Ultimo Aggiornamento:
19 ottobre 2019
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L’Italia nella crisi internazionale

Paolo Pombeni - 19.07.2014
Guerra israeliana

Nel nostro paese la politica estera non è mai stata oggetto di un ampio interesse: a dispetto della nostra ossessione storica di sedere fra le “grandi potenze”, la capacità di avere una presenza internazionale di rilievo non è mai stata pari alle ambizioni. Di queste qualche uomo politico le ha avute “alte” (Fanfani, Craxi), qualche altro ci ha giocato furbescamente (Andreotti), i più hanno fatto slalom fra gli interessi dei nostri potenti vicini, con risultati altalenanti.

I momenti di tensione non sono mancati, anche se ancor oggi per esempio non sappiamo esattamente quale prezzo abbiamo pagato in termini di terrorismo interno negli anni Settanta per la grande crisi mediorientale.

Oggi però la situazione rischia di essere divenuta incandescente, perché, come non pochi analisti osservano, è finita la guerra fredda e il caos sembra crescere senza che vi siano più delle superpotenze a fare, come si diceva una volta, i poliziotti del mondo.

Se esaminiamo per un attimo cosa sta avvenendo in teatri in cui siamo coinvolti per le più diverse ragioni troviamo seria materia di riflessione. L’altra sponda del Mediterraneo, quella africano-nordorientale, è una polveriera: la Libia è un paese in anarchia, la situazione in Libano non è mai tranquilla, in Siria tutti sanno come stanno le cose, e adesso è tornata ad esplodere la polveriera israelo-palestinese. Si aggiunga la tensione fra Russia e Ucraina che sta dando vita ad una guerra civile che assume sempre più potenzialità esplosive, non da ultimo per la decisione di Mosca di armare a fondo le milizie secessioniste (in cui, fra il resto, sembra stia confluendo di tutto).

L’interesse italiano a cercare di non farsi travolgere da queste situazioni di guerra che si trovano più o meno alle porte di casa nostra non è data solo dall’enorme afflusso di profughi verso le nostre coste, fenomeno che inevitabilmente mette a dura prova la capacità di fronteggiare un fenomeno di dimensioni inaudite. Un occhio andrebbe anche dato al problema dell’interesse che ci potrebbe essere da parte di qualcuno a coinvolgerci in qualcuno di quei conflitti. In ogni caso, viste le nostre condizioni economiche non certo brillanti, la crisi nei rapporti commerciali e nella finanza internazionale che queste guerre e turbolenze comportano sono una minaccia molto seria a quel poco di “ripresa” che ci si aspetterebbe per dare all’Italia la spinta ad uscire dal tunnel della stagnazione, per non dire della recessione.

La domanda corretta da porsi è ovviamente se  abbiamo delle reali possibilità di giocare un ruolo nella gestione di questa complessa emergenza. La risposta realistica è che il nostro paese non ha grandi carte da giocare, ma questa è una condizione che condivide praticamente con tutti gli altri paesi europei. Anzi sembra essere la situazione in cui si trovano, più o meno, anche le tre super-potenze (o ex tali). Gli USA e la Russia sono in grado di farsi molti dispetti, ma non di riportare sotto controllo conflitti che sfuggono ormai al loro controllo. La Cina sembra concentrata sul suo ruolo “asiatico”, al massimo con qualche propaggine in Africa. Per il resto c’è una attività cinese di tipo commerciale-finanziario che si espande, ma al controllo dei conflitti Pechino non sembra pensarci.

Proviamo a ragionare su un dato che può spiegarci una parte almeno di questa mancanza generalizzata di controllo. Hamas ha fatto piovere su Israele migliaia di missili. Siccome non è roba che si compra al supermercato, c’è da capire che evidentemente siamo di fronte ad un mercato delle armi piuttosto sofisticato (sono entrati in scena anche dei droni), ma di un mercato che le grandi potenze non sono più in grado di controllare come facevano alcuni decenni fa. A quei tempi i “fornitori” di tecnologia bellica erano in grado di controllare i loro “clienti” agendo sul rubinetto dei rifornimenti militari. Oggi sembra non sia più così.

Si può disquisire come si sta facendo sulla stampa internazionale sulla dissoluzione dei sistemi di stati che la pace di Versailles del 1919 poi corretta dagli accordi di Potsdam del 1945 ha disegnato dopo il crollo del mondo “ottocentesco” avvenuto con le due grandi guerre mondiali. E’ un buon esercizio storico, ma ci dice poco su come si potranno riorganizzare le cose dal momento che per ora a dominare sembra sia una certa anarchia di forze.

L’Italia non può agire che dentro il quadro di una Europa che riscoprisse la necessità di avere davvero una politica estera comune. Da questo siamo piuttosto lontani per la gelosia dei grandi stati che non vogliono subire quello che considerano un declassamento e per la miopia degli stati medi e piccoli che si illudono che fomentando le risse fra i grandi la loro piccolezza li condizioni meno.

Il problema è che l’Europa ha una volta di più bisogno di leadership. L’Italia non ha realisticamente al momento nessuna personalità che sia in grado di coprire quel ruolo, ma purtroppo non ce l’hanno neppure gli altri paesi. E allora il lavoro dovrebbe essere quello di favorire il suo sorgere attraverso un lavoro collettivo che però richiede umiltà e pazienza.

Due doti che in questo momento scarseggiano ovunque.