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16 ottobre 2019
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Italicum e dintorni

Luca Tentoni * - 07.04.2015
Italicum vittoria PD

Fra poche ore, la Commissione Affari costituzionali della Camera tornerà ad occuparsi dell'"Italicum", in una versione diversa rispetto a quella approvata da Montecitorio lo scorso anno, soprattutto per quanto riguarda l'assegnazione del premio di maggioranza al partito e non più alla coalizione vincitrice (al primo o al secondo turno) delle elezioni. La discussione (nel merito della quale non intendiamo entrare) verte soprattutto su aspetti tecnici: il numero di eletti o eleggibili con le liste bloccate, il premio alla coalizione o al partito, il numero e la dimensione dei collegi. Se ne discute non perché i dettagli sono quel che in modo un po' fastidioso taluni definiscono "tecnicismi", ma perché nulla, in un meccanismo di trasformazione di voti in seggi, è "innocuo" in un dato momento storico. Perciò, se il collegio uninominale è in generale un elemento neutro, il contesto storico, geografico e politico lo rende non attore, ma certamente parte attiva di un determinato processo. Non sono i sistemi elettorali che "fabbricano" risultati e partiti, ma certo possono assecondare o limitare certe tendenze, date talune condizioni di base. Il doppio turno uninominale con eventuale ballottaggio non fu introdotto ai tempi di De Gaulle in Francia perché era un sistema che il Paese aveva ben conosciuto nel suo passato, ma perché era funzionale - grazie anche a un buon ritaglio dei collegi - a penalizzare le estreme e in particolare la sinistra. Che poi, col passare dei decenni, lo stesso meccanismo abbia permesso a socialisti e alleati di ottenere la maggioranza all'Assemblea Nazionale dimostra due cose: 1) lo "spirito del tempo" prevale sul meccanismo elettorale; 2) un elemento tecnico può favorire o sfavorire tutti i partiti o i candidati che si trovano in determinate condizioni, che non sono necessariamente quelle del momento in cui la norma è stata approvata. Per rifarci ad un esempio più vicino e relativo all'Italia, la famigerata "legge Calderoli" produsse, al Senato, tre risultati diversi in altrettante elezioni consecutive: nel 2006, negando la maggioranza assoluta dei seggi ad una coalizione (il centrosinistra) che pure aveva sfiorato il 49% dei voti; nel 2008, attribuendo un largo vantaggio al raggruppamento vincitore (col 47% dei voti); nel 2013, lasciando la coalizione prima classificata (31,6% dei voti) ben al di sotto della maggioranza assoluta dei posti. Se avessimo avuto un regime monocamerale (con l'abolizione di Montecitorio, però) avremmo dovuto ricorrere anche nel 2006 ad un governo di "grandi intese". Il tutto perché le combinazioni regionali avrebbero sempre e comunque facilitato la coalizione in grado di assicurarsi almeno le 4-5 regioni più popolose del Paese, ma soprattutto perché il sistema era concepito per una competizione bipolare (si supponeva, infatti, che il restante 45% dei seggi regionali andasse pressoché per intero alla coalizione sconfitta in loco) e non per un modello tripolare (e mezzo) con centrosinistra, centrodestra, M5S e centristi (Monti-Casini). Va anche detto che, sempre in presenza di un sistema monocamerale, stavolta basato sulla Camera, avremmo avuto un Paese governabile senza accordi con partiti eterogenei anche nel 2006 e nel 2013, perché per l'elezione dei deputati avevamo un meccanismo che, con una percentuale qualsiasi anche se bassa, assegnava 340 seggi al partito o alla coalizione prima classificata (motivo che ha spinto la Consulta a cancellare il "superpremio"). Se nel 1993 la legge elettorale era stata "dettata" dal referendum (riprendendo sostanzialmente le proporzioni e le caratteristiche del "ritaglio" delle norme per il Senato della Repubblica ed estendendole, con ritocchi, alla Camera), nel 2006 si cercò di modellare la legge sulla situazione esistente, possibilmente approfittando dei rilievi del Quirinale sul Senato per rendere impossibile al centrosinistra la conquista di una consistente maggioranza in Parlamento (allora, è bene ricordarlo, tutti i sondaggi attribuivano ampi margini di vantaggio all'Unione, diversamente da quanto accadde mesi dopo al momento del voto). Le vicende politiche dimostrarono, sia negli anni del "Mattarellum" che in quelli del "Porcellum", che le alleanze avrebbero potuto "manipolare" l'esito servendosi dei sistemi elettorali, anziché restarne succubi. Nel '94, infatti, il centrodestra - restando ampiamente sotto il 50% dei voti - vinse grazie all’articolazione territoriale (alleanza FI-Lega al Nord e FI-AN al Centrosud) e alla presenza di tre poli, così come nel '96 fu la corsa solitaria della Lega che permise all'Ulivo di ottenere la maggioranza. Allo stesso modo, la "vocazione maggioritaria" del Pd del 2008 ha forse - togliendo alla sinistra radicale il paracadute della coalizione - aumentato il numero di seggi senatoriali del centrodestra a Palazzo Madama, così come la configurazione tripolare (o quadripolare) della competizione del 2013 ha prodotto risultati ben più devastanti di quelli immaginabili (o forse auspicabili, da taluni) al momento di approvare il "Porcellum". In altre parole, le leggi elettorali hanno un ruolo e possono essere utilizzate - in presenza di determinate condizioni - per "agevolare" la prestazione elettorale di un determinato partito, ma non sono provviste di un'assicurazione a medio termine. L'Italicum, se applicato durante tutta la Seconda Repubblica con “listoni” al posto delle coalizioni (o “cartelli elettorali”: non è fantapolitica, perché nei collegi uninominali il legame c’era, rappresentato dal candidato comune), ci avrebbe sempre dato vincitori al primo turno, tranne che nel 2013, quando sarebbe stato necessario un ballottaggio. In ogni caso, è un meccanismo “per vincere”, che premia comunque il primo partito classificato (al primo o al secondo turno, a seconda che si superi o meno la soglia del 40%). Però è l'unica certezza che ci restituisce. Per esempio, gli eletti col listino bloccato potrebbero essere 200 (100 del primo partito e 100 delle opposizioni, se riunite in una lista o se a superare lo sbarramento per Montecitorio ci fossero solo due soggetti politici) oppure 370 (tutti quelli di un'opposizione frammentata più i cento di maggioranza) o, ancora, potrebbero essere 20 (dieci pluricandidati del partito vincitore e dieci dell'eventuale unico partito di opposizione). Una lotteria, insomma, tutta giocata su decisioni politiche (chi fa le liste, come le fa, se esistono partiti uniti in liste di cartello oppure no, quanti sono i gruppi in competizione e quanto è frammentato l'elettorato). Potremmo non avere mai un ballottaggio come nell’ipotesi fatta poco fa circa il periodo '94-2008 (ma allora in lizza c’erano le coalizioni, ora i singoli partiti) se il primo (raggruppamento, allora; con l’Italicum, il partito) avesse più del 40% dei voti. Oppure potremmo ritrovarci ogni volta con una competizione a due turni (del resto, sempre fra il ’94 e il 2008, considerando anche i migliori risultati ottenuti dalle liste di Ulivo, PDL o FI, nessun partito fu mai, da solo, in grado di raggiungere il 40%), poniamo fra una forza del 25-30% e una del 15-20%. Un sistema elettorale è come un coltello: può servire per tagliare il pane o per uccidere, dipende da chi lo usa. Inoltre, non è fedele come un cane: i gollisti francesi lo sanno molto bene. Infine, "cede" alla forza politica che lo sa "corteggiare" meglio: una sapiente gestione di liste, alleanze (anche fra partiti in un listone comune) e candidature può permettere a qualcuno di trarne vantaggio a scapito di altri. Ma soprattutto è l'evoluzione del quadro politico e sociale che influenza e "fabbrica" il risultato. Senza tenere conto, inoltre, che in un sistema istituzionale potenzialmente monocamerale chi governa può facilmente ripetere l'esperienza di Mitterrand, il quale, di fronte ad una possibile larga vittoria del centrodestra e una conseguente pesante "coabitazione" con Chirac (quest'ultima, peraltro, non fu evitata) fece approvare una nuova legge elettorale per l'Assemblea Nazionale nel 1985. Questa introdusse la proporzionale con la soglia del 5% e consentì al FN di Le Pen di conquistare deputati ridimensionando fortemente l'ondata gollista che si sarebbe invece verificata col sistema a doppio turno uninominale maggioritario. Chi vincerà le elezioni con l'Italicum, insomma, avrà in pugno il futuro dello stesso sistema elettorale, perché per un solo partito - detentore della maggioranza assoluta alla Camera - non sarà difficile, se reputerà scontata una sconfitta alle elezioni successive, ripristinare una qualche forma di proporzionale pur di restare al potere anche dopo il voto, con “larghe intese”. Sebbene l’Italicum sia concepito per durare nel tempo e combinarsi con la riforma del bicameralismo, non è detto che sia applicato oltre le prossime elezioni per le quali è stato (in parte, anche) concepito.

 

 

 

 

* Analista politico e studioso di sistemi elettorali