Ultimo Aggiornamento:
18 ottobre 2017
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La diaspora liberaldemocratica

Luca Tentoni - 01.04.2017
Ugo La Malfa

Il giorno successivo alle celebrazioni del sessantesimo anniversario della Comunità europea, il 26 marzo scorso, si ricordava - molto in sordina, peraltro - la scomparsa di Ugo La Malfa (avvenuta nel 1979). Il leader repubblicano era uno dei più convinti europeisti, però la sua eredità politica - e in generale quella dei liberal-democratici, degli azionisti e dei liberali italiani - sembra essersi smarrita nella Seconda Repubblica, diluita in grandi contenitori partitici di diversa ispirazione ideale. Al Parlamento europeo, le grandi famiglie socialista e popolare sono composte da molti rappresentanti italiani, ma l'ALDE (il gruppo liberaldemocratico erede dell'ELDR) no. Repubblicani e liberali, ai quali potremmo aggiungere, con tutte le riserve possibili, i Radicali (i tre partiti diedero vita ad una lista comune alle europee del 1989, che però ottenne solo il 4,4%) hanno sempre rappresentato un'"Italia di minoranza". I percorsi politici di Pri e Pli, che sono stati comuni negli anni Cinquanta, si sono però distinti e allontanati nettamente con l'approssimarsi della stagione del centrosinistra; negli anni Settanta, inoltre, il ruolo del Pri nell'incontro fra Dc e Pci fu ben lontano dall'atteggiamento che i liberali assunsero nei riguardi di quella operazione politica. Con la fine del decennio e l'avvio della stagione del pentapartito, tuttavia, repubblicani e liberali si riavvicinarono, giungendo persino - in nome della comune appartenenza al gruppo liberale dell'Europarlamento e a visioni politiche ormai non troppo dissimili - a dar vita a due liste comuni: prima di quella già citata con i radicali nel 1989 (a proposito: il Pr nasce da una scissione a sinistra del Pli negli anni Cinquanta e si allea col Pri alle politiche del 1958, anche se è negli anni Settanta che il partito, con Marco Pannella, assume le caratteristiche che lo contraddistingueranno per almeno tre decenni) c'era stata quella del 1984 (europee), quando l'8% ottenuto complessivamente da Pri e Pli alle politiche dell'anno precedente si riduceva al 6,1%, con una perdita di ottocentomila voti. Due esperimenti, come quello della "Federazione laica", che non erano stati sostenuti dagli elettori. Del resto, la stessa idea che Pri e Pli potessero costituire un "polo laico" liberal-democratico destinato a confluire in un comune soggetto politico era giudicata sfavorevolmente anche da alcuni esponenti dei due partiti. Ciò non voleva dire, però, che repubblicani e liberali - soprattutto per quanto attiene alle posizioni dell'ultimo decennio della Prima Repubblica - non potessero ormai considerarsi, all'inizio degli anni Novanta, parte di una sola area ben delimitata e sufficientemente omogenea. La dimensione elettorale dell'area liberaldemocratica in senso stretto (Pri-Pli) è sempre stata compresa fra il 4,5 e il 7%, tranne rare eccezioni: un voto prevalentemente di opinione, che sul piano politico aveva molto più peso che su quello numerico. I risultati delle elezioni politiche della Prima Repubblica lo confermano: 1948, 6,3% (anche se la collocazione del Pli nel Blocco nazionale rende poco significativo il dato); 1953, 4,7%; 1958, 4,9% (lista Pri-radicali e Pli); 1963, 8,3% (il dato eccezionale è dovuto allo spostamento del Pli a destra, in opposizione al centrosinistra voluto dal Pri: qui, la strada dei due partiti si divide per più di un decennio, fino alla conclusione della segreteria Malagodi); 1968, 7,8%; 1972, 6,7%; 1976, 4,4%; 1979, 5% (con la svolta del Pli di Zanone e l'avvio della stagione che porterà al primo pentapartito guidato dal repubblicano Spadolini, nel 1981); 1983, 8% (altro dato eccezionale, dovuto in parte al crollo della Dc di De Mita, ma in parte anche all'"effetto Spadolini", che porta il Pri dell'ex premier al record del 5,1% dei voti); 1987, 5,9%; 1992, 7,2% (col Pri fuori dal pentapartito e il sistema politico della Prima Repubblica all'inizio della dissoluzione). La percentuale media ottenuta da Pri e Pli nelle prime undici elezioni per la Camera dei deputati (1948-1992) è del 6,3%: quella dei liberali è pari al 55,2% dell’intera area (3,47% medio contro il 2,81% del Pri). Tuttavia, i rapporti di forza nell’area liberal-democratica mutano molto durante la Prima Repubblica. Nella prima fase (1948-1968) i voti al Pli oscillano fra il 60,6 e l’83,6% di quelli totali (la proporzione aumenta fra il ’53 e il ’63 per declinare nel ’68); nel 1972 il Pri sale al 42,4% (guadagnando lo 0,9% in termini di percentuale assoluta dei voti, a fronte del calo del Pli, che passa dal 5,8% del ’68 al 3,9%); la terza fase (1976-1992) è invece caratterizzata dal predominio dei repubblicani, che rappresentano costantemente fra il 60,6 e il 71% dell’area. Le percentuali medie dei tre periodi sono: 1948-’68, Pri 1,8%, Pli 4,8% (totale 6,6%); 1972, Pri 2,9%, Pli 3,9% (totale 6,8%); 1976-’92, Pri 3,9%, Pli 2,2% (totale 6,1%). Questa “famiglia politica”, che è stata rappresentata negli anni, a livello istituzionale e culturale, da intellettuali come Mario Pannunzio e il gruppo del "Mondo" e da leader quali Ugo La Malfa, Giovanni Spadolini, Luigi Einaudi, Gaetano Martino, ha avuto, tra tutte, anche caratteristiche ancora attuali: l'europeismo, la politica dei redditi e il rigore in campo economico, l'attenzione verso i diritti (le campagne per il divorzio e l'aborto, condotte con i radicali e le altre forze politiche), il “culto” del civismo e dei doveri, la ricerca del dialogo con le altre forze politiche (soprattutto il Pri del centrosinistra, che andava oltre, come nel confronto fra La Malfa e i comunisti Pietro Ingrao e Giorgio Amendola), la laicità dello Stato. Pri e Pli non sono mai stati "partiti antisistema" (i repubblicani in particolare erano considerati "la coscienza critica" della Repubblica). La Malfa, nel 1974, affermò: "Se capeggiassi un movimento di rivolta al sistema avrei tre-quattro milioni di voti. Non li potrò mai avere questi voti. Sono un uomo del sistema, della democrazia così come è nata dopo la Liberazione, mi muovo nel quadro dei partiti. L’ansia antipartitica che sta investendo il Paese non può essere accarezzata. Il compito nostro, di noi politici è di incanalarla, non di servirla o essere asserviti ad essa". Con la fine del sistema dei partiti, nel 1993-'94, l'area liberaldemocratica conosce una diaspora mai più ricomposta, verso destra (FI) e verso sinistra (Ds, Alleanza democratica, partiti centristi dell'Ulivo). Il centro, che nella Prima Repubblica è il fulcro di ogni alleanza politica possibile, diviene fra il 1994 (quando Ppi e Segni sperimentano a caro prezzo le difficoltà del sistema prevalentemente maggioritario introdotto col Mattarellum) e il 1996 (quando il Pri si allea col centrosinistra entrando nella lista dei Popolari per Prodi; il Pri passerà poi nel centrodestra, nel primo decennio degli anni Duemila) un luogo di confine nel quale non si può restare, in una logica nuova nella quale ci si deve schierare con uno dei due poli (Centrodestra e Ulivo) in lizza. Gli stessi tentativi "spuri" di formare liste o partiti che si richiamano vagamente agli ideali liberaldemocratici (la lista Dini e Scelta Civica di Monti, le quali ottengono rispettivamente il 4,3% alle politiche del 1996 e l'8,3% alle politiche del 2013) vivono stagioni brevi. Alle elezioni europee del 1999 si presenta, ancora una volta, una lista comune composta da Pri e Federazione dei Liberali, ma ottiene solo lo 0,54% dei voti e un seggio (il Pri, da solo, aveva avuto lo 0,74% alle europee 1994 con un seggio, mentre nel 2004 avrebbe conseguito lo 0,72%, ma senza rappresentanti all'Europarlamento). Al di là delle scelte dei singoli esponenti dei partiti della vecchia area liberaldemocratica e dei tanti soggetti politici (quasi tutti di dimensioni minime, in termini di voti), resta un dato di fatto: quella componente della nostra storia repubblicana è l'unica a non avere più un partito competitivo di riferimento. Nel resto del panorama politico, l'offerta partitica è ricca e può in qualche modo soddisfare un po' tutti: ci sono soggetti in grado di rappresentare gli ex elettori del Pci, del Psi-Psdi, della sinistra estrema, della Dc, del Msi; ci sono inoltre soggetti nuovi (il M5S) e alcuni già presenti nella parte conclusiva della Prima Repubblica (la Lega). Resiste, sia pure sotto forme diverse, l'area radicale, passata attraverso numerose vicende politiche, ma in grado di mantenere una presenza ben più visibile e numericamente forte (anche se non in modo così rilevante) rispetto a quella liberaldemocratica. Dei partiti esistenti nel 1987-'92, forse solo i Verdi hanno avuto una fase elettorale discendente (ma sopravvenuta, nel loro caso, solo dopo il 2008, cioè con la fine del "centrosinistra allargato" costituito dall'Unione) come quella dei tanti eredi - diretti o indiretti - di Pri e Pli. Anche se alle prossime elezioni politiche si votasse col proporzionale ritagliato dalla Consulta per Camera (2017) e Senato (2014), la soglia di sbarramento per Montecitorio renderebbe difficili aggregazioni di quell'area (che, peraltro, non sono neanche in vista). Se dunque gli elettori della Prima Repubblica (che oggi hanno almeno 43 anni, poichè i più giovani ad aver votato nel 1992 sono nati nel 1974) possono in qualche modo ritrovarsi nelle proprie famiglie politiche (i socialisti, i popolari, la destra) o in soggetti nuovi o rinnovati, i liberaldemocratici restano divisi e "ospiti" in case altrui. La Seconda Repubblica è stata caratterizzata dalla marginalità dei soggetti politici intermedi e collocati al centro - come si accennava - oltre che da due o tre grandi blocchi (costruiti per vincere e governare, cioè a vocazione maggioritaria: l'opposto della "vocazione minoritaria" tipica di Pri e Pli) e guidati da leader mediaticamente molto forti (come Berlusconi o Renzi, per esempio). Gli storici e i politologi, un giorno, valuteranno quale di questi elementi (struttura, offerta politica non orientata al bipolarismo, mancanza di leadership carismatica, elettorato fluido e d'opinione) abbia influito di più sullo strano caso dei liberaldemocratici italiani. Le caratteristiche sociali, economiche e culturali di quella fascia di elettori - che era arrivata a rappresentare complessivamente circa tre milioni di italiani, nel 1983, sono in parte ancora presenti nell'elettorato. Tuttavia, dopo 23 anni di Seconda Repubblica, il voto d'opinione si è orientato verso altre forze; quello più prettamente e fedelmente di area, oggi meno consistente almeno per quanto riguarda l'età di chi votava Pri o Pli nella Prima Repubblica, è anch'esso redistribuito attraverso i più disparati percorsi umani e politici. Una diaspora che - in questa situazione - non sembra destinata a ricomporsi neanche nel medio periodo.