Ultimo Aggiornamento:
13 luglio 2019
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La commedia degli equivoci intorno alle autonomie regionali

Paolo Pombeni - 13.02.2019
Erika Stefani

Consentiteci di dirlo con franchezza: l’attuale dibattito/scontro sull’ampliamento delle autonomie da riconoscere ad alcune regioni è grottesco. Vediamo che si moltiplicano i difensori dello status quo e già questo è abbastanza strano, perché non ci ricordiamo pari vigore di interventi quando vennero introdotte le riforme costituzionali degli articoli 116 e 117 che consentono di assegnare alle Regioni a statuto ordinario, in presenza di certe condizioni, di allargare le loro competenze esclusive. Forse che si pensava che quanto si statuiva non sarebbe mai entrato in vigore? Beh, in quel caso si sbagliava di grosso.

La seconda stranezza, chiamiamola così per pudore, è denunciare che con queste riforme si porterebbe un vulnus mortale all’unità nazionale e soprattutto si impoverirebbe il Sud a favore dei “ricchi” del Nord. Il vertice dell’impudenza è stato in questo caso raggiunto dal segretario del PD siciliano, l’on. Faraone, che ha difeso questa tesi facendo parte di una regione che, godendo addirittura della stessa autonomia speciale, ne ha fatto strame sperperando in molti decenni una quantità enorme di denaro pubblico. Al di là di questo caso estremo, la tesi non regge per una serie di ragioni che cerchiamo di esaminare.

Il pilastro principale del ragionamento è che se passasse quanto richiedono Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna si arriverebbe ad uno stato in cui i cittadini non godrebbero più degli stessi diritti a prescindere dai loro luoghi di residenza. Ora questa è una palese sottovalutazione della realtà, perché, sfortunatamente, è già così. Non è un mistero che chi può venga per esempio dal Sud a curarsi al Nord, che le condizioni di vita e di sviluppo nelle regioni meridionali non siano eguali a quelle delle regioni settentrionali. Ciò è avvenuto in un sistema nazionale che sino ad oggi non ha dato i vantaggi dell’autonomia se non a sole cinque regioni, le quali fra il resto ne hanno saputo approfittare in misura molto diversa. Dunque, se il Trentino è passato nei settant’anni di governi autonomistici da una provincia economicamente marginale ad una ricca e la Sicilia in quello stesso periodo è invece regredita, la spiegazione non sarà da ricercare in una disparità di status istituzionale che non c’era.

Dare spazio alle tradizionali lamentazioni di forze che sono preoccupate che le loro regioni siano messe di fronte al problema di fare i conti con le radici vere dei loro guai non è una buona politica: serve a mascherare la realtà e ad impedire una scossa che stimoli a prendere per le corna i molti tori che scorazzano da quelle parti. E tacciamo sugli interessi di cassetta elettorale (e di potere) che muovono tanti sostenitori di quelle lamentazioni.

Sarebbe inoltre opportuno prendere di petto una questione su cui si sorvola: ma davvero il centralismo statale è in grado di tutelare il diritto di tutti a godere di una eguaglianza nelle prestazioni a prescindere dai territori di residenza? Non la teoria, ma i conti con la drammatica realtà del nostro paese rivelano che non è così. Nonostante una gestione centralistica di tante politiche l’Italia è quanto ad efficienza nella maggior parte dei settori economici e sociali rilevanti un paese a macchia di leopardo. Il centralismo alimenta più i poteri dei ministeri (meglio: dei ministeriali) e delle classi sociali e politiche che li dominano che non la tutela dell’eguaglianza di benessere dei cittadini nell’intero territorio nazionale.

Dire questo non significa sposare ciecamente una logica di dispersione dei poteri sul territorio nazionale, senza regolamentazioni e controlli. Non sono accettabili le autonomie interpretate come un privilegio da assegnare ad alcune regioni perché avrebbero diritto a godersi in esclusiva il loro benessere, presumendo che se lo siano prodotte da sole. Le autonomie devono servire per gestire meglio, con costi più bassi e con maggiore efficienza ed umanità, i servizi che la sfera pubblica deve garantire ai cittadini: tutti quelli che accedendo ai loro territori ne possono usufruire e la loro gestione oculata deve servire da modello e da stimolo per gli altri. Va detto con chiarezza che stupidaggini come “prima i…”(trentini, lombardi, veneti, emiliani, ecc.) andranno bandite, così come si dovranno aumentare i meccanismi che spingano ad un uso virtuoso delle risorse: se un territorio cresce essendo in grado di produrre, liberato da molte inefficienze del centralismo, migliori risultati in molti campi, questo deve andare a beneficio dell’intera comunità nazionale.

Uno stato degno di questo nome deve essere in grado di pretendere da tutti i poteri locali, più o meno dotati di autonomie, il dovere imprescindibile di realizzare sviluppo e benessere nell’interesse generale, dunque con uno sguardo lungo in grado di far ricadere sull’intero corpo nazionale i dividendi di quanto si guadagnerà concedendo a chi ha le capacità di muoversi con più coraggio lo spazio anche istituzionale per farlo.

Non è una prospettiva utopica. Se riuscissimo a salvarci dal cozzo fra i ciechi pasdaran delle due parti (quelli che difendono lo status quo e quelli che pensano solo al vantaggio dei “loro”) potremmo promuovere un serio approccio alla questione delle autonomie capace di inquadrarle in un disegno di rinascita di questo disgraziato paese: dove tutti siano davvero messi di fronte al dovere di remare nella stessa direzione rinunciando a lucrare su asfittiche rendite di posizione.