e nulle che porta il totale ad un sorprendente 50,6%. Un incremento del 6,5% (nel complesso) sul 2014 e dell’11,1% sulle regionali 2010, che - considerando solo chi non è andato ai seggi è del 6,6% sul 2014 e dell'11% sul 2010. Sono nove milioni di italiani (9,5 circa con le schede bianche e nulle): un patrimonio che nessun partito può aspirare a conquistare se non per parti marginali ma al quale hanno contribuito tutti i gruppi (Pd e Forza Italia in primo luogo) tranne sostanzialmente la Lega. Non è il caso di dare giudizi di valore sul fenomeno, quanto piuttosto di invitare ad una riflessione comune sulla sua possibile evoluzione. Nell'ultimo decennio, infatti, l'aumento dell'astensione (e dei voti non validi) è stato maggiore di elezione in elezione. Fra le regionali del 2005 (29,6% astenuti e 3,9% non validi per un totale di 33,5%) e quelle del 2010 (36,7% astenuti, 2,9% non validi, totale 39,6%) nelle sette regioni l'incremento del "partito che non c'è" è stato del 6,1%, ma fra il 2010 e il 2015 il dato è aumentato ancora dell’11,1%. Il motus in fine velocior è confermato dalle altre consultazioni: fra le politiche 2006 e 2008 il non voto è passato dal 19% al 22,7% (+2,7) per giungere nel 2013 al 27,8% (+5,1%); alle europee 2014 astenuti, bianche e nulle hanno costituito, nelle sette regioni, il 44,1% dell'elettorato contro il 35,5% del 2009 (+8,6%). Certo, se adottassimo altri parametri di confronto noteremmo che fra le europee del 2009 e le regionali dell'anno seguente la semplice astensione (depurata, perciò, dai voti non validi) crebbe del 6,1% mentre fra le europee del 2014 e queste regionali l'aumento è stato appena superiore (6,6%). Tanto basta, tuttavia, per comprendere e forse considerare ormai acquisito un dato: nonostante il loro carattere locale importante, le regionali sembrano essere diventate le elezioni meno mobilitanti (astensione media 2005-2015: 38%; schede bianche e nulle 3,3%; non voto 41,3%) seguite molto da vicino dalle europee (2009-2014: astensione media 35,9%; schede bianche e nulle 4%; non voto 39,9%) e, a considerevole distanza, dalle politiche (2006-2013: astensione media 20,6%; schede bianche e nulle 2,6%; non voto 23,2%). Le comunali del 31 maggio confortano in certo modo questa tesi, perché hanno fatto segnare un’affluenza più elevata che alle regionali. Il voto preferito dagli italiani, insomma, è di gran lunga quello per scegliere il governo del Paese (quindi votano su temi nazionali come per esempio l'economia e a favore o contro determinati leader di partito). Si ha comunque l'impressione che l'incremento del partito del non voto sia - o sia stato ogni volta, finora - crescente di circa il 60% ad ogni tornata elettorale dello stesso tipo (ad esempio: se fra l'anno X e l'anno Y era aumentato del 5%, fra Y e Z è aumentato dell'8%). Ecco perchè il moto è sempre più veloce. Ma fino a quando e dove? Inoltre, va rilevato che il partito del non voto ha abbattuto ogni roccaforte. Nelle due regioni meridionali si è attestato sul 48-49 delle europee, guadagnando l'11,5% sul 2010 e il 17,1% sulle politiche 2013. Ma nella "zona rossa" (e "rosa", con la Liguria) è cresciuto in un anno del 15,6%, passando dal 34,4% al 50% (ormai è in linea col Sud), con un incremento del 28,5% sulle politiche. Un "effetto Emilia" attenuato (e forse "depistato" solo dal fatto che l'incremento sul 2010 è in media con quello nazionale). Fa eccezione il Veneto, dove la subcultura politica resiste e attenua le tendenze nazionali: +6,8% di astenuti sul 2014 e +9,3% sul 2010, ma +24,6% sul 2013 (in questo caso, è la crescita rispetto alle politiche la "rondine che non fa primavera"). Certo, al Sud ci sono zone dove l'astensione dilaga: a Napoli è al 59,4%, ma nel 2014 era già al 57,2%, nel 2013 al 39,9, nel 2010 al 49,1, nel 2009 al 47,8%. È il Nord che sta raggiungendo il Sud, in questo caso. Nel Mezzogiorno, forse, la "folle corsa" del non voto è prossima a toccare il suo limite invalicabile.

 

Il voto agli aspiranti governatori

 

Dopo l'astensione, i protagonisti sono loro, i candidati alla presidenza delle sette regioni. Del loro "rendimento" e del fatto che abbiano sospinto o "zavorrato" le rispettive coalizioni o partiti si è parlato molto. In effetti, in competizioni nelle quali si elegge in primo luogo una persona, non si può che concentrare l'attenzione sulle caratteristiche che questa deve avere per vincere e magari recare valore aggiunto alla sua parte politica. Come in altre occasioni, gli elettori che non hanno votato per le liste ma soltanto per i presidenti sono stati molto più numerosi (in percentuale) in Liguria e Veneto che in Campania e Puglia. Da un lato, dunque, abbiamo avuto voto differente (alle liste; alle liste e al candidato presidente collegato; disgiunto); dall'altro, quasi tutto voto diversificato (alle liste e al candidato presidente collegato o voto disgiunto). In quanto al rendimento dei candidati, dobbiamo rifarci solo a quelli principali. Gli esponenti del Pd hanno ricevuto in media lo 0,6% dei voti meno delle loro liste, così come quelli delle coalizioni dov'era presente Forza Italia. Ma il dato, così esposto, è semplice quanto ingannevole: nel centrosinistra, uno scarto negativo è stato riportato da Marini (Umbria: -0,5%), Moretti (Veneto: -0,6%), Paita (Liguria: -2,5%), Ceriscioli (Marche: -2,5%). Hanno "trainato", invece, De Luca (Campania: +0,9%) ed Emiliano (Puglia: +1,2%). Nel centrodestra, i peggiori risultati sono di Caldoro (Campania: -1,4%) e Toti (Liguria: -3,3%). Nel caso della Liguria, il 5,8% dei voti persi dai due maggiori candidati presidenti è andato a distribuirsi fra Alice Salvatore (M5S: +2,5% rispetto alla lista) e Pastorino (Sinistra-Sel: +2,8%). I candidati del M5S sono andati in media decisamente meglio rispetto alle proprie liste. Il vero voto di protesta sembra essersi riversato non sui partiti (il cui peso era subordinato all'esito della competizione per i governatori, dalla quale sarebbe scaturita la composizione dei Consigli regionali, grazie ai vari "premi") ma sui candidati presidenti "alternativi" o percepiti come tali. Può essere stata, ma solo in piccola parte, una forma di protesta ad personam.

 

Le "famiglie politiche"

 

Il turno elettorale regionale ha dimostrato che in molti casi le tradizionali alleanze politiche non sono più proponibili, ma in alcune realtà abbiamo invece visto contrapporsi il "vecchio" centrosinistra e il "vecchio" centrodestra. Quelli che un tempo erano territori elettorali di esclusiva "proprietà" dei gruppi politici apparentati sono diventati, in parte, campi di conquista per l'astensionismo e per altri soggetti politici (il M5S, per esempio). Gli scambi fra centrodestra e centrosinistra (i flussi) restano occasionali e marginali, nel complesso, anche se per esempio qualche significativo passaggio di voti si sarebbe verificato in zone come il Veneto (secondo SWG, il Pd ha perso - nel passaggio 2014-2015, il 4,4% verso la Lista Zaia). C'è poi una terza "famiglia politica", quella centrista, che è stata stavolta affiancata da quella degli "ex": Spacca, Tosi, Schittulli, usciti dalle loro coalizioni per dar vita (nel caso degli ultimi due, in parte anche del terzo) a raggruppamenti di ispirazione centrista. Al netto dei voti degli ex, i centristi di Ncd e Udc (nelle varie denominazioni e schieramenti locali) hanno sostanzialmente confermato il 4,5% circa dei voti delle europee. Il circa 5% degli "ex", invece, è di difficile attribuzione: se ripartito fra centristi e centrodestra tradizionale (FI-Lega-Destra) riporterebbe i primi verso i livelli delle europee 2009 e delle politiche 2008 (circa 7%) e il secondo attorno a quota 36%, cioè circa a metà fra il 26% delle europee 2014 e il 44,7% delle regionali 2010. Se quei voti fossero da considerarsi alternativi ai poli maggiori, i centristi potrebbero invece ritrovarsi attorno al 10% di politiche 2013 e regionali 2010. Ad ogni buon conto, si tratta di un'area elettorale in movimento che cercherà (come soggetto politico plurale ma anche, più semplicemente, al livello del singolo votante) una sua collocazione (autonoma o meno) in prossimi turni elettorali. Da solo, il centrodestra si attesta sul 33,6%, con la Lega che - grazie alla Lista Zaia - supera Forza Italia (a sua volta associata a liste locali di area) per 15,2 a 14,5, con FdI al 4% (+0,1 sulle europee). Per il partito di Berlusconi è una flessione del 3% rispetto al 2014, mentre per quello di Salvini è un aumento del 10%. A livello locale, dove il Carroccio non c'è, il centrodestra annaspa, anche se Forza Italia ottiene risultati superiori alla media. Se questi dati riportano - nelle sette regioni – l’ex CDL (centristi esclusi) sopra il dato delle politiche del 2013, va però osservato che si risente moltissimo del "traino" leghista, come vedremo nel prossimo intervento esaminando i risultati nelle singole regioni. Per ora è opportuno anticipare che al Sud, dove il supporto di Salvini manca, il centrodestra recupera meno, fermandosi sotto il dato del 2013 o addirittura sotto quello del 2014. Ciò accade sia in Campania, dove senza i centristi ci si ferma al 33% contro il 35,6% delle politiche (e con l'intero centrodestra schierato: l'assenza della Lega non è, qui, rilevante, perché il Carroccio non ha sfondato nel Mezzogiorno), sia in Puglia, dove il vecchio centrodestra è addirittura al 16,9% (27,8% alle europee, 33% alle politiche). Ma proprio in Puglia le liste di Fitto e Schittulli conseguono un 16,1% che, sommato a quelle del centrodestra “tipo 2013”, porterebbero la coalizione al 33% come alle politiche. Il centrosinistra "allargato" di un tempo, invece, costituisce un'area rappresentativa di circa 40% di chi ha votato, poco sopra la metà fra il 46,9 delle europee e il 31,7 delle politiche. Anche il risultato del Pd e dei “partitini” collegati può variamente valutarsi: 25,2% la sola lista (2014: 41,5; 2013: 25,5; 2010: 25,9; 2009: 26,5; 2008: 34,1) ma con le liste dei presidenti (che secondo noi vanno assimilate al Pd) sale al 30,3% cui va aggiunta - facendo le dovute distinzioni fra le varie sigle - una parte consistente del 4,4% dei "minori di area". Si può stimare, dunque, che il Pd sia a metà strada fra il dato delle politiche e quello delle europee, a livello percentuale. In valori assoluti è un discorso diverso per il Pd come per tutte le altre liste (Lega-Lista Zaia, ripetiamo, esclusi). In quanto alla sinistra radicale,  si tratta di un’area stabile intorno al 4,5%. Il M5S, infine, è al 15,7% nazionale: un dato inferiore al 21,5% delle europee e al 25,7% delle politiche, pur essendo simile, come vedremo la prossima volta, al 14,3% conquistato nelle altre tredici regioni fra il 2012 e il 2014 (dove ebbe il 21% alle europee e il 25,5% alle politiche). Il M5S ottiene migliori risultati in Liguria (22%) ma passa in un anno, in Veneto, dal 19,9 al 10,4% perdendo più del 7% in Puglia (2015: 17,2%; 2014: 24,6%; 2013, 25,5%). Inutili i raffronti con lo 0,9% ottenuto nel 2010, quando il M5S, peraltro, si presentò solo in Veneto e Campania.

 

Il ruolo della Lega

 

La lista di Salvini e quella di Zaia (nel Veneto) possono annoverarsi fra i vincitori delle elezioni regionali 2015. Il Carroccio è sempre stato sottorappresentato in queste zone del Paese, tranne che in Liguria e Veneto, ottenendo risultati mediamente inferiori dell'1-1,5% rispetto al dato nazionale. Solo nei comuni non capoluogo il partito di Salvini è di solito in media col Paese, mentre nei capoluoghi regionali ha addirittura la metà dei voti medi delle sette aree prese in considerazione in questo studio. Nel 2015 è andata così: la Lega ha avuto il 15,2% (compresa la lista Zaia) contro il 5% delle europee 2014, il 2,9% delle politiche 2013, il 9,9% delle regionali 2010, l'8,7% delle europee 2009 e il 7,1% delle politiche 2008. Un record. Nei comuni non capoluogo è arrivata al 15,9% mentre nei capoluoghi regionali è al 10,5% (il precedente massimo degli ultimi dieci anni nelle grandi città risale al 2010: 4,9%). Se in Veneto Lega e Lista Zaia sono al 43,6% (regionali 2010: 35,2% e 788mila voti contro gli 800mila del 2015) triplicando la percentuale delle europee 2014 (15,2) e quadruplicando quella delle politiche 2013 (10,5), nelle regioni rosse il Carroccio guadagna ben il 12,9% sulle europee (da 3,2 a 16,1%), il 15,1% sulle politiche (nel 2013 aveva l'1%) e il 9,1% sulle regionali 2010 (7%). Il partito non è presente in Campania, mentre in Puglia "Noi per Salvini" ottiene il 2,4% rispetto allo 0,6% delle europee e allo 0,1% delle politiche.

 

Le "banderine" sono cambiate?

 

Il colore politico delle sette regioni è mutato, dopo il voto del 31 maggio? Forse è presto per dirlo, ma, come vedremo meglio nel prossimo appuntamento con Mentepolitica, due o tre regioni hanno cambiato tonalità. La Liguria è sempre meno rossa e più "rosa": su 11 consultazioni elettorali (regionali, europee, politiche) il centrodestra ne ha vinte tre (ma, soprattutto, centrodestra e centrosinistra sono oggi praticamente alla pari, con un lieve vantaggio per quest'ultimo). L'Umbria è un po' meno rossa ma ancora poco rosa (il vantaggio del centrosinistra tradizionale resta ampio). In Puglia, infine, si registra la terza vittoria consecutiva del centrosinistra alle regionali ma, soprattutto, si vedono il Pd e il resto del centrosinistra tornare al record delle regionali 2010, distanziando il centrodestra di 26 lunghezze oppure, considerando insieme la coalizione di Poli Bortone e quella di Schittulli, di 10. Da "grigia" (cioè incerta), la Puglia sta diventando lievemente rosa, lasciando alla sola Campania il ruolo di regione incerta (e in taluni casi, imprevedibile).

 

 

 

 

* Analista politico e studioso di sistemi elettorali