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21 novembre 2020
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La "finestra elettorale" del 2017

Luca Tentoni - 30.01.2016
Elezioni 2017

Il referendum confermativo costituzionale previsto per il prossimo ottobre potrebbe accelerare la conclusione della legislatura. Allora, infatti, le Camere avranno appena quindici mesi di "vita" residua, perchè nel 2013 si è votato a febbraio. L'eventualità che gli italiani siano chiamati alle urne per le elezioni politiche già nella tarda primavera del 2017 (maggio-giugno) diventa la più probabile, anche perchè, in fondo, si tratterebbe di un anticipo di 8 mesi sulla scadenza naturale. Inoltre, votando nel 2018, la necessità di sovrapporre parte della campagna elettorale con il dibattito sulla Legge di stabilità (per di più, con un Senato che - se passasse la revisione costituzionale - potrebbe diventare ingovernabile, a poche settimane dal "liberi tutti") renderebbe complessa la gestione degli ultimi mesi di legislatura. Così, molti indizi sembrano condurci verso il possibile anticipo del voto al 2017. Il più importante è il referendum confermativo, vero snodo politico della legislatura. Qui abbiamo due possibili conseguenze: una politica, l'altra in parte anche tecnica. La prima è data dal fatto che - per ammissione dello stesso Renzi - la consultazione finirà per diventare anche un giudizio sul presidente del Consiglio. In modo simile a D'Alema nel 2000 (elezioni regionali) e Craxi nel 1985 (referendum sulla "scala mobile"), anzi con maggior forza, il leader del Pd ha affermato che in caso di sconfitta abbandonerà il campo. In altre parole, se dalle urne uscisse un "no" alla riforma costituzionale, il governo si dimetterebbe. In tal caso la parola passerebbe al Presidente della Repubblica che dovrebbe verificare prima la possibilità di dar vita ad un nuovo Esecutivo presieduto da un diverso esponente del Pd e poi scegliere se dare un incarico per formare un governo tecnico-balneare volto all’approvazione delle leggi di bilancio e gestire l'anno restante della legislatura, o se - eventualità più probabile - sciogliere le Camere e chiamare gli italiani alle urne a gennaio 2017. La possibilità di un governo-ponte in caso di vittoria dei "no" al referendum potrebbe essere più forte se i partiti sentissero la necessità di estendere al Senato (che resterebbe eletto direttamente dal popolo) l'Italicum valevole per la sola Camera dei deputati. La permanenza dell'attuale sistema bicamerale, infatti, renderebbe perfettamente inutile (come nel 2013) l'attribuzione di un premio di maggioranza a Montecitorio, non essendovene uno per Palazzo Madama. Riflettendoci, legge elettorale e provvedimenti economici sono i classici "ingredienti" di un governo di transizione, tecnico o politico che sia. Il referendum confermativo non influirebbe sul destino della legislatura solo in caso di vittoria del "no". Se vincesse il sì, Renzi potrebbe essere tentato di sfruttare l'onda del successo per andare subito ad elezioni anticipate. Le esperienze delle europee 2014 e delle regionali 2015 insegnano che il “momento di grazia” potrebbe non durare per un anno e che la "cresta dell'onda" sarebbe in grado di riportare l’attuale premier a Palazzo Chigi soltanto se presa subito. Se si votasse nel 2018, invece, il leader del Pd dovrebbe ricominciare la sua campagna elettorale da capo, senza contare sugli effetti - a quel punto lontani - della consultazione referendaria. C'è poi un secondo motivo, insieme tecnico e politico, che fa pensare ad elezioni anticipate nel 2017. Se vinceranno i sì, il Senato continuerà a sopravvivere nella sua forma e funzione attuale solo "in proroga". Di fatto, sarà un ramo del Parlamento che difficilmente potrà esprimere pareri diversi rispetto a Montecitorio senza incorrere nell'accusa di essere un'assemblea obsoleta in via di scioglimento e praticamente "delegittimata" dal voto popolare. Poichè già oggi Palazzo Madama ha una composizione politica frammentata e non rappresenta un punto di forza della maggioranza di governo, è facile pensare che nell'ultimo anno di "convivenza" fra Camera, Senato e governo si possano sviluppare tensioni dall'esito imprevedibile. Andando al voto già nel 2017, invece, il problema sarebbe risolto. Inoltre, non si vede perchè la realizzazione di un obiettivo (la differenziazione del bicameralismo) che ha costituito una delle principali ragioni d'essere dell'attuale dirigenza del partito di maggioranza relativa debba essere lasciata in sospeso per un anno, fino alla scadenza naturale della legislatura. Poichè Palazzo Madama si rinnoverà quando sarà sciolta l'Assemblea di Montecitorio, la "rottamazione" del vecchio Senato non potrà facilmente essere rinviata a lungo: è anche una questione d'immagine, oltre che politica. Molti degli scenari fin qui tracciati ci portano alle elezioni anticipate del 2017. A meno che, nel frattempo, le circostanze e gli eventi politici non conducano alla creazione di maggioranze più ampie, necessitate da eccezionali problemi interni o internazionali oggi non prevedibili: in tal caso, l'approdo naturale del 2018 sarebbe l'esito più scontato. Ma, allo stato attuale dei fatti, è molto probabile che pochi mesi dopo il referendum confermativo costituzionale avremo - indipendentemente dalla vittoria del "sì" o del "no" - nuove elezioni politiche in Italia.