Ultimo Aggiornamento:
21 ottobre 2017
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La politica della corrida e quella del sopire e troncare

Paolo Pombeni - 08.03.2017
Di Maio e Gentiloni

Che succede nella politica italiana? Forse abbiamo esaurito le definizioni e parlare di schizofrenia significa semplicemente tornare su un tema già affrontato in passato. Tuttavia è difficile trovare una definizione migliore nel momento in cui tutto sembra essere immerso nella convivenza di un clima di veleni e di scontri all’ultimo sangue, mentre al contempo sul versante governativo si procede secondo la famosa battuta del business as usual.

La novità relativa sembra consistere nell’avere fissato l’orizzonte temporale per la convivenza dei due contesti: la fine naturale della legislatura. Il premier Gentiloni l’ha annunciato e significativamente l’ha fatto “alla Renzi”, cioè nel contesto di un programma televisivo della domenica pomeriggio, con buona pace di quelli che ancora si affannano a discettare sulla centralità del parlamento. Ha mantenuto il basso profilo, perché in sostanza ha fatto sapere che c’è tanto da fare per tirare avanti la baracca, verità indubbia, ma non ha neppure provato a suscitare un qualche entusiasmo annunciando un progetto pilota su cui chiamare a raccolta il paese.

Sembra di capire che quello è un terreno che Gentiloni lascia in mano alla politica che si prepara al “dopo”. Peccato che prima di quel dopo ci sia da definire la manovra di bilancio, che tutti sanno non potrà essere di ordinaria amministrazione, e ci sia da capire cosa diavolo faremo nel dibattito che si è aperto nella UE sulla politica delle due velocità (tema non proprio di agevole gestione per l’Italia).

Dunque ci si può meravigliare sino ad un certo punto se Di Maio definisce “camomilla” il governo in carica. Al di là della scarsa eleganza nel chiamare in causa i malati terminali, il politico che Grillo lancia sempre più come leader del futuro governo coglie una sensazione popolare diffusa ed ha capito benissimo che su quella potrà a lungo fare leva, visto anche che i pasticci del M5S a Roma stanno scivolando via dalle prime pagine (ed hanno inciso poco sul consenso alla causa grillina).

Il fatto è che il sistema sta scontando gli effetti dell’esito del referendum costituzionale. Chi ha allegramente lavorato per far fallire una prospettiva di riforma che comunque avrebbe toccato alcuni nodi che andavano sciolti potrebbe anche fare qualche riflessione critica sul risultato a cui ha portato il paese: non all’apertura di una fase costituente matura e più responsabile di quanto non facesse la riforma Renzi-Boschi, ma al blocco di qualsiasi prospettiva riformatrice riconsegnando il paese alla palude delle lotte di fazione.

E’ difficile sfuggire alla sensazione che ci troviamo in una fase in cui tutti, chi più, chi meno, puntano semplicemente a conquistare una futura delega in bianco per vedersela poi in uno scontro politico tutto interno alle stanze della politica professionale. In questa operazione un aiuto, non sapremmo dire quanto consapevole, viene dai tradizionali meccanismi di delegittimazione che sono sempre all’opera contro le classi politiche: quelli che tendono a mostrare come gli uomini al potere siano sostanzialmente incapaci di gestire la sfera pubblica con quel minimo di moralità a cui non si può rinunciare.

La brutta storia dell’affare Consip lascia infatti intravvedere come coloro che avevano puntato ad un ricambio di classi dirigenti non siano stati capaci di agire con la necessaria ipersensibilità rispetto a questi temi, ma piuttosto abbiano semplicemente teso a sostituire a reti consolidate di intrecci fra affari e politica nuove reti, magari anche improvvisate con tutti i rischi del caso.

E’ un film che si è già visto ai tempi del tentativo del PSI di Craxi di scalzare l’egemonia della DC e dei suoi alleati e di mettersi alla pari col vecchio PCI. Che pasticci abbia prodotto e come sia andata a finire è abbastanza noto.

E’ curioso che di questo non si discuta, soprattutto nell’area del PD. Se sul versante governativo si può anche immaginare che possa avere un senso la politica del “sopire e troncare” messa in atto dall’esecutivo Gentiloni nella speranza che la faccenda si possa stabilizzare senza troppo clamore mediatico, sul fronte del partito questo non è possibile. La autentica corrida che domina la scena da quelle parti non può risolversi nella conta dei voti congressuali: c’è la dinamica dei “gazebo” che incombe e qui determinanti non saranno gli iscritti (ormai un corpo ristretto molto legato alle componenti di fazione), ma il più vasto pubblico degli “elettori”.

Un flop di partecipazione a quell’appuntamento è possibile se la corrida continuerà nei termini piuttosto stucchevoli in cui è stata impostata e non sappiamo se basterà qualche spregiudicatezza populista a rianimare l’interesse di una platea che è anche troppo abituata a prendere ogni proclama programmatico come la classica promessa da marinaio.

Renzi punta molto sull’appuntamento del Lingotto per spiegare il nuovo partito che ha in mente e per lanciare alcuni obiettivi qualificanti. L’uomo ha risorse e può darsi che trovi le parole giuste, a dispetto del fatto che arriva all’appuntamento ammaccato. Il suo problema è però dimostrare, per rimanere alla metafora della corrida, che non si tratta di ardite evoluzioni col suo drappo rosso tali da scansare il toro, ma che c’è una tecnica credibile per mettere il terribile toro della nostra crisi in condizioni di non nuocere.