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19 settembre 2020
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La Cooperazione allo sviluppo, un'agenda in evoluzione

Claudio Ceravolo * - 28.09.2016
Obama assemblea ONU

Lo scorso 20 settembre il Presidente Barack Obama, nel suo ultimo intervento davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ha lanciato un forte messaggio sulla necessità di rilanciare la cooperazione allo sviluppo, senza la quale il mondo intero rischia catastrofi umanitarie come emigrazioni di massa, carestie, guerre crudeli.

Da alcuni anni la cooperazione internazionale è ritornata in primo piano, dopo un periodo di offuscamento, tra scandali e accuse d’inefficienza.

Negli anni della guerra fredda, infatti, la cooperazione allo sviluppo è stata più uno strumento per legare un paese del sud del mondo al proprio blocco, che un mezzo di promozione dello sviluppo umano e di lotta alla povertà.  In quelle condizioni giustamente si sono levate da parte della società civile voci indignate che denunciavano lo spreco di risorse e l’appropriazione da parte di poche élites dominanti di fondi che avrebbero dovuto finanziare scuole, sanità, infrastrutture.

Dalla fine degli anni ’90 si è avviata une riflessione che ha coinvolto governi, agenzie delle Nazioni Unite, Istituti di ricerca, Organizzazioni della Società Civile, e che ha portato due importanti risultati :

1)    la definizione di chiari principi per far sì che gli aiuti siano efficaci[1]. Perché ciò accada è necessario che:

  1. ogni paese guidi le scelte politiche e strategiche sul proprio sviluppo (Ownership)
  2. i donatori si allineano alle politiche, strategie e istituzioni del partner (Alignment)
  3. si evitino duplicazioni e concorrenza tra le azioni dei diversi donatori (Harmonisation)
  4. la gestione delle risorse e processi decisionali sia orientata al risultato (Managing for results)
  5. donatori e paesi partners devono rendersi conto vicendevolmente delle azioni e dei risultati. (Mutual Accountability)

 

2)    l’avvio nel 2000 di una agenda internazionale per definire in tempi certi risultati misurabili nei principali settori di sviluppo : educazione, salute, alimentazione. Si tratta dei Millennium Development Goal  (MDG)[2].   L’anno 2015 era stato fissato come limite temporale per raggiungere gli otto obiettivi preposti, ed è stato quindi possibile tracciare un bilancio. L’obiettivo di convogliare su target ben definibili l’assistenza economica e tecnica dei paesi donatori è stato raggiunto: malgrado le difficoltà sorte nella crisi economica globale iniziata nel 2007, i fondi a disposizione dello sviluppo sono progressivamente cresciuti, passando da 80 miliardi di US$ (2001) a 136 miliardi (2014), in controtendenza rispetto al calo manifestato nel corso degli anni ’90.  Entrando nello specifico dei risultati, il quadro è almeno in parte contradditorio: a fianco di risultati certamente raggiunti (come la lotta alla povertà estrema nei paesi asiatici – obiettivo 1) molti obiettivi mostrano progressi del tutto insufficienti, come la lotta alla mortalità infantile e materna.  Si osserva poi un forte divario tra paesi che hanno compiuto passi sostanziali (paesi asiatici, America Latina) e paesi in evidente difficoltà, come gran parte dell’Africa Subsahariana e i paesi fragili ( dei grafici utili a comprendere se e dove gli MDG sono stati raggiunti sono reperibili qui ).

 

All’approssimarsi della scadenza temporale del 2015, fin dal 2012 si sono succedute riunioni tecniche e Meeting di alto livello per definire una Agenda post 2015.     Il percorso ha portato all’approvazione a New York (25-27 settembre 2015) dell’Agenda “Transforming our World: The 2030 Agenda for Sustainable Development”, nell’ambito della 70° sessione dell’Assemblea delle Nazioni Unite.  In tale sede sono stati delineati i nuovi obiettivi, a scadenza temporale 2030, chiamati  Sustainable Development Goals (SDGs).

Essi sono 16, il doppio dei MDGs, più un diciassettesimo per creare partnership utili a realizzare gli altri SDGs ( una descrizione completa è reperibile qui ).  A differenza dei MDGs, comprendono obiettivi ambientali (acqua, biodiversità, cambiamento climatico) e sociali (pace, giustizia, rafforzamento delle istituzioni e delle comunità locali, lavoro dignitoso).  Troppo ambiziosi, a detta di alcuni.

Non bisogna però dimenticare che, mentre i MDGs si rivolgevano principalmente ai paesi poveri, gli SDGs coinvolgono tutti, a iniziare proprio dai paesi industrializzati.

L’Italia ha avviato l’Alleanza Italiana per lo sviluppo Sostenibile (www.asvis.it) , che  riunisce attualmente oltre 100 tra le più importanti istituzioni e reti della società civile e si propone di far crescere nella società italiana, nei soggetti economici e nelle istituzioni la consapevolezza dell’importanza dell’Agenda per lo sviluppo sostenibile, di mobilitarli e di monitorare gli avanzamenti del nostro paese nel raggiungimento degli SDGs.

Il cammino è appena iniziato, mancano ancora molti strumenti sia economici che conoscitivi, per monitorare gli indicatori di risultato. La direzione è però chiara, e MentePolitica  si propone di seguirne attentamente gli sviluppi.

 

 

 

 

* Claudio Ceravolo, Medico di professione, ha lavorato in Africa con l’ONG Coopi di Milano fin dal 1981, conducendo diverse missioni tra Congo, Somalia, Cameroun, Tchad e Centrafrica. Dal 2010 è presidente di Coopi (www.coopi.org).



[1] un buon compendio sul processo di riforma degli aiuti è reperibile qui : https://www.unric.org/html/italian/pdf/Ranieri-Riforma_delle_Nazioni_Unite.pdf

[2] una descrizione completa degli obiettivi e dei risultati raggiunti è consultabile qui :

http://www.unmillenniumproject.org/index.htm