Ultimo Aggiornamento:
06 luglio 2024
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L’incognita europea

Paolo Pombeni - 26.06.2024
Riunione G7 2024

Forse nella riunione del 27-28 giugno si arriverà ad una prima definizione del futuro assetto della governance dell’Unione Europea. Scriviamo “forse” perché ci muoviamo su un terreno dove qualche sorpresa è sempre possibile, sebbene al momento si diano per acquisite alcune linee di accordo almeno a livello dei membri del Consiglio Europeo. Poi ci sarà la prova dell’aula parlamentare ed è in vista di quella che si ragiona nella consapevolezza che le sorprese sono da mettere nel conto in una assemblea così vasta e formata da una pluralità non solo di formazioni politiche, ma di componenti nazionali al loro interno.

È alla posizione dell’Italia e di Giorgia Meloni che si guarda con particolare attenzione. La nostra premier rappresenta una certa novità della tornata elettorale e al tempo stesso una posizione personale tutt’altro che semplice. Sul primo versante potrebbe essere considerata la leader di un (sopravvalutato) vento di destra e come tale il personaggio da contenere o da blandire a seconda degli interessi in campo. Lo contrastano i leader delle componenti politiche che si sono viste ridimensionate, in qualche caso pesantemente, da uno spostamento degli umori elettorali verso la conservazione (non sempre semplicemente assimilabile alla tradizionale destra). Per loro dare riconoscimenti alla Meloni significa indebolire le proprie posizioni: stiamo in questo caso parlando di vertici di governi che traballano, ma anche di gruppi dirigenti di partiti che sentono il peso delle sfide che si sono aperte contro di loro. D’altro canto tendono a studiare il modo di blandirla coloro che da un lato pensano che un ridimensionamento delle sinistre non sia disprezzabile (per esempio varie componenti del PPE) e che dall’altro non dimenticano che comunque l’Italia è un membro “storico” della UE per cui converrebbe che lavorasse di concerto piuttosto che aprire contro di essa fronti polemici rischiosi in un momento di equilibri delicati.

Proprio in questo contesto si colloca la complessità, per non dire l’ambiguità di Meloni. Anche lei da un lato è tentata di giocare a fondo il ruolo della guida del conservatorismo e/o della destra che avanza in Europa: perché è comunque una posizione allettante, ma anche perché teme che nel caso se ne ritraesse lascerebbe campo libero ai suoi concorrenti nella destra radicale (Salvini in Italia, magari Le Pen a livello europeo). Dal lato opposto è consapevole di essere alla guida di un Paese i cui interessi non coincidono con le diatribe fra le forze politiche. Con la delicata posizione economica in cui ci troviamo (siamo sotto procedura di infrazione per l’eccesso di deficit) abbiamo bisogno di trovare sponde e non avversari nelle sedi comunitarie. Già la assurda decisione di perseverare nell’opposizione alla ratifica del MES per tener fede alle intemerate di fasi passate e per non lasciar spazio alle scempiaggini di Salvini non mette l’Italia in una posizione favorevole. Persistere in posture polemiche mette a rischio il nostro quasi diritto ad avere un commissario di peso e magari una vicepresidenza esecutiva.

Lo snodo di tutto sembra essere la posizione che la nostra premier prenderà in tema di sostegno alla candidatura di Ursula von der Leyen al vertice della Commissione. La possibilità che questa possa passare facendo perno solo sui voti del blocco popolari, socialisti, liberali è del tutto teorica, anzi secondo alcuni calcoli recenti non esisterebbe già più. Garantirsi la maggioranza includendo la componente dei Verdi ha costi molto alti. Si tratta di una forza che si è distinta per aver fatto passare politiche ambientaliste poco consapevoli della realtà con cui dobbiamo fare i conti, politiche che in definitiva hanno agevolato sia uno spostamento a destra dei consensi elettorali, sia la rinascita di un certo anti europeismo (si pensi al bando dei motori termici per sostituirli con quelli elettrici entro il 2035 o al pasticcio del piano per le case green). Per quanto i Verdi pur di entrare in maggioranza sembrino disposti a mitigare qualche loro intemerata è difficile immaginare che possano cambiare il loro approccio politico.

I voti di FdI potrebbero bastare a garantire la rielezione di von der Leyen e si sa che Meloni ha con lei un buon rapporto, ma anch’essi non sarebbero a costo zero per l’attuale maggioranza che nella UE ne sostiene la riconferma. Comporterebbe di affidare all’Italia un commissario di peso e si tratterebbe di una personalità inevitabilmente espressione del nostro governo in carica, ma per di più vorrebbe dire riconoscere a Meloni una posizione di rilievo nell’elaborazione delle future politiche comunitarie. Ciò avverrebbe anche se FdI e qualche eventuale altro voto del gruppo dei conservatori convergesse su von der Leyen perché con questo essi non entrerebbero nella maggioranza, ma ciò nonostante la presenza della nostra premier nel Consiglio europeo sarebbe rafforzata di molto e questo conterebbe più di tutto.

Come si vede la partita è molto complicata e i nostri interessi come Paese sono molto rilevanti. Ci sarebbe da sperare che non solo Meloni facesse prevalere le sue responsabilità come premier sulle sue ambizioni come capo politico (e già questo non sarà facile, considerando vari personaggi che le si muovono intorno), ma che la presenza di parlamentari italiani nelle forze che siedono a Bruxelles sapesse giocare di sponda. Non dimentichiamo che il PD è diventato la maggior componente del partito socialista europeo e quindi potrebbe anche avere un suo ruolo, considerando che uno dei “top jobs” tocca a questo partito. È poco confortante pensare che il candidato per il ruolo di presidente della UE sia il non proprio splendido esponente del socialismo portoghese Antonio Costa e che la componente italiana nel PSE non abbia una personalità capace di attirare su di sé la considerazione generale.