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16 ottobre 2019
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La "fluida stabilità" del mercato elettorale

Luca Tentoni - 17.09.2016
Sondaggi politici

La presenza di più soggetti competitivi nel panorama politico nazionale rende il "mercato elettorale" ricco e sembra agevolare la "fluidificazione" di segmenti sociali e aree culturali e geografiche che un tempo risultavano del tutto impermeabili ad offerte diverse rispetto a quelle tradizionali. Non sono soltanto i partiti o movimenti nati o rinnovati negli ultimi anni ad avere più facilità nel conquistare posizioni in classi che sembravano patrimonio quasi esclusivo di certe parti politiche. C'è anche l'astensionismo: di gran lunga è la scelta più forte, quella che oggi sembra essere diventata il rifugio ultimo e sicuro per i delusi di tutte le tendenze e di ogni classe sociale. In questo quadro così "mobile", nel quale persino un raffronto fra i dati elettorali dei più recenti sondaggi e quelli del 2013 evidenzia scostamenti rilevanti per i singoli partiti (soprattutto nel centrodestra, dove il rapporto fra ex Pdl-Forza Italia e Lega è passato in tre anni da 21,6 a 4,1 per il partito di Berlusconi ad una sostanziale parità intorno a quota 12-14%) comincia però a farsi strada una possibile nuova tendenza. Si tratta di un fenomeno del quale ad oggi abbiamo solo flebili prove, ma che potrebbe avere un rapporto di causa/effetto con una possibile modifica dell'Italicum (l'eventuale passaggio dal premio di lista a quello di coalizione). Si osserva, infatti, nei sondaggi degli ultimi mesi, una sostanziale corrispondenza (con scarti inferiori al 3% dei voti) fra le attuali famiglie politiche e gli "antenati" del 2013. In particolare, per quanto riguarda l'area di governo (comprendente il Pd e i centristi che tre anni fa si presentarono con Scelta civica, oggi nella maggioranza) si assiste ad una certa prossimità fra le percentuali di voto attribuite attualmente alla "coalizione Renzi" e quella ottenuta dai gruppi d'origine alle scorse politiche (intorno al 35%). La presenza o assenza del Ncd nel calcolo (il partito non si era presentato nel 2013 come soggetto autonomo) fa rientrare comunque la cifra nel margine del 3% che qui intendiamo assumere come lo scostamento massimo fisiologico per una coalizione fra un'elezione e l'altra. Si potrebbe inoltre fissare una seconda quota al 6%, oltre la quale si avrebbe - fra un turno elettorale politico e il successivo - uno spostamento tale da alterare la fisionomia del sistema partitico (superiore, dunque, a quanto Giorgio Galli osservò nel periodo 1946-'66: "elezioni politiche (...) che spostano il 5-6% dell'elettorato lungo l'arco d'un ventennio"; "Il bipartitismo imperfetto", pagina 128). Assumendo che uno scarto/saldo del 3% all'interno di una coalizione di governo o di un "polo" sia fisiologico, indipendentemente dalle più ampie variazioni percentuali fra partiti alleati (che possono tranquillamente scambiarsi più del 3% per differenziare l'offerta pur facendo restare i delusi di un partito nell'alveo della stessa area politica) e che il superamento del 6% indichi un passaggio importante (e di mutamento) per il sistema politico, osserviamo che, dopo il grande cambiamento del 2013 (considerando il centrodestra in versione "classica" CDL e il centrosinistra in versione "Unione", il polo berlusconiano ha perso il 23% e quello ex prodiano il 10%) fra i dati di tre anni fa e i sondaggi di questi ultimi mesi si è rientrati (provvisoriamente o definitivamente? Questo è il problema) in margini di oscillazione (nei primi due casi a livello coalizionale) inferiori o pari al 3% per il centrodestra, l'area di governo e il M5S. Durante la Prima Repubblica, le maggioranze di governo non hanno mai avuto complessivamente guadagni o perdite di voti superiori al 6% (con l'eccezione del 1948, 1953 e del 1992, vere e proprie elezioni di svolta). Variazioni oltre il 3% si sono osservate nel 1968 (centrosinistra -3,02%, per il fallimento dell'unificazione socialista alla prova delle urne e la concorrenza del Psiup nei confronti del Psu) e nel 1976-1979 per le forze che avrebbero sostenuto (anche con la "non sfiducia") i governi di "solidarietà nazionale" (in questo caso, però, la mobilitazione bipolarizzante Dc-Pci del '76 rientra, già nel '79, a livelli non troppo distanti da quelli del '72: i due maggiori partiti passano dal 66,8% al 73,1% e poi tornano, nell'ultima elezione politica del decennio, al 68,6%; gli alleati - Psi, Psdi, Pri – restano invece stabili fra il 16 e il 17%). Durante la Seconda Repubblica gli unici assestamenti superiori al 3% si registrano nel 1996 (che però è la prima vera elezione del nuovo sistema partitico) e nel 2008 (col crollo della sinistra radicale e il rafforzamento complessivo dell'area - intesa in senso più ampio - del centrodestra). I sistemi partitici che abbiamo conosciuto dalla nascita della Repubblica si sono dunque caratterizzati per due peculiarità: la stabilità complessiva in termini di percentuale dei voti della coalizione di maggioranza (entro il 3% di scostamento fra un'elezione e l'altra per ciascuna delle formule – centrismo, centrosinistra, pentapartito, eccetera – che si sono succedute, considerando anche il turno elettorale politico immediatamente precedente e successivo al ciclo di governo di ognuna di esse) e quella (nella Seconda Repubblica) di ognuno dei due poli. Il tutto, con le eccezioni rilevanti del periodo 1948-'53, 1992, 2013 e con qualche assestamento intermedio poco frequente. Va aggiunto che per analizzare i risultati elettorali della Seconda Repubblica abbiamo aggregato in poli solo i partiti che ne hanno fatto stabilmente parte, anche quando l'unità (nel centrodestra e/o nel centrosinistra) non si è poi effettivamente realizzata in un'alleanza elettorale; abbiamo inoltre escluso gli occasionali "compagni di viaggio": il nostro interesse, infatti, è quello di delineare il comportamento delle famiglie politiche. L’epoca centrista, ad esempio, fu caratterizzata dall’exploit democristiano del 1948 (riassorbito nel 1953) ma poi vide scostamenti medi (fra il 1953 e il 1963) dell’1,7% (dopo il -12,5% del passaggio 1948-1953). Il centrosinistra esordì alle urne nel 1963 col 58,6% dei voti ma nel 1972 era attestato sul 56,3% e – dopo l’esperienza della “solidarietà nazionale” - alle elezioni del 1979 (prima della nascita del pentapartito) poteva contare ancora sul 55% dei voti. La coalizione Dc-Psi-Pri-Psdi-Pli, invece che nacque col governo Spadolini nel 1981, aveva alle spalle il dato delle politiche 1979 (56,9%) e si mantenne sullo stesso livello fino al 1987 (1983: 56,4%; 1987: 57,3%) per scendere nel 1992 al 50,5% (peraltro, col Pri che già da un anno non faceva più parte dell’alleanza di governo e in presenza di un passaggio elettorale epocale, l’ultimo della Prima Repubblica). Nella Seconda Repubblica, il centrosinistra e il centrodestra si sono attestati su soglie abbastanza stabili (fra il 42 e il 45% il primo, fra il 48 e il 51% il secondo): l’esito delle consultazioni è stato spesso determinato più dalla capacità di trasformare in coalizione elettorale la “famiglia politica” teoricamente corrispondente (decisivo il ruolo da un lato di Rifondazione comunista e dall’altro della Lega) che dalla scelta di alcuni soggetti politici intermedi (l’Udeur, i radicali fra tutti) di aderire ad uno dei due raggruppamenti maggiori. Dal 1994 al 2008, infatti, il centrodestra ha sempre avuto più voti del centrosinistra, ma ha vinto nel 1994, 2001 e 2008, perdendo invece nel 1996 e 2006 proprio a causa della struttura coalizionale propria e di quella avversaria. Lo scarto medio in percentuale fra un’elezione e l’altra, fra il 1996 e il 2008, è stato di circa il 3% per il centrodestra e della metà per il centrosinistra. Tornando ad oggi e comparando queste regolarità del sistema politico italiano della Prima e della Seconda Repubblica con le tendenze attualmente delineate dai sondaggi notiamo che, se le coalizioni possibili (o le aree politiche) si mantengono all'interno di un margine del 3% di scarto rispetto al 2013, gli spostamenti di voti all'interno di ciascuna "famiglia" sono però molto superiori alla media della Prima e della Seconda Repubblica. Un riequilibrio come quello attuale fra Pdl-FI e Lega, ad esempio, sarebbe stato impensabile fra Dc e Psi negli anni ’80, ma anche fra FI e AN nel 2001-2006. In altre parole, il sistema non è affatto stabilizzato come i numeri sembrano dirci: le prove raccolte che potrebbero farci orientare verso un possibile consolidamento, come si accennava all'inizio, restano flebili e per certi versi ambigue. È vero, dunque, che il vecchio voto "di area" può avere ancora un ruolo nel canalizzare i delusi verso partiti affini anzichè in direzione di quelli del polo avverso (ancora oggi gli scambi fra centrosinistra e centrodestra tradizionali sono trascurabili) e che un eventuale ritorno del premio di maggioranza alla coalizione vincitrice delle "politiche" potrebbe consolidare certi "argini", ma è anche vero che in caso di ballottaggio c'è un polo (il M5S) capace di attrarre i voti degli elettori del raggruppamento escluso dal secondo turno, soprattutto se quest'ultimo è il centrodestra. Nel dibattito sull'eventuale modifica della legge elettorale e persino su quello relativo all'esito del prossimo referendum costituzionale bisogna dunque tenere conto di questa "fedeltà incerta" dell'elettorato, ma soprattutto del fatto che - come si nota anche da alcuni sondaggi - se entra in crisi un grande partito è l'astensionismo a trarne vantaggio. È il non voto il vero protagonista di questa fase, la forza (vera, anche se eterogenea e fluida) che può decidere le prossime politiche, delineando la "griglia di partenza" del primo turno e decidendo la sorte del ballottaggio. Così com'è più che probabile che l'affluenza alle urne possa far pendere l'ago della bilancia in un senso o nell'altro in occasione del referendum costituzionale.