Ultimo Aggiornamento:
26 settembre 2020
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L’ONU. 70 anni fa alla Conferenza di San Francisco si scrivevano i principi a tutela dell’individuo.

Miriam Rossi * - 30.06.2015
Dumbarton Oaks

“L’Organizzazione delle Nazioni Unite, cos’è costei?” Non sconosciuta quanto il nome dell’antico filosofo greco Carneade su cui rimuginava Don Abbondio nelle pagine dei Promessi Sposi, l’Organizzazione, chiamata comunemente con l’acronimo ONU, appare però ignota ai più. Che sia invocata per operare con un intervento umanitario, denigrata per la scarsa incisività della sua azione a fronte di un ampio investimento di fondi, o più semplicemente ignorata, la rilevanza dell’ONU è ben maggiore delle mezze verità e delle finalità strumentali secondo cui spesso le politiche nazionali la modellano e ci hanno anche sovente abituati.

Nata sulle ceneri della seconda guerra mondiale e di una fallita Società delle Nazioni, furono proprio i 70 milioni di morti del conflitto a determinare una reazione più viva della politica e della società civile. L’appuntamento per tutti fu a San Francisco, dal 25 aprile al 26 giugno 1945, in occasione della redazione dello Statuto della nuova Organizzazione. Alle posizioni dei rappresentati dei futuri Stati membri, si unirono per settimane le richieste espresse animatamente fuori dai palazzi da gruppi pacifisti, antimperialisti, femministi, ecologisti, religiosi e tanti altri ancora, che contribuirono a modificare alcuni degli aspetti della futura Carta ONU, la cui bozza era già stata definita un anno prima a Dumbarton Oaks dalle “Grandi” potenze: Usa, Urss, Gran Bretagna e Cina. Dal Discorso sulle quattro libertà al Congresso statunitense del gennaio 1941 alla Carta Atlantica sottoscritta da Franklin Delano Roosevelt e da Winston Churchill nell’agosto 1941 nella Baia di Terranova, “la libertà dalla paura” aveva assunto un carattere prioritario nell’impostazione ideologica data al fronte delle “Nazioni Unite” in guerra contro il nazi-fascismo in nome della difesa della democrazia e dello stato di diritto. Nel Grand Design rooseveltiano appariva infatti preminente la realizzazione di un sistema di sicurezza collettiva che governasse le relazioni tra gli Stati: in base al modello del concerto delle potenze inaugurato sin dal Congresso di Vienna, ciascuno dei “Four Policemen” avrebbe avuto un’area di controllo e di influenza, inoltre l’intero sistema avrebbe dovuto inserirsi in una ben più ampia organizzazione che fungesse da cassa di risonanza del dibattito e delle insoddisfazioni mondiali.

La creazione di un sistema di sicurezza collettiva e la condivisa istanza irenista, intesa come l’abbandono della guerra quale strumento di risoluzione di conflitti fra gli Stati, furono pienamente sposati dalla Carta dell’ONU che solennemente nel suo incipit recita “Noi popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra, che per due volte nel corso di questa generazione ha portato indicibili afflizioni all’umanità,… istituiamo un’organizzazione internazionale che sarà denominata le Nazioni Unite”. Prioritario era dunque impedire di scivolare rapidamente in un nuovo conflitto che sarebbe stato probabilmente fatale per l’umanità tutta, grazie alle innovazioni tecnologiche registrate sul piano militare. La deflagrazione delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki nell’agosto del 1945 avrebbe dato un ulteriore supporto a tali timori ma per allora lo Statuto della nuova Organizzazione era già stato redatto e attendeva solo l’approvazione dei primi Stati membri, individuati in quei 51 Paesi che durante la guerra avevano combattuto contro il nazi-fascismo.

Alla Conferenza di San Francisco si fece tuttavia strada la convinzione che la creazione di un sistema di regolamentazione dei conflitti e di controllo dei territori attraverso la definizione di sfere di influenza non avrebbero salvato l’umanità da una nuova guerra mondiale se non fossero state affrontate le ragioni alla base dei conflitti stessi. Ecco allora che, diversamente dal testo licenziato dai potenti della terra a Dumbarton Oaks, a San Francisco trovò spazio l’impegno dell’ONU, e di conseguenza dei suoi Stati membri, per la tutela dei diritti umani. Si trattò di un impegno epocale. Per la prima volta un’Organizzazione sovranazionale indicò di voler intervenire nella sfera “privata” tra Stato e cittadino, l’unica relazione in cui sino ad allora avesse trovato spazio la tutela dei diritti civili, politici e sociali. Infatti a dispetto dell’universalità con cui i diritti umani erano stati idealmente percepiti, la loro positivizzazione in disposizioni giuridiche non era stata affatto tale. Almeno fino ad allora. Se la formulazione generica di tale impegno nonché il famoso articolo 2.7 della Carta, che limitava l’intervento dell’ONU in “questioni di stretta competenza di uno Stato”, avrebbero a lungo impedito di tradurre in pratica tale intento, tuttavia l’affidamento all’ONU del ruolo di codificatore del diritto internazionale in materia di diritti umani nonché di attento osservatore delle violazioni dei diritti umani e della crisi internazionali consentì un indubbio progresso sul piano dell’effettiva tutela dell’individuo e della sua dignità. Una piccola rivoluzione che oggi è ancora in atto.

 

 

 

 

* Redattrice di Unimondo e Dottoressa di ricerca in Storia delle Relazioni e delle Organizzazioni Internazionali