Ultimo Aggiornamento:
15 giugno 2019
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Il rompicapo europeo

Riccardo Brizzi - 19.07.2014
Merkel e Juncker

Dopo lo psicodramma che ha accompagnato la nomina di Jean-Claude Juncker alla testa della Commissione, all'indomani della fumata nera di mercoledì scorso la Ue si ritrova nuovamente arenata nelle secche di una partita di nomine ai vertici delle istituzioni comunitarie.

«E' un peccato, ma la situazione non è drammatica [...].Ho già partecipato alla formazione di otto governi [in Belgio]. Sono questioni che richiedono tempo» ha affermato Herman Van Rompuy uscendo dal vertice che sanciva il fallimento di tre settimane di consultazioni con le ventotto capitali.

Dopo l'elezione del popolare lussemburghese Jean-Claude Juncker alla testa della Commissione, l'attribuzione degli incarichi di presidente del Consiglio, Alto Rappresentante e dei portafogli più pesanti della commissione risponde a delicati equilibri politici destra-sinistra, geografici nord-sud/est-ovest, ma anche a bilanciamenti di genere e generazionali. Un vero rompicapo. Van Rompuy era stato incaricato di proporre un «pacchetto» che prendesse in considerazione anche la presidenza permanente dell'Eurogruppo, che dovrebbe essere attribuita al ministro spagnolo dell'Economia, il conservatore Luis de Guindos. Ma i capi di Stato e di governo nei loro calcoli tenevano in considerazione anche la Commissione europea, con l'obiettivo di ottenere portafogli di peso per il proprio paese, rendendo l'equilibrismo diplomatico sempre più difficile e suscitando la ferma opposizione di Juncker. Il neo presidente dell'esecutivo europeo non ha abdicato alle proprie prerogative, rifiutandosi di anticipare la distribuzione dei portafogli in una notte, sotto la pressione diretta di capi di Stato e di governo dalle richieste spesso contraddittorie.  

 

Il toto-nomine

 

La nomina più urgente e controversa è probabilmente quella del capo della diplomazia europea (l'Alto Rappresentante siede al Consiglio e alla Commissione, di cui è anche vice-presidente). Un incarico che pare la chiave di volta del toto-nomine. Per costituire la propria squadra Juncker deve trovare un nome nelle prossime settimane valutando il da farsi sul «caso Mogherini». L'attuale responsabile della Farnesina si è imposta da qualche settimana come favorita: donna e socialdemocratica gode di due vantaggi importanti nei calcoli del momento (e anche la nazionalità, all'indomani della significativa affermazione del Pd alle europee, pareva essere un vantaggio). Ma a giocarle contro sono anzitutto le nuove divisioni nate dalla crisi ucraina, acuite dalla linea moderata di cui si è fatta interprete nei confronti di Mosca (proprio in una congiuntura nella quale i Ventotto hanno appena deciso nuove sanzioni contro la Russia).

Ad opporsi alla candidatura italiana sono alcuni tra i più battaglieri paesi dell'ex Oltrecortina, Polonia e stati baltici in testa. Le due alternative attualmente sul tavolo sono la bulgara Kristalina Georgieva, commissario europeo per la cooperazione internazionale uscente, che però è ritenuta carente di esperienza diplomatica, e il capo della diplomazia polacca, Radoslaw Sikorski, che alcuni membri fondatori dell'Ue ritengono troppo fermo nei riguardi di Mosca.

I giochi sono decisamente più aperti per la successione a Herman Van Rompuy alla presidenza del Consiglio europeo. Sinistra e destra si disputano il posto. La danese Helle Thorning-Schmidt è sponsorizzata dai socialisti ma è accettata sia da Angela Merkel che da David Cameron. A destra la rosa di candidati è nutrita, dal premier polacco Dondald Tusk all'irlandese Enda Kenny, passando per l'olandese Mark Rutte e gli ex premier lettone Valdis Dombrovskis o estone, Andrus Ansip.

In alto mare anche l'attribuzione dei portafogli più pesanti della Commissione, a partire da quello agli Affari economici e finanziari, che Hollande punta ad attribuire a  Pierre Moscovici, suscitando però la diffidenza di Berlino, poco entusiasta che l'incarico sia affidato al rappresentante di un paese piuttosto indisciplinato sul fronte dei conti pubblici.

 

L'eterno ritorno della questione istituzionale

 

Per il progetto europeo si tratta dell'ennesimo rinvio. L'appuntamento è ora fissato per il 30 agosto, in occasione di un nuovo vertice a Bruxelles, convocato per completare il rinnovamento delle cariche. Il tempo stringe perché la squadra che sarà formata dovrà ottenere a ottobre la fiducia del Parlamento, per entrare in funzione a inizio novembre. Ancora una volta l'Ue si ritrova a dedicare tutte le proprie energie a questioni istituzionali, in un momento in cui esplodono crisi internazionali alle sue porte, dall'Ucraina al Medio Oriente.

Una situazione paradossale che impone quantomeno una riflessione sulla necessità di snellire il funzionamento di alcune istituzioni, per riportarle in sintonia con lo spirito dei trattati. A partire dalla Commissione, che incarna lo spirito europeo e non deve fungere da secondo organo di rappresentanza degli interessi nazionali (come la attuale ipertrofica composizione lascia invece intendere). A tale proposito occorrerebbe approfittare della situazione per prendere in seria considerazione la proposta lanciata dalla Fondation Robert Schuman di ripensare l'architettura della Commissione attorno a una serie ristretta di supercommissariati (nello specifico cinque: Affari economici, Esteri, Interni, Politiche sociali e Ambiente), che formino un esecutivo ristretto, più coeso e efficace di quello attuale.