Ultimo Aggiornamento:
15 giugno 2019
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L’anno (decisivo?) di Renzi

Paolo Pombeni - 05.01.2016
Matteo Renzi e Giuseppe Sala

Che il 2016 sarà l’anno decisivo per la leadership di Renzi l’ha dichiarato lui stesso quando nella conferenza stampa di fine dicembre ha affermato che se perderà il referendum confermativo sulla riforma costituzionale considererà chiusa la sua avventura politica. Che non si tratti di una semplice frase ad effetto è del tutto evidente, perché si sa benissimo che è in atto una sorta di partita finale giocata sul tema del “Renzi contro il resto della politica italiana”, sicché una bocciatura di quella che è stata presentata come la riforma perno del nuovo progetto sull’Italia non lascerebbe in piedi chi l’ha promossa.

Alcuni, per esempio Eugenio Scalfari, hanno subito fatto notare che il terreno scelto per il grande duello è un bel po’ ambiguo. Che vorrebbe dire vincere una partita i cui contorni non sono affatto chiari? La riforma costituzionale non è uno di quegli argomenti che muovono le masse, a meno di pesanti manipolazioni, ma in questo caso non si sa bene di che manipolazioni si tratterà. Ovviamente il contesto prevedibile è uno scontro fra Renzi (e i suoi, che però il premier tende a lasciare sullo sfondo) e l’ammucchiata di tutti quelli che ce l’hanno con lui per le più diverse ragioni: dai pasdaran che sventolano l’incubo di una fine della democrazia italiana per il combinato disposto di soppressione del Senato e nuova legge elettorale, a tutti i rappresentanti delle alternative di destra e di sinistra, ma soprattutto del mantenimento di un sistema dove non ci siano poteri abbastanza forti da sfuggire alla necessità di trovare continui compromessi al ribasso.

Il fatto è si tratterà, almeno per come le cose sono messe oggi, dello scontro fra due fazioni di pasdaran che riescono a coinvolgere una quota molto limitata di opinione pubblica, perché da un lato pochi credono alle evocazioni dei fantasmi della democrazia in pericolo, e dall’altro si sta riducendo la quota di coloro che appoggiano Renzi a prescindere (basta leggere i sondaggi). Se questo produrrà, come prevedono in molti, un forte astensionismo nelle urne referendarie né chi vince né chi perde trarrà un giudizio definitivo su di sé da quell’evento e una conseguente legittimazione (varrà per Renzi, ma anche per i suoi avversari).

Tutto questo ragionamento è però fatto come se il referendum confermativo sulle riforme costituzionali si tenesse a breve, mentre sarà il prossimo autunno, presumibilmente in ottobre (ammesso che tutto fili liscio nei tre prossimi passaggi parlamentari che porteranno all’approvazione della riforma). Nove mesi di vita politica non sono uno scherzo, soprattutto se si tratta di un tempo in cui avverranno molte cose.

Il primo pensiero corre al test delle elezioni amministrative di primavera (sembra saranno a giugno), ma anche qui si tratta di una scadenza in là nel tempo. Se è vero che in quel caso saranno decisivi i contesti delle varie città, è altrettanto da tenere in conto che di per sé il PD, se si eccettua il caso del tutto abnorme di Roma, non è in assoluto messo così male. A contrastarlo non ci sono vere forze politico-sociali ben radicate come classi dirigenti, ma movimenti populisti di varia natura (col contorno di un po’ di professionismo politico “spaesato” dalle vicende degli ultimi anni). Questi per risultare vincenti hanno bisogno di poter fare leva su una pesante “insoddisfazione” popolare, che dipende, ovviamente, dagli sviluppi del contesto economico e sociale. Sino ad oggi le insoddisfazioni per le riforme sono venute più da enclave lobbiste che da un movimento generalizzato: si veda la questione della “buona scuola” che muove più un sindacalismo del personale scolastico (col contorno degli irriducibili nostalgici dei tempi della “contestazione”) che non l’opinione pubblica in senso generale. Questo però non deve far dormire sonni tranquilli al governo, perché i problemi che rimangono in campo sono molti e le opposizioni, com’è loro mestiere, li drammatizzano (anche se spesso oltre il lecito).

L’elenco è banale e assai noto: disoccupazione specie giovanile, immigrazione e sicurezza, pubblica amministrazione che funziona male, giustizia che non risponde alle aspettative, corruzione che continua ad attestarsi oltre le soglie fisiologiche. Non sfugga che lo stesso Presidente della Repubblica nel messaggio di fine hanno ha levato la sua voce sull’autentica piaga dell’evasione fiscale che è una terribile palla al piede del paese, ma contro cui è difficile operare perché, diciamoci la verità, non al governo, ma ad una quota non indifferente del paese in fondo va bene così.

Renzi deve riuscire a mettere mano a quella dimensione delle riforme che consiste non nel farle approvare, ma nel farle funzionare (e ad un livello tale da far percepire chiaramente ai cittadini la loro messa in funzione). In un sistema farraginoso e viscoso come quello italiano è operazione tutt’altro che facile. Però se questa non si realizza almeno parzialmente nel primo semestre, l’esito delle amministrative diventa ad alto rischio per il sistema, perché un test referendario quattro mesi dopo (e con l’estate di mezzo) difficilmente potrà evitare l’effetto di contaminazione di quel che sarà accaduto a giugno nel voto amministrativo.