Ultimo Aggiornamento:
12 dicembre 2018
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Il PD in mezzo al guado

Luigi Giorgi * - 25.07.2018
Assemblea del PD

Dopo il 4 marzo il centrosinistra e il Pd, si sono trovati (soprattutto quest’ultimo) di fronte alla necessità di ricostruirsi come capacità politica di intervento nella società. E come capacità di sviluppare una opposizione adeguata sia come strumento di competizione politica sia come strumento indispensabile di garanzia democratica del nostro assetto istituzionale.

Il Pd così com’è non riesce a riprendere il filo di una costruzione politica alternativa alla maggioranza, perché esiste un sostegno sociale, sostanziale e ancora troppo consistente, al governo, e perché esso non è ancora riuscito a elaborare una comprensione adeguata del cambiamento sociale sotteso al risultato elettorale del 4 marzo. La difficoltà per il Pd (ma tutto il mondo del centrosinistra così come lo abbiamo conosciuto) ha una cifra profonda e, come si dice, è contrassegnato da un complesso mutamento di “paradigma antropologico” che ha investito il corpo elettorale rimuovendo quei caratteri con cui si era abituati a leggere la società italiana e che nel suo farsi non è stato letto adeguatamente. Forse il dato maggiore su cui riflettere, per i dirigenti del Pd e per gli uomini e donne del centrosinistra, risiede proprio in questo. Il problema non è tanto il non riuscire, anche se non sempre occorre dirlo, a fare opposizione ora, ma il non essersi di fatto accorti di ciò che nel Paese cambiava, in modo effettivo e profondo. E di aver sottovalutato tale aspetto, oltretutto, da un osservatorio privilegiato come può essere quello delle responsabilità di Governo, che permette molteplici capacità di studio, di analisi e d’intervento.

Il Pd non sembra essersi ancora attrezzato a, per usare una metafora, posizionare il proprio orecchio sul dorso del paese per “sentirlo” e per aiutarlo a ritrovare se stesso. Mi riferisco a quell’energia morale, prima ancora che politica, necessaria a una reazione e a un’assunzione nuova e costruttiva di responsabilità.

Il Partito sembra “prigioniero” di vecchie logiche personalistiche e correntizie e di passati schemi di analisi legati a una superata topografia politica (che si muove ancora nei quadranti politici del Novecento): un po’ più a sinistra/un po’ più al centro; un po' più moderati/un po' più riformisti.

Tutte riflessioni che non permettono al Partito di riprendere il bandolo di un’iniziativa politica visibile e coinvolgente.

Il problema dell’opposizione e della capacità politico/critica di creare consenso attorno ad un progetto alternativo a quello cosiddetto “giallo verde” non è, di certo, ascrivibile al solo Pd. Sicuramente però i due aspetti in questione vivono di una compenetrazione a volte essenziale l’uno all’altro. E quindi investono, in misura maggiore, una forza come il Partito democratico che si pone come mission quella di essere alternativa di governo.

La questione sicurezza-immigrazione sta ponendo dinanzi al Pd, e a tutta l’opposizione di centro sinistra, un dilemma culturale oltreché politico. Una difficoltà che sconta un forte, almeno in questa fase, scollamento con molti cittadini, coinvolti va detto, da un gioco al rialzo delle proprie paure condotto con una spregiudicatezza mai sperimentata con questa intensità, forse, in Italia.

La sfida dell’opposizione non è facile, soprattutto in un sistema politico/elettorale come quello attuale, disegnato in modo proporzionale ma calato in un corpo elettorale che ragiona oramai secondo una ratio maggioritaria. Opporsi, dal mondo del centro sinistra, all’onda sovranista/populista (su cui Fabbrini sta ragionando in modo approfondito e acuto, da qualche tempo, su “Il Sole 24 ore”) non è compito da poco, sia perché obbliga a ripensare, in profondità, le proprie categorie di riferimento, sia perché si tratta di un ruolo istituzionale ben preciso e importante, forse il più importante, nelle “democrazie competitive” del nuovo millennio, senza il quale queste rischiano di assomigliare, in modo preoccupante, a qualcosa di diverso dal conosciuto, soprattutto in vista delle prossime scadenze elettorali. Mi riferisco alle elezioni europee del 2019 (dove si è già adombrato che il confronto sarà fra supposte élite e un’altrettanta indefinita idea di popolo), che rappresenteranno con ogni probabilità una sorta di “messa a punto” interna alla maggioranza, oltre a determinare, cosa forse più importante, la politica europea del nostro Paese a Bruxelles e nei rapporti interni tra le forze politiche italiane.

 

 

 

 

* Studioso di storia contemporanea. Attualmente collabora con l’Istituto Luigi Sturzo.