Ultimo Aggiornamento:
01 agosto 2020
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La Lega una e bina. Una chiosa a Tuccari

Maurizio Griffo * - 29.07.2020
essere o non-essere italiani

In un saggio pubblicato sull’ultimo numero di “Paradoxa” (Anti-italiani, arci-italiani. Le due Leghe, n. 2/2020, pp. 131-147) Francesco Tuccari fa il punto su di un tema che, nonostante la indubbia rilevanza, non ha ricevuto la necessaria attenzione da parte dei commentatori e degli analisti politici. Ci riferiamo al fatto che la Lega salviniana, ad orientamento nazionalista-sovranista, non ha sostituito la vecchia Lega autonomista-secessionista, ma si è affiancata ad essa. In sostanza due orientamenti, in teoria antitetici, convivono nel medesimo partito che si trova ad essere uno e bino. Per spiegare questa anomalia, Tuccari ripercorre con precisione le vicende di casa leghista negli ultimi anni, dal tramonto della leadership di Bossi all’affermazione di Salvini, mostrando come la duplicazione avvenga di fatto, senza traumi ma anche senza un ripensamento o un dibattito comunque articolato.

Al termine della sua accurata disamina lo studioso torinese passa on rassegna alcune ipotesi interpretative per dare conto di questa anomalia. Anzitutto, la presenza nel partito di un nocciolo duro di padanisti irreducibili che consiglia la coesistenza. Ciò che rende poco credibile tale ipotesi è che, di solito, in presenza di divergenze così marcate si verifica una scissione. In secondo luogo si può ipotizzare una divisione del lavoro tra chi persegue un programma minimo (il federalismo), e chi lavora a un programma massimo (l’indipendenza del Nord). In terzo luogo, la duplicazione sarebbe una scelta empirica: la necessità di avere pronto un piano B nel caso che il piano A non vada a buon fine. Tuccari però propende per una quarta ipotesi. A suo avviso il partito è oramai un partito personale che si riassume, per fan e avversari, nella figura del suo leader. E questo spiegherebbe la coesistenza di posizioni antitetiche che, al di là della loro incompatibilità, trovano la sintesi nella personalità del leader. Tuttavia, avverte, questo sarebbe anche un sintomo di fragilità.

L’analisi ha il merito di richiamare l’attenzione su di un fatto inconsueto. Tuttavia credo che di questa apparente incoerenza sia possibile dare un’altra, più lineare, spiegazione, che tiene conto dei caratteri originali del partito. In altri termini, per intendere il partito uno e bino occorre rifarsi alla sua storia. La Lega non solo, come ricorda Tuccari, è il partito più vecchio di tutti quelli presenti sulla scena politica ma ha origini ancora anteriori. Essa nasce negli anni Novanta del secolo scorso ma a sua volta è una fusione di preesistenti gruppetti autonomisti e antiunitari. Enclaves del tutto residuali che vivevano stentatamente ai margini estremi del sistema politico. Da qui deriva una caratteristica che ha sempre contraddistinto il partito leghista: una forte impronta identitaria che è appunto il portato di questa origine settaria. Quando, con la fine della guerra fredda e della prima repubblica, la Lega si trova catapultata al centro della vita politica italiana i dirigenti leghisti, dopo anni di vacche magrissime, si trovano improvvisamente a poter disporre di molte risorse materiali. Decine di seggi in parlamento, il finanziamento pubblico, molti altri posti in amministrazioni locali, addirittura alcuni dicasteri. Si capisce che non abbiano voluto mai rinunciare a tale pacchia e che abbiano fatto di tutto per mantenerla. Nell’autunno del 1994 i leghisti non esitano a far cadere il governo Berlusconi, quando capiscono che, nel medio periodo, avrebbe potuto erodere il loro bacino elettorale. Pur collocata nel centro destra la Lega ha sempre osteggiato una formazione comune con le altre forze politiche di quell’area, rimarcando in ogni occasione il tratto identitario. Questa propensione settaria, in cui la ragione di partito fa premio su ogni altra considerazione, spiega anche la duplice identità analizzata da Tuccari. In sostanza, la Lega è espressione di un ceto politico che deve perpetuare la propria esistenza. Rispetto a tale esigenza fondamentale tutto il resto è secondario. In questo scenario più generale, la coesistenza di formule politiche antitetiche non è un problema se consente comunque l’acquisizione del consenso.

 

 

 

 

* Insegna presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Federico II di Napoli