Ultimo Aggiornamento:
07 dicembre 2019
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Il ritorno dell'asse destra/sinistra

Fulvio Cammarano * - 09.03.2019
Manifestazione antirazzista Milano

Da quanti anni sentiamo dire che Destra e Sinistra non significano più nulla politicamente? Molti, sinceramente, le ritengono categorie superate, inadatte a rappresentare i problemi del presente. A tale convinzione si sono un po’ alla volta adeguate anche quelle forze politiche che tradizionalmente si richiamavano a ideali un tempo nitidamente percepiti come di destra e di sinistra. Nel giro di pochi anni, in particolar modo dopo la fine della cosiddetta Prima repubblica, tutte le formazioni politiche hanno preso le distanze da questi due grandi concetti valoriali, convinte che la fase post-ideologica seguita alla caduta del muro di Berlino consentisse di scavalcare le antiche barriere e dunque di ottenere consensi in ambiti di elettorato sempre meno “protetti” ideologicamente. La fine della guerra fredda, d’altronde, aveva favorito l’idea che l’opinione pubblica dovesse essere attirata in un modo più pragmatico, con strumenti retorici che facessero riferimento allo svecchiamento e all’efficienza del sistema, all’insegna di quella ‘terza via’ che, con accenti diversi, Clinton negli Stati Uniti e Blair in Gran Bretagna stavano portando avanti, come modello politico più consono al nuovo contesto della ‘fine della storia’. L’operazione fu, in Italia, paradossalmente rallentata proprio dall’irrompere sulla scena politica di Silvio Berlusconi il quale riuscì a far nascere un partito su base personale che facilitò l’emergere del tanto sospirato bipartitismo con cui si recuperarono le antiche bandiere e i classici schieramenti, sia pure annacquati dalla pervasiva presenza del centro: centro-destra contro centro-sinistra. È stato un confronto che ha polarizzato la scena politica a partire dalla necessità di difendere o meno la tradizionale cultura costituzionale antifascista basandosi (in realtà più a parole che nei concreti fatti di governo) sul conflitto statalismo/liberismo giocato e amplificato come se fosse la sempiterna lotta tra comunismo e anticomunismo.  Un collante, quello berlusconiano, che lentamente ha ceduto facendo riemergere la pulsione alla frammentazione partitica nel momento in cui il Cavaliere ha cominciato a perdere appeal politico. L’ascesa di Renzi, in un primo momento certo non sgradita a Berlusconi, è sembrata la sterzata decisiva nel condurre il sistema politico fuori dalle gabbie di ideologie apparentemente inutilizzabili: la marea del 41% dei voti al Pd, alle europee del 2014, non era da interpretare come voto del risveglio della sinistra, ma come credito ad una figura che si presentava nelle vesti di modernizzatore e rottamatore, distante dalle vecchie logiche partitiche. Di Renzi piaceva proprio quel suo essere disinteressato ai temi delle collocazioni ideali e pronto invece a individuare le basi post-ideologiche del futuro. Stesso discorso peraltro stava facendo, dall’opposizione, il M5S che rifiutava il binomio destra/sinistra in nome di valori come trasparenza e onestà, posti al centro del proprio progetto anche se avrebbero dovuto essere teoricamente solo preliminari ad ogni tipo di appartenenza ideologica o partitica. Con l’ingresso dei pentastellati al governo tale prospettiva ha dato per un momento l’impressione di essere dilagante. In realtà, all’ombra dei molteplici proclami che giornalmente ci segnalano cosa è vecchio e cosa è nuovo, il tanto strapazzato binomio sta oggi tornando sulla scena, prendendosi la rivincita. Dalle elezioni amministrative di questi mesi è, infatti, emerso un immaginario politico che torna a ruotare attorno all’asse destra e sinistra. Il merito in questo senso va attribuito a Salvini il quale già da tempo ha intuito l’urgenza di mettere in campo una forza esplicitamente di Destra. Approfittando del cavallo di Troia del rifiuto delle ideologie e svuotando il vecchio contenitore della Lega Nord dalle vecchie parole d’ordine autonomistiche e regionaliste, Salvini è riuscito a dare voce e rappresentanza non solo e non tanto a quella destra orfana del MSI, ma soprattutto a quelle masse popolari risentite e disorientate dalle trasformazioni in corso e percosse dagli esiti della crisi economica. Il rovesciamento in senso nazionalista della linea politica leghista è a tutti gli effetti l’esito di questa intuizione che si è rivelata decisamente azzeccata, come dimostra l’incredibile documento sul ruolo della donna diffuso dai giovani leghisti di Crotone. La forza d’attrazione di questa nuova realtà politica si è confermata a spese dell’alleato di governo, il M5S che ha visto una parte rilevante del proprio elettorato identificarsi sempre più spesso con la linea della Lega. La franca scelta di campo di Salvini ha permesso per converso il ritorno sulla scena del Pd, favorito non tanto dalla soluzione dei problemi interni o dalla individuazione di una forte leadership, quanto dal bisogno diffuso di un recupero dei valori della sinistra che a questo punto stanno trovando in quel partito, non più renziano, il solo, per quanto turbolento, punto di riferimento. Nonostante i tentativi di Salvini di limitare l’apparentamento con Berlusconi e con esso la riproposizione della tradizionale coalizione di centro-destra, a livello elettorale tornano a primeggiare le questioni che fanno riferimento all’essere di destra o di sinistra, mentre, di fronte alla crisi dei valori etici e al tema del ripensamento dei diritti civili, il M5S, che si vanta di essere un movimento anti-ideologico, annaspa disorientato, sempre costretto a dividersi o a tergiversare su tutti i problemi che chiamano in causa i valori ultimi, come si è visto in occasione del voto alla Camera sulla legge sulla legittima difesa. È questo il contesto in cui va interpretata anche la grande manifestazione anti-razzista di Milano perché coloro che sono scesi in piazza hanno di fatto consapevolmente riproposto un classico del cleavage destra/sinistra, quello del confronto con lo straniero e più in generale della centralità del cosmopolitismo in una società autenticamente liberale. Anche il successo numerico delle primarie del Pd andrebbe attribuito al bisogno di rispondere alla prolungata offensiva leghista e quindi di individuare un argine organizzativo, oltre che culturale, per difendersi dalla Destra dilagante. Molti elettori in fila per votare nei gazebo il candidato leader hanno dichiarato che la loro presenza andava intesa soprattutto come testimonianza della volontà di opporsi, da sinistra, alla deriva salviniana. Allontanata dalla porta, la collocazione su base ideale - espressa in modo molto semplificato e impreciso dalle categorie di destra e sinistra - sta rientrando dalla finestra: il binomio dunque non solo esiste ancora, ma ha cominciato di nuovo ad essere un criterio di orientamento che va al di là delle urne per tornare a incarnare valori. Non tanto e non solo, come poteva essere un tempo, quelli della giustizia sociale, che almeno dal punto di vista della declamazione retorica appartengono a tutte le formazioni, populiste e non. Il conflitto ora si è spostato sugli ideali che fanno riferimento ai diritti umani, alla cittadinanza sociale e al rispetto delle differenze di genere, su cui la collocazione topografia dei valori conserverà sempre una netta e incolmabile differenza. 

 

 

 

 

* Ordinario di Storia Contemporanea all’Università di Bologna