Ultimo Aggiornamento:
15 giugno 2019
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Il piano Juncker: quello che le cifre non dicono

Duccio Basosi * - 02.12.2014
Jean-Claude Juncker e Matteo Renzi

In un'epoca di flussi informativi continui, nella quale ogni tweet di qualunque persona celebre pare  costituire un evento per il semplice fatto di essere stato digitato, la professione giornalistica non deve essere semplice da svolgere. Nel caso italiano, poi, il fatto che ogni analisi pessimistica delle tendenze in atto sia considerata, con simpatico giovanilismo, opera da "gufi", rende forse la vita del reporter ancora più complicata. È solo con questa premessa che è possibile affrontare con serenità il tema del corto circuito politico-informativo che ha circondato il lancio, lo scorso 26 novembre, del cosiddetto "Piano Juncker" per gli investimenti in Europa.

 

Quello degli investimenti per rilanciare la crescita è, con ogni evidenza, uno dei temi fondamentali dell'attuale dibattito politico nell'Unione europea: della necessità di misure straordinarie hanno parlato, negli ultimi mesi, quasi tutti i governi dell'Unione, così come i sindacati, le organizzazioni degli imprenditori e persino il governatore della Banca centrale europea. È certo possibile osservare che, almeno in alcuni casi, coloro che oggi invocano gli investimenti sono gli stessi che hanno celebrato fino a ieri le presunte virtù "espansive" delle politiche di austerità. Dopo sette anni di decrescita infelice e di stagnazione, che hanno moltiplicato la povertà e le disuguaglianze da un lato, e gli squilibri politici e regionali nell'Unione europea dall'altro, tuttavia, è un fatto che oggi nell'insieme della UE si registra un parziale cambiamento di parole d'ordine.

 

Coerentemente con il nuovo clima, nel corso dell'estate la Commissione europea guidata da Jean-Claude Juncker ha messo a punto un programma che, nelle parole dello stesso ex premier lussemburghese, punta "a lanciare agli europei e al resto del mondo il messaggio che l'Europa è back in business". Le aree di intervento "strategiche" verso le quali dovrebbero indirizzarsi gli investimenti promossi con questo strumento sono energia, trasporti, banda larga, istruzione, ricerca e innovazione. Dall'annuncio e dalle comunicazioni rilasciate dalla Commissione non pare che vi sia troppa enfasi sulla qualità sociale e ambientale della crescita attesa e sperata. Di un cambiamento solo parziale, se non altro, è possibile parlare considerando l'importanza che il piano attribuisce alla permanente necessità di "riforme strutturali" nell'Unione (le stesse degli ultimi venti anni, fatte di privatizzazioni e "deregolamentazioni", già battezzate zombie economics nel 2010 dall'economista australiano John Quiggin). L'enfasi, in ogni caso, è soprattutto sui numeri: dai calcoli diffusi dalla stessa Commissione risulta infatti che gli investimenti sono stati la voce più penalizzata dalla crisi economica e che essi sono oggi, nell'insieme della UE, "inferiori alla norma storica di un ammontare compreso tra 230 miliardi e 370 miliardi di euro".

 

È però proprio sui numeri dell'iniziativa che l'appassionato di politica economica resta perplesso, alla lettura dei titoli dei principali quotidiani, italiani e non, che hanno scritto di un piano da 315 miliardi di euro. Il problema è che, alla baldanza dell'annuncio, la Commissione europea ha anche fatto seguire la diffusione di materiale informativo più dettagliato. Scorrendolo, non è difficile rendersi conto che le dimensioni del piano sono decisamente diverse: dal momento dell'approvazione (prevista per giugno 2015), il piano dovrebbe contare per tre anni sulla costituzione di uno European Fund for Strategic Investments (EFSI) finanziato dalla UE e dalla Banca europea per gli investimenti, per un totale di soli 21 miliardi di euro. Della parte finanziata dalla UE (circa 16 miliardi), apparentemente, una quota non piccola sarebbe inoltre dovuta non a fondi freschi, ma al reindirizzamento di fondi già stanziati per altri programmi come Horizon 2020 e Connecting Europe. Per stessa ammissione della Commissione, al numero 315 si arriva solo ipotizzando che, mossi dall'entusiasmo per il piano e da qualche garanzia per il rischio imprenditoriale, potenziali investitori privati decidano di contribuire all'iniziativa, attivando un moltiplicatore "x 15" della disponibilità iniziale. Senza il rischio di sembrare blasfema, Bernadette Ségol, la segretaria generale della Confederazione europea dei sindacati, ha comprensibilmente fatto un paragone con i pani e i pesci di evangelica memoria.

 

Insomma, per quanto vi sia chi si attarda a evocare un nuovo "piano Marshall", il complesso dell'iniziativa ricorda piuttosto il "piano Baker" del 1985, con il quale l'allora segretario al Tesoro degli Stati Uniti, James Baker, indicò all'assemblea annuale del FMI e della Banca Mondiale la via d'uscita dalla gravissima crisi del debito estero dei Paesi in via di sviluppo: in quel caso, sulla base di uno stanziamento di 9 miliardi di dollari da parte delle agenzie multilaterali, si annunciò la costituzione di un fondo speciale da 29 miliardi per emettere nuovi prestiti ai Paesi indebitati (in cambio delle già citate "riforme strutturali"), con la speranza che i 20 miliardi mancanti sarebbero arrivati dalle banche commerciali private. L'annuncio del piano Juncker è stato ugualmente enfatico, i numeri ugualmente ballerini. Per evitare di passare da "gufi", tuttavia, sarà meglio non scrivere che c'è il rischio che finisca anche nello stesso modo.

 

 

 

* Duccio Basosi insegna Storia delle Relazioni Internazionali presso l'Università Ca' Foscari di Venezia