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06 luglio 2024
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La fragile indipendenza del Kosovo

Miriam Rossi * - 13.09.2014
Hashim Thaçi

Manca poco meno di una settimana al referendum indipendentista della Scozia, guardato con profonda attenzione dall’Europa intera e soprattutto da quelle minoranze che anelano ad analoghe forme di espressione della propria autodeterminazione. Intanto i riflettori hanno smesso di essere puntati sui Balcani, laddove continua la sua stentata esistenza come Stato indipendente quella regione principalmente di etnia albanese che anni fa ha invece optato per la soluzione armata. Auspicabilmente, nel prossimo decennio l’apertura delle carte d’archivio consentirà di ricostruire con maggiore chiarezza il conflitto che contrappose tra il 1996 e il 1999 le forze serbe e quelle kosovare albanesi, e di valutare la lungimiranza politica delle forze della comunità internazionale che sostennero (o decretarono) l’indipendenza del Kosovo il 17 febbraio 2008, quando il territorio era ancora sotto amministrazione ONU. Una vicenda che, più delle altre scaturite dall’implosione della Jugoslavia nei primi anni Novanta, continua a creare profonde tensioni in una popolazione lacerata dall’odio interetnico, da timori di assorbimento, oltre che dal ricordo dei dolori di una guerra civile tra le più terribili che l’Europa contemporanea ricordi.

La guerra ha costituito un profondo spartiacque nelle relazioni geo-politiche ed economico-commerciali del Kosovo. A un rapporto forzatamente prediletto con una Serbia prima a fatica considerata patria e ora percepita come sicura nemica (o ex nemica) insieme a tutti i suoi alleati, Russia in primis, si sono sostituiti stretti legami con le potenze liberatrici dal “tirannico giogo serbo” infiammato dal conflitto armato: gli Stati Uniti e gli altri Paesi occidentali a cui va la gratitudine pubblica per l’ottenuta indipendenza. L’Italia è tra questi, di certo in virtù della posizione interventista tenuta durante il conflitto. Accanto alle nuove alleanze, il Kosovo indipendente ha l’onore-onere di relazionarsi con le forze multilaterali NATO della KFOR (Kosovo Force), ospitate sul territorio a cui continuano a garantire stabilità e sicurezza, con gli inviati della EULEX (la missione dell’Unione Europea che dal 2008 coadiuva le autorità kosovare nella costruzione dello Stato di diritto del Paese), e con una miriade di organizzazioni governative e non, le quali hanno sostituito gli iniziali progetti emergenziali post-conflitto con la fornitura di altrettanto vitali servizi sanitari, alimentari, scolastici e di riconciliazione, nell’ordine di una costruzione di uno Stato moderno e in grado di amministrare efficacemente la sua indipendenza.

L’indipendenza del territorio è ancora al centro dei dibattiti politici e diplomatici internazionali. Dei 193 Stati che compongono la comunità mondiale, soltanto 108 hanno concesso il proprio riconoscimento ufficiale. In Unione Europea sono 5 gli Stati membri che non hanno riconosciuto il Kosovo, individuando in tale azione il pericolo di una destabilizzazione interna dinanzi alle istanze di maggiore autonomia, se non di autodeterminazione, per le loro minoranze nazionali. Non stupisce affatto che fra questi ci siano la Spagna alle prese con le storiche richieste di autodeterminazione di Paesi Baschi e Catalogna, e Cipro dinanzi all’irrisolta questione dell’auto-proclamazione di una Repubblica Turca di Cipro del Nord. Sul fronte europeo del “no” al riconoscimento siedono anche la Romania, preoccupata del concretizzarsi delle aspirazioni indipendentiste della Transnistria, la regione secessionista della Moldova; la Grecia che ipotizza una sorta di sdoganamento dell’irredentismo panalbanese nella regione adriatica della Ciamuria; nonché la Slovacchia, timorosa dell’acuirsi di politiche secessioniste da parte della minoranza ungherese che popola il meridione del Paese.

In questo contesto, le elezioni politiche che si sono svolte in Kosovo lo scorso 8 giugno, e che hanno confermato il premier uscente del Partito Democratico, Hashim Thaçi, non hanno dato alcuna soluzione di stabilità politica al Paese. A distanza di 3 mesi, la situazione politica in Kosovo resta in pieno stallo: l’arduo lavoro di costruzione di una maggioranza parlamentare di fatto si è arrestato sul punto nodale della stabilizzazione dei rapporti con la vicina Serbia, nella direzione del depotenziamento di una frontiera calda. Un’ambizione che sembra aver spinto gli Stati Uniti a “porre un veto” alla partecipazione nella coalizione di governo di quei partiti non disposti a favorire i negoziati di pace con il governo di Belgrado. A questa situazione si è aggiunta la recente sentenza della Corte costituzionale di sospensione del nuovo presidente del parlamento, Isa Mustafa, nominato da un’alleanza dei partiti dell'opposizione senza aver dato la possibilità al partito di maggioranza di esprimere un proprio candidato. Per tali ragioni, la settimana in corso potrebbe rivelarsi decisiva per il futuro della fragile democrazia kosovara e del Paese stesso: nella direzione di una diversa coalizione di governo o piuttosto verso la convocazione di nuove elezioni.

 

 

 

 

* Redattrice di Unimondo e Dottoressa di ricerca in Storia delle Relazioni e delle Organizzazioni Internazionali