Ultimo Aggiornamento:
14 maggio 2022
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La guerra in Ucraina come guerra trasformativa e le sue conseguenze culturali

Tiziano Bonazzi * - 23.04.2022
Guerra

La guerra in Ucraina mi pare stia diventando una guerra trasformativa che pone fine ai trent'anni successivi alla caduta dell'Unione Sovietica nei quali la Russia non era tanto vista come una minacciosa concorrente quanto come un partner commerciale fornitore di materie prime e prodotti agricoli e la Cina acquistava potere e influenza senza sconvolgere gli equilibri internazionali ancora fondati sulla centralità, sia pur ridimensionata, degli Stati Uniti. La minaccia più immediata era l'islamismo radicale in medio Oriente e in Africa; una minaccia a cui l'Arabia Saudita e i paesi del Golfo ponevano un freno politico. Oggi, tuttavia, Russia e Cina stanno apertamente facendo della guerra in Ucraina una leva per uno scontro frontale con i paesi occidentali non solo a livello di politica di potenza; ma a un livello più profondo, culturale e ideologico, tendente a smontare la narrazione storica e politica della democrazia occidentale. La Russia lo fa con il suo nazionalismo slavista e imperiale raccolto attorno alla figura carismatica del leader e alla Chiesa ortodossa che tutto legittima con il manto della verità divina. La Cina con un nazionalismo fondato sulla sua storia millenaria di Impero di mezzo, centro dell'intero mondo e dei suoi popoli, nutrito di tradizione confuciana e raccolto attorno al Partito comunista e al suo leader che esprimono una democrazia non universale, perché l'universalismo è negato, ma cinese, partecipativa, però verticistica. Siamo di fronte a culture autoritarie che sentiamo estranee senza, però, negarne il fondamento storico profondo e, quindi, la capacità di creare consenso e di guidare i rispettivi popoli. Le culture con cui Russia e Cina intendono scardinare l'universalismo occidentale non ci appartengono, ma non siamo più in grado di dare per scontata la superiorità della “nostra” storia e cultura e la certezza del “nostro” destino di vedere gli altri popoli che le accettano e le interiorizzano.

          La domanda è cosa intendiamo quando parliamo di “nostro” perché fin dall'Ottocento il mondo euroamericano si è spaccato fra due ideologie entrambe appartenenti alla sua storia, il liberalismo democratico e il socialismo ed è attraverso queste lenti che guardiamo alla storia contemporanea compresi i due conflitti novecenteschi nati dalla degenerazione o, a seconda delle interpretazioni, dalla struttura stessa di quelle due tradizioni politiche, vale a dire il fascismo e il socialismo sovietico. Tutto bene fino a ieri. Oggi suggerisco almeno in via di ipotesi che occorra cambiare prospettiva e si debba riconoscere non solo che la storia euroamericana non è stata una storia universale, ma quella di una parte del mondo che ha potuto elevarla a verità storica globale soprattutto per il dominio che le principali nazioni sulle due sponde dell'Atlantico hanno esercitato su larga parte dei popoli. Un dominio coloniale e imperialistico, un'egemonia economica e culturale che non è, però, mai riuscita ad annientare le storie e le culture di quei popoli. Ecco allora che, a mio avviso, la storia euroamericana acquista una sua unità e diviene, in tutte le sue conflittuali componenti, la storia della parte del mondo che è uscita dall'Illuminismo e dalla sua rivoluzione culturale che ne ha trasformato la tradizione  - l'ancien régime possiamo dire - e ha dato vita alla società borghese e alla rivoluzione industriale. La questione essenziale di tale storia diviene allora, sempre in via di ipotesi, non la frattura fra liberalismo e il suo parente stretto, la liberaldemocrazia, da un lato e l'universo socialista, e il suo figlio maggiore, il marxismo, dall'altro; bensì la continua, terribile lotta fra lo spirito critico nato con l'Illuminismo e la tradizione. Una lotta senza fine perché entrambi sono figli legittimi e vivi della stessa storia, come un animale mitico a due teste che si mordono, ma fanno parte dello stesso corpo. La novità, tuttavia, che segna il predominio nel mondo euroamericano di una delle due teste, quella di derivazione illuminista, è proprio lo spirito critico che lo pervade, il sapere aude kantiano radicalizzato dalle rivoluzioni americana e francese. Uno spirito che non è prevalso nelle tre culture che lo stanno con successo sfidando, quelle islamica, russa e cinese.

          Il tema odierno, allora, mi pare sia come rinnovare e riproporre lo spirito critico illuminista che ci pervade per non essere travolti dalla forza degli altri mondi culturali. Un ripensamento da fare alla luce della situazione in cui la realtà trasformativa della guerra in Ucraina ci colloca. Per farlo ritengo sia bene partire dal fatto che le società euroamericane negli ultimi duecentocinquant’anni sono diventate vieppiù complesse e vieppiù flessibili. Non è stata l'uguaglianza a caratterizzarle; ma il crescere delle possibilità di gestire la propria vita, di fare delle scelte di vita autonoma. Soprattutto mi par vero che sia venuto decrescendo in modo radicale il bisogno di avere un decisore pubblico e ultimo che indichi autoritativamente i comportamenti individuali e sociali leciti, sia esso una chiesa cristiana interprete del Dio creatore e giudice, una nazione per la quale vale il detto di origine statunitense my country right or wrong, un leader che incarna in sé il popolo oppure una classe la fedeltà alla quale è garantita da un partito. Non è che cristianesimo, nazionalismo, leaderismo o senso di classe siano scomparsi, semplicemente si pongono come una delle possibilità di vita e non hanno più la forza di essere giudici ultimi dei comportamenti individuali e sociali. Le nostre società provano a esistere in una situazione di continua ricerca di equilibri momentanei, di una omeostasi che non sia costrittiva. E' questo l'esito ultimo dello spirito critico divenuto pluralismo e oggi autodefinizione degli individui e dei gruppi in una prospettiva inclusiva. Per carità, non sto proponendo un dover essere, ma solo una tendenza storica piena di conflitti e di contraddizioni, una tendenza e non un punto di arrivo, un passaggio che porterà ad altre trasformazioni. Una tendenza, per di più, che, visto che le nostre società sono società tendenzialmente aperte, crea infinite resistenze legate al mondo della tradizione. L'attacco si palesa nel modo più crudo nelle guerre culturali che si combattono da oltre trent'anni negli Stati Uniti e li spaccano in fazioni nemiche. Guerre che trovano un pendant, una corrispondenza precisa all'esterno in quanto detto pochi giorni fa dal Patriarca Kyrill di Mosca per il quale lo spartiacque fra il bene e il male, cioè fra Russia e Occidente, si palesa nelle parate del gay pride. Il problema per noi, allora, è come convivere in società che paiono polverizzarsi in una miriade di scelte individuali che contengono la possibilità reale di distruggere la società, cioè il senso di comunità fra i suoi membri. Un problema vitale per continuare a vivere nello spirito critico dell'Illuminismo dal quale nasciamo e per proporci come una cultura vitale nel confronto con le ideologie dell'autorità e della tradizione con le quali ci dobbiamo confrontare. Mi pare che al centro della nostra agenda culturale e ideale sia ormai come ottenere momenti di omeostasi nella realtà vieppiù fluida in cui viviamo, quale minimo comun denominatore – l'espressione è debole, ma tant'è - si possa individuare e  perseguire senza costruire nuovi idoli.

 

 

 

 

* Professore emerito di Storia Americana – Università di Bologna