Ultimo Aggiornamento:
16 ottobre 2019
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Il M5s di governo fra l'incudine e il martello

Luca Tentoni - 21.09.2019
M5S fra incudine e martello

La prova del secondo governo Conte può essere per Di Maio e il M5s più difficile rispetto a quella della maggioranza gialloverde. Per comprendere cosa sia accaduto e cosa possa accadere al bacino elettorale dei Cinquestelle bisogna partire dal risultato del 2018, senza dimenticare quello del 2013 e, ancor prima, senza trascurare il periodo in cui, fra il 2008 e il 2012, si andò formando il nucleo originario e forte del consenso al Movimento. Inizialmente il M5s catturò i voti degli scontenti di sinistra, degli astenuti, di chi non aveva creduto nella scommessa (perduta) della Sinistra Arcobaleno del 2008 e nell'esperienza dell'ultimo governo Prodi (2006-2008). A quel gruppo si aggiunse quello dei giustizialisti rimasti improvvisamente orfani dell'Idv dipietrista (che aveva raggiunto alle europee del 2009 l'8% dei voti, per poi dissolversi rapidamente alla fine del 2012). Con la crisi del 2011-2012 e il crollo del centrodestra arrivarono anche i voti dei delusi del Pdl e di una Lega allora in difficoltà. In questo modo, il M5s si presentò alle politiche del 2013 come un partito "pigliatutto", non di destra e neppure di sinistra, pronto ad accogliere - in nome della diversità rispetto alle forze e alle politiche tradizionali - gli elettori delusi e gli astenuti. Il successo di quella consultazione fu ripetuto e ampliato nel 2018, quando però i consensi pentastellati al Centronord rimasero sul livello di cinque anni prima (a causa della concorrenza della nuova Lega di Salvini) per accrescersi enormemente, invece, al Sud. Il M5S “pigliatutto” che ebbe il 32% dei voti alle politiche 2018 fu il frutto del "non posizionamento", del non essere di destra o di sinistra, dell'"alterità" pentastellata. La complessa convivenza con la Lega nel governo gialloverde finì per abbattere il muro di separazione fra gli elettori di Salvini e di Di Maio, almeno fra gli ex centrodestra e quelli antisistema. L'offensiva politica e mediatica del leader leghista portò, com'è noto, la fascia elettorale comune ai due partiti a spostarsi massicciamente sul Carroccio, alle europee del maggio 2019. Se non ci fosse stata la crisi di governo, forse Di Maio avrebbe potuto tentare un difficile ma non impossibile recupero dei voti "di frontiera" con la Lega. Ma ora che il centrodestra è tornato - secondo le più recenti rilevazioni - ad un 48-49% dei voti, cioè all'incirca ai livelli del 2008 (sia pure con equilibri molto diversi, attualmente molto più favorevoli a Salvini che a Berlusconi) e che il M5s è entrato in un governo col Pd e con Leu, il muro fra gialli e verdi si è ricostituito, più alto di prima. Il recupero di 3-4 punti che il M5s ha avuto nei confronti della Lega, subito dopo la rottura della vecchia alleanza, ha riportato ai Cinquestelle gli astenuti, i delusi del primo governo Conte e alcuni elettori di frontiera più propensi a stare col Movimento che col Carroccio. Poi, però, la frontiera si è chiusa. Se prima il M5S poteva fare politiche di destra con la Lega e politiche "altre" con i propri provvedimenti, ora la "discontinuità" (che Di Maio cerca a tutti i costi di sminuire o negare) e l'alleanza con la sinistra spingono i "gialli" lontani dall'elettorato di destra che pure aveva condiviso con loro un più o meno lungo tratto di strada. Volenti o nolenti, ora - per esempio sui migranti - i Cinquestelle dovranno fare politiche europeiste (perdendo gli anti euro e gli anti UE) e di sinistra (finendo così per perdere anche - di fatto ma non dichiaratamente - quella terzietà rispetto alle vecchie divisioni che aveva fatto la fortuna del Movimento). In altre parole, ora Di Maio ha una strada chiusa a destra, ma anche poco spazio a sinistra (chi ha votato Pd nel 2018 e nel 2019 difficilmente passerà con i Cinquestelle; lo stesso vale per chi ha scelto il M5S). Ecco perché, nel sondaggio pubblicato domenica scorsa dal "Sole-24 Ore", il M5S perde l'1,1% (il Pd cede invece uno 0,7% ai gruppi alla sua sinistra), mentre la Lega riguadagna un piccolissimo ma simbolico 0,3% (e la Meloni aumenta i suoi voti dello 0,6%). Insomma, se alle politiche il M5s si presentava senza aver fatto alleanze con altre forze politiche e forte della sua trasversalità, ora è un partito che ha governato con la destra e con la sinistra e che - per giunta - è bloccato da una parte dalla Lega e dall'altra da Pd e sinistra radicale. Un angolo dal quale sarà difficile uscire.