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03 agosto 2019
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Il "non voto" e il Sud alla prova del 4 marzo

Luca Tentoni - 17.02.2018
Astenuti politiche 2018

C'è una forza - probabilmente la più grande, in Italia - che può cambiare l'esito del voto del 4 marzo: l'esercito estremamente eterogeneo formato da chi, il giorno delle elezioni, non va a votare oppure annulla la scheda o la riconsegna bianca. Sono ben 12,9 milioni di italiani a fare questa scelta (che talvolta, va detto, è compiuta per necessità o per impedimento). Nel 2013 i non votanti, alla Camera, sono stati 11 milioni e 635 mila, ai quali possiamo aggiungere il milione e 265 mila che è andato ai seggi ma non ha scelto alcun partito (395 mila schede bianche, 870mila nulle). Quest'ultimo gruppo aveva dimensioni, per intenderci, di poco superiori a Sel e di poco inferiori alla Lega nord. Un milione e quasi 300mila italiani che va a votare, aumentando la percentuale della partecipazione, ma poi opta per una scelta "apartitica" (alcuni di essi - va precisato - la compiono per errore, perché fra le schede nulle ci sono anche quelle nelle quali l'elettore ha messo qualche segno di troppo). Fatto è che questo 27,5% nazionale di "non voto" (27,8% nei capoluoghi) sembra destinato a crescere. Dal maggiore o minore incremento dell'astensione può dipendere il futuro di alcuni partiti che hanno un elettorato deluso e incerto e di altri che - in alcune occasioni - acquistano o cedono voti dagli elettori "intermittenti". Considerando che almeno un terzo dei collegi uninominali potrebbe essere assegnato con pochi voti di scarto fra il vincitore e il secondo classificato, si comprende che l'affluenza può - soprattutto se in grado di premiare alcuni e "punire" altri, di volta in volta diversi, nel tempo e nelle aree territoriali - avere un peso negli equilibri politici. Ciò può essere ancor più vero nel Mezzogiorno, l'area con la maggior volatilità elettorale d'Italia, dove non solo esistono fattori sociali, economici, locali che rendono la competizione meno "prevedibile" che nelle aree del Paese a maggior caratterizzazione (il Nord "verde-azzurro", le "zone rosse/rosa" dell'Emilia-Romagna e del Centro), ma dove nel corso della Seconda Repubblica si è decisa talvolta la vittoria del centrodestra o del centrosinistra. Nel 2013, i tre poli principali (M5S, centrodestra, centrosinistra) si sono trovati quasi alla pari a giocarsi la partita del Mezzogiorno (33% CD, 27% CS, 24,5% M5S) e delle Isole (29% CD, 24% CS, 32,5% M5S), ma anche quella del Lazio (CD 28%, CS 30%, M5S 28%). Poiché da Roma verso sud i collegi in bilico sono molti, non è difficile pensare che gli equilibri del prossimo Parlamento dipendano dal voto (e dal non voto) degli elettori di queste regioni. Seguendo all'incirca la divisione tracciata già col cleavage del referendum istituzionale del 1946 (includendo però nell'area contendibile e contesa del "Sud allargato" anche le Marche) notiamo che l'area dove maggiore è l'incertezza è - spesso - anche quella con la maggior propensione al non voto: a fronte di una media nazionale del 27,5% (astenuti, bianche, nulle) nel 2013 abbiamo avuto il 27-28% in Abruzzo e Molise, il 33-35% fra Puglia, Campania e Basilicata, il 38,3% in Sicilia, il 33,5% in Sardegna, il 40,6% in Calabria. Questi dati, raffrontati al 20-21% di Emilia-Romagna, Veneto e provincia di Bolzano, o al 23% di Lombardia, Toscana e Umbria, fanno riflettere. Nell'area elettoralmente più incerta figurano due eccezioni: nelle Marche il non voto era al 22,5%, nel Lazio al 25,2%. Il "Mezzogiorno allargato", insomma, sarà decisivo sia per quello che sceglierà (col voto a partiti e candidati nei collegi), sia per quel che non sceglierà (con i flussi da e verso l'astensione), molto più del resto del Paese. C'è da aggiungere inoltre che quella del non voto - che nella Prima repubblica, fino a quasi tutti gli anni Settanta, era un'eccezione, in gran parte dovuta ad assenze fisiologiche e necessitate dalle urne - è, col passare del tempo, diventata una scelta. Il 4 marzo verificheremo se il sistema elettorale (che nel 2006, col passaggio dal Mattarellum al Porcellum, abbassò drasticamente i voti non validi) renderà più semplice o più difficile l'espressione del voto (diminuendo gli errori o aumentandoli, incrementando in quest'ultimo caso le schede nulle). Al di là degli errori e dell'astensionismo fisiologico (o di quello "cronico"), ce n'è uno "intermittente" e molto politico, perché è anch'esso un'opzione (non partitica, ovviamente, anzi antipartitica). Nonostante l'offerta elettorale presentata sulla scheda sia molto vasta (va dai gruppi di estrema sinistra a quelli dell'ultradestra) la tentazione del disimpegno sembra essersi diffusa. Se si considera che le "politiche" sono le consultazioni più importanti e partecipate (di gran lunga, rispetto ad europee, regionali e secondo turno delle comunali) e che - come dicevamo - nel 2013 il non voto ha raggiunto il 27,5%, coinvolgendo 12,9 milioni di aventi diritto, osserviamo che la scelta del 4 marzo può divenire per certi versi quadripolare. Ai tre blocchi maggiori (centrodestra, centrosinistra, M5S) se ne aggiunge uno altrettanto forte (se non di più) che diventa un'opzione possibile. Anche se chi scrive pensa che l'articolo 48 della Costituzione (secondo comma) sia attuale e fondamentale ("Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico") bisogna però fare i conti con la realtà di una scelta che non può essere ignorata, sottovalutata, ma che spesso è causata dal fatto che certe istanze sono state eluse dai partiti (anche, se non soprattutto, proprio al Sud).