Ultimo Aggiornamento:
17 luglio 2019
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La socialdemocrazia al capolinea?

Giovanni Bernardini - 03.12.2016
Social-democrazia

Ha fatto bene Michele Salvati, nel suo pezzo uscito domenica 27 novembre per “La Lettura”, a esporre la questione nei termini franchi e comprensibili di una metafora sportiva: se la politica odierna fosse un campo di allenamento, assisteremmo all’umiliante spettacolo del più classico “torello” tra due o più destre, con al centro quanto resta della sinistra a rincorrere inutilmente una palla che non riesce nemmeno a toccare. In questa poco invidiabile condizione si trova soprattutto la sfiancata socialdemocrazia europea, che insieme al fiato sta perdendo anche la lucidità. Fuori di metafora, Salvati mostra come sia oggi in corso un “perverso gioco di squadra” tra due destre che si confrontano – ma non disdegnano di cooperare – sin dagli albori del capitalismo moderno: una liberista e liberale, favorevole a una diffusione senza limiti del mercato come unico principio regolatore e ostile all’interferenza dello stato; e una populista, tradizionalista e comunitaria, pronta a convogliare lo scontento e le paure generate dagli eccessi della prima verso la chiusura autoreferenziale, verso l’ostilità nei confronti dell’“altro” e del “diverso”, verso la sempiterna tentazione del leader solo al comando. All’estremo dei due poli si collocano rischi inquietanti per la coesione sociale e per gli stessi meccanismi democratici, che appaiono oggi vittima delle loro contraddizioni interne più di quanto siano mai stati minacciati dalle “sfide” esterne a partire dal secondo dopoguerra.

Tuttavia, la crisi attuale della socialdemocrazia ha origini più antiche di quanto comunemente si ritenga e che dicono molto di più sulla sua condizione attuale. Tutto nasce da un comune equivoco circa l’identificazione dei cosiddetti “Trenta anni gloriosi”, i decenni intercorsi tra gli anni ’50 e ’70 del secolo scorso, con l’età dell’oro della stessa socialdemocrazia, che avrebbe in quella fase realizzato gran parte del suo programma di breve termine e in tal modo esaurito il suo arsenale politico e ideale. Come ricorda anche Salvati, la socialdemocrazia, in primis quella tedesca che è assurta a simbolo della “svolta” postbellica, si trovò ad aderire a quella fase e a quelle politiche da una posizione di debolezza, di emarginazione dalle responsabilità di governo e di difficoltà elettorale. In Italia, nella Germania occidentale, in Belgio, in Olanda, prevalentemente anche in Francia furono forze della tradizione cattolica o comunque non afferenti alla sinistra a dare forma al modello postbellico di democrazia liberale, al tipico welfare state europeo e al processo di integrazione continentale. Se il sorprendente successo dei Laburisti britannici nel 1945 appariva in controtendenza, è pur vero che essi persero ben presto il potere a vantaggio di un lungo ritorno dei Conservatori, e che nei sei anni di governo il Labour aveva rinunciato progressivamente ai più radicali progetti di trasformazione del paese in senso socialista. La rinuncia al programma ultimo di cambiamento profondo della società fu il prezzo che le leadership laburiste, socialiste e socialdemocratiche decisero dunque di pagare a partire dagli anni ’50 per candidarsi al governo nell’età del nuovo benessere e dell’affluenza: certamente col nobile obiettivo di introdurre maggiore equità e inclusività nel sistema ma pur sempre nell’orizzonte dell’esistente. È dunque negli anni successivi che la socialdemocrazia europea ha commesso il suo errore storico: scambiare il successo elettorale e l’affermazione contingente come forza di governo per una vittoria di portata storica.

Proprio la rinuncia a elaborare nuove strategie programmatiche di ampio respiro ha condotto la socialdemocrazia a subire la nuova, grande trasformazione della “globalizzazione neoliberista” a partire dagli anni ’70, alla quale essa non volle o non seppe opporre altro che una mera strategia di correttivi delle istanze più estreme e di conservazione di quanto rimaneva del recente passato. Fu con questo spirito che una nuova potenziale stagione di egemonia socialdemocratica in Europa a cavallo della fine del millennio scorso (quando partiti afferenti a quella famiglia politica governavano contemporaneamente in Italia, Francia, Gran Bretagna, Germania, Olanda, Portogallo, Austria…) non seppe partorire nulla più dell’effimera, vaga e francamente inadeguata proposta della “terza via”. L’ingenua fiducia delle magnifiche sorti della “globalizzazione” dimostrata all’epoca fu ben presto seppellita dai fallimenti elettorali, spesso a vantaggio della destra liberale (perché non preferire l’originale all’imitazione?); e infine dai prodromi dell’attuale crisi e dalla marea montante del populismo.

Cosa resta oggi alla socialdemocrazia? Innanzitutto una crisi di identità dimostrata dalla difficile identificazione in quella famiglia politica da parte di nuove formazioni che pure si collocano “a sinistra” dello spettro politico, e nella cronica mancanza di un programma credibile e riconoscibile rispetto a forze politiche che dovrebbero essere antagoniste. Se governare è un segnale di forza, pare ormai una debolezza la dipendenza permanente da coalizioni “contro natura” con formazioni di centro-destra: per citare due partiti di lunghissimo corso e tradizione, è sufficiente guardare alla subalternità strutturale ormai assunta dalla SPD in Germania rispetto alla leadership di Angela Merkel; o al carattere sempre più resistenziale e conservatore in Austria della SPÖ, apparentemente impossibilitata a uscire dallo schema della coalizione con i Popolari.

Si tratta di una crisi terminale? Per quanto nessuno detenga il dono della preveggenza, la lettura di più lungo periodo presa in considerazione in questa sede lascia propendere per una difficile irreversibilità del declino. Questo più per la difficoltà di confrontarsi (auto)criticamente con le origini profonde della crisi attuale e di attrarre consensi tra chi sta la sta subendo, che per le incertezze e le contraddizioni dei suoi leader. Che valga a salvarla una nuova alleanza temporanea (temporanea fino a quando, verrebbe da chiedere?) con “le forze più moderate e liberali della destra”, come propone Salvati? Rispettosamente, è lecito dubitarne: giacché si tratterebbe dell’ultima rinuncia all’elaborazione di un pensiero critico autonomo e coraggioso di cui al contrario ci sarebbe un estremo bisogno. Senza contare che, per riprendere la felice battuta di un noto vignettista, anche gli elettori più affezionati potrebbero stancarsi definitivamente di fare “i genoani che tifano per la parte migliore della Sampdoria”. Per cui, tornando alla metafora calcistica, è il caso di entrare nell’ordine di idee che “squadra che non vince, si cambia” e che, all’ennesima sconfitta, si possono anche rimpiazzare allenatore, schemi e moduli.