Ultimo Aggiornamento:
20 aprile 2024
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L’Austria tra europeismo di facciata e populismo

Furio Ferraresi * - 22.05.2014
Heinz-Christian Strache

Il paradosso della campagna austriaca per le elezioni dell’Europarlamento è che di Europa si parla meno di quanto se ne discutesse solo qualche mese fa, in occasione delle elezioni politiche, svoltesi il 29 settembre 2013. Mentre allora l’euroscetticismo, diversamente modulato secondo la posizione occupata nello spettro politico, era il Leitmotiv di quasi tutti i partiti, compresi i socialdemocratici, timorosi di essere scavalcati a destra dai liberalnazionali (Fpö) di Heinz-Christian Strache, oggi i due maggiori partiti (Spö e Övp), usciti nettamente ridimensionati dalle urne, ma costretti alla riedizione, in versione ridotta, della “grande coalizione”, sono obbligati a un europeismo di maniera, a un chiacchiericcio europeista che anziché affrontare i temi caldi della politica europea, magari avanzando anche qualche soluzione, li lascia appannaggio della destra populista e antieuropea. Su quest’ultimo fronte, vi è innanzitutto da rilevare che il paventato sorpasso della Fpö nelle Politiche dell’anno scorso non si è verificato: i liberalnazionali hanno aumentato sì del 3,1% i propri consensi, raggiungendo il 20,6%, ma sono rimasti il terzo partito, dietro i popolari, con il 24%, e i socialdemocratici, con il 26,9.

 

Le incognite del voto europeo

La prima incognita del voto europeo è l’effetto dell’assenza dalla competizione del Team Stronach, la lista del miliardario austro-canadese Frank Stronach, che nelle Politiche aveva ottenuto il 5,7% dei voti, perlopiù sottratti ai liberalnazionali e al Bzö (Alleanza per il futuro dell’Austria), con un’aggressiva e dispendiosa campagna contro l’euro e la dittatura di Bruxelles, per meno tasse e più sovranità nazionale. È verosimile che molti di quei voti ritorneranno all’ovile liberalnazionale o finiranno nell’astensionismo. In ogni caso, se già nelle politiche dell’anno scorso la destra antieuropeista e populista (compreso il Bzö degli eredi di Jörg Haider) aveva ottenuto quasi il 30% dei voti, confermandosi come terzo polo della politica austriaca, è probabile che alle Europee farà il pieno, erodendo ancora consensi ai due maggiori partiti. Altrettanto verosimile è che anche il fronte europeista si ricompatterà, puntando sulle due formazioni più impegnate a favore di una maggiore integrazione, ossia i Verdi, già in crescita dell’1,6% nelle Politiche (12,3%), e soprattutto l’unica vera novità politica degli ultimi mesi, i liberal-liberisti di Neos (La Nuova Austria), che nelle Politiche hanno ottenuto il 4,9%. Si tratta di una formazione liberal-progressista, erede del Liberales Forum nato nel 1993 da una scissione della Fpö per protesta contro la xenofobia del partito allora guidato da Haider, convintamente pro-mercato e per un’Europa dei cittadini, ma anche impegnata in difesa dei diritti di migranti e richiedenti asilo, in competizione, su questo terreno, con i Verdi.  

 

Il fattore astensionismo e l’antipolitica

La seconda incognita è rappresentata dall’astensionismo, e dunque dal peso che avrà sul voto il clima di crescente sfiducia nei confronti dei partiti al governo, coinvolti in numerosi scandali, a cominciare da quello di Hypo Bank. Ma anche nei confronti di una situazione economica per certi aspetti florida – bassa disoccupazione e buoni livelli di reddito –, su cui però grava una pessima gestione negli ultimi anni dei conti dello Stato, tradottasi in un crescente debito pubblico e in un elevato deficit di bilancio, in parte dovuto ai quasi cinque miliardi già versati per il salvataggio di Hypo Bank. Gli austriaci si sono ormai rassegnati alla prospettiva di nuove tasse, ma sono irritati per le menzogne del governo sui “conti a posto”, ripetute sino alla vigilia delle elezioni del 2013, vedendo così sfumare la possibilità che nel 2016 Vienna consegua la parità di bilancio o si mantenga sotto la soglia del 3% nel rapporto tra deficit e PIL.

Ciononostante, il 64% degli austriaci vuole rimanere nell’Ue – nel 1994 una percentuale di elettori poco superiore, il 66,4%, votò a favore dell’adesione dell’Austria all’Unione. Il dato appare in parte controbilanciato dall’elevata percentuale di chi ritiene che Vienna abbia tratto più svantaggi che vantaggi dall’adesione (50 contro 44%). Di là dei pronostici elettorali, tuttavia, l’Austria sembra avere urgente bisogno di recuperare un rapporto di fiducia fra cittadini e politica, che permetta ai partiti di adottare le riforme necessarie per fronteggiare l’emergenza finanziaria. Lo spettro del populismo di destra, infatti, non può essere l’unico collante della coalizione al governo,  perché così inteso rischia di diventare un comodo alibi per veti reciproci che gli elettori non potrebbero più tollerare.

 

 

* Dottore di ricerca in Storia delle dottrine politiche