Ultimo Aggiornamento:
23 settembre 2017
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L’Olanda alle urne: Il popolo oltre il populismo.

Dario Fazzi * - 22.02.2017
Geert Wilders

Stando agli ultimi sondaggi, le elezioni che si terranno il prossimo 15 marzo segneranno un momento di svolta per il sistema politico olandese. Le ultime proiezioni, infatti,presentano un quadro piuttosto allarmanteper i due partiti cha al momento guidano la coalizione di governo, i liberali-conservatori del premier Mark Rutte (VVD) e i laburisti del vice-premier Lodewijk Asscher (PvdA). Al declino relativo di VVD e PvdA, che insieme perderebbero oltre il 50% dell’elettorato conquistato cinque anni fa e che passerebbero dagli attuali 79 a circa 37 seggi sui 150 a disposizione in Parlamento, fa da contraltare l’affermazione del leader populista e xenofobo Geert Wilders e del suo Partito per la Libertà (PVV).

 

Il successo di Wilders è legato in massima parte alle medesime ragioni che hanno consentito la crescita e la proliferazione di forze ultranazionaliste e protezioniste tanto negli Stati Uniti quanto in Europa: una crescente insoddisfazione nei confronti delle élites al potere; il dilagare di un senso di profonda alienazione, politica, sociale e culturale; perduranti difficoltà economiche connesse, soprattutto in alcune aree, a una problematica riconversione postindustriale; la percezione che l’identità nazionale sia messa a repentaglio da un’apparentemente inarrestabile e scarsamente gestibile ondata migratoria; la moltiplicazione dei canali di (dis)informazione che, pur contribuendo a incrementare il livello di partecipazione politica, ne hanno minato la qualità, finendo col mettere in discussione la corrispondenza lineare tra fatti e realtà.

 

La portata politica del fenomeno Wilders, comunque,sarà limitata. Il sistema elettorale proporzionale puro, con una soglia simbolicamente fissata al di sotto dell’1%, determina infatti la strutturalenecessità di formare ungovernodi coalizione. Un ostacolo, questo, che, data l’intransigenza e l’indisponibilità mostratesinora dagli altri partiti, il PVV non riuscirà ad oltrepassare dopo il voto pur ottenendoverosimilmente lamaggioranza relativa delle preferenze. Vale dunque la pena chiedersi quali siano le altre forze in campo e in che modo e per quale motivo l’attuale e per certi versi sorprendente volatilità del sistema politico olandese li avvantaggerà.

 

L’avanzata di alcuni partiti confessionali, in tal senso, è un fenomeno particolarmente interessante. La crescita elettorale di formazioni qualiquella cristiano-democratica della CDA, delpartito calvinista ortodosso SGP o del più liberale Christen Unie è legata a doppio filo ad una forte crisi identitaria che sta attraversando il paese. Parte della popolazione olandese, infatti,ritienedi poter trovare risposte adeguate alle sfide globali in quei canali di rappresentanza tradizionali che hanno caratterizzato per lungo tempo la struttura consociativa dei Paesi Bassi.Fino agli anni Sessanta, del resto, la società olandese era organizzata lungo alcuni pilastri piuttosto impermeabiliai condizionamenti esterni e tanto politicamente quanto culturalmente ben distinguibili tra loro. Questa struttura, che non ha retto l’urto con il pieno dispiegamento dellamodernità e con l’affermarsi di una società plurale, pur con i suoi limitievidenti forniva un orizzonte di senso molto ben definito a una buona parte dei cittadini olandesi. Questa funzione, soprattutto nella cosiddetta Bible Belt del paese, sta progressivamente recuperando il proprio appeal elettorale.

 

Inoltre, la nostalgia per quel passato consociativo, acuita dalle politiche di progressiva riduzione del welfare che il governo uscente, uno dei più strenui difensori delle politiche di austerità a livello europeo, ha perseguito con una costanza a tratti disarmante, ha spinto un’altra fetta dell’elettorato olandese verso partiti “particolaristici”, i cui maggiori interessi e priorità si risolvono nella tutela di interessi specifici. Fanno parte di questo gruppo il 50Plus, una formazione che si rivolge principalmente ai pensionati, il Partito degli animali (PvdD) e anche, in parte, il D66, un partito post-ideologico popolare soprattutto negli ambienti universitari, sia tra i docenti che tra gli studenti. Rispettivamente, il 50Plus dovrebbe passare dagli attuali due seggi a circa una decina, il PvdD da due a cinque, mentre il D66 vedrebbe il numero dei propri rappresentanti aumentare da una dozzina a circa 17.

 

Uno degli incrementi maggiori rispetto all’ultima tornata elettorale, tuttavia, sarebbe quello che sembrerebbe ottenere la sinistra ecologista della Groen Links, il cui numero di parlamentariparrebbe destinato addirittura a triplicarsi. Questo successo è dovuto al fatto che, nonostante tutti gli sforzi compiuti nella direzione dell’efficientamento energetico del paese, il governo Rutte non si è dimostrato in grado di superare la dipendenza olandese da fonti non rinnovabili e in particolatedal carbone. Gli incentiviall’uso di fonti rinnovabili sia per scopi abitativi che aziendali sono stati scarsi e non sufficientemente corroborati da sgravi fiscali, mentre gli investimenti privati sono stati poco sostenuti e mal distribuiti nel paese. Jesse Klaver, classe 1986, leader della sinistra ecologista ha saputo unire alla propria immagine dinamica e di rottura un programma semplice ed efficace, fondato sulla redistribuzione della ricchezza e sullo sviluppo di un’economia sostenibile. Una combinazione che parrebbe aver convinto soprattutto quellecomunità locali che negli ultimi anni si sono ritrovate ad essere maggiormente esposte allo sfruttamento delle proprie risorse naturali e ad una crescente perdita di produttività e competitività.

 

Interpretareil risultato delle prossime elezioni olandesi alla luce delmero fenomeno populistaè dunque riduttivo e fuorviante e rischia di offuscaremolti degli interessanti sviluppi del sistema democratico dei Paesi Bassi che la crisi dei principali partiti pare stia portando con sé. Il prossimo governo dovrà tenere conto diun’ampiamolteplicità di interessi e non è detto che questo ne impedisca necessariamente tanto l’azione quanto l’efficacia.

 

 

 

 

* Dario Fazzi, ricercatore di storia degli Stati Uniti presso il Roosevelt Study Center di Middelburg, Olanda. Si occupa di politica e società statunitensi e in particolare di guerra fredda e relazioni transatlantiche.