Ultimo Aggiornamento:
03 agosto 2019
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Il gran pasticcio

Paolo Pombeni - 30.05.2018
Impeachment Mattarella

Che la crisi politica sia grave è sotto gli occhi di tutti coloro che li vogliono tenere aperti. Peraltro più la si analizza, più rivela la sua natura di gran pasticcio in cui si sono mescolate un gran numero di debolezze di sistema fino a portarci in un vicolo cieco che assomiglia tanto ad una trappola da cui sarà difficile uscire.

A dispetto di tutto il gran parlare che si fa di trasparenza si ha l’impressione che molto dipenda da elementi che non sono noti. Il punto di partenza è stato l’impegno del presidente della Repubblica di prendere sul serio lo sconquasso elettorale uscito dalle urne del 4 marzo cercando di pilotare l’inserimento delle pulsioni protestatarie che questo esprimeva nell’alveo di una loro normalizzazione istituzionale. L’obiettivo era consentire un ricambio di classe dirigente senza che questo significasse lo sconvolgimento del nostro sistema.

Era un disegno ambizioso ed audace al tempo stesso, meritevole di una valutazione positiva che non ha avuto. Si è scontrato ben presto con due condizioni invalidanti. La prima è stata la natura stessa del successo delle forze prevalenti, basata su una mobilitazione populistica che prometteva mari e monti ad un elettorato provato dalla paura di andare incontro a tempi cupi. La seconda è stata la mancanza fra i vincitori di una classe dirigente capace di tesaurizzare il successo mettendo da parte le promesse mirabolanti e guidando l’inserzione della propria base nel circuito della governabilità.

La tenaglia di questi due fattori ha pregiudicato sin dall’inizio le possibilità di successo dell’operazione impostata dal Quirinale. Lo si è visto chiaramente nella telenovela della ricerca del candidato premier, che ha rivelato la mancanza di una figura capace di prendere il timone della fase di passaggio. La scelta di un outsider, che al dunque si è rivelato persino più debole di quel che appariva all’inizio, ha dato una evidenza palmare a questa realtà. Ci si è impantanati subito nel giochetto alla spettacolarizzazione dei due piccoli leader, Di Maio da un lato e Salvini dall’altro, i quali non avevano a disposizione che l’esasperazione di quel personaggio che in parte si erano creati e in parte gli si era cucito addosso nella lunghissima campagna elettorale.

Di qui una eterna rincorsa a piantare bandierine pseudo-identitarie e a mettere in scena atti di bullismo istituzionale (Salvini) o di ipocrito semi-perbenismo (Di Maio) per accreditare una leadership da classe dirigente che non avevano, perché incapaci di fare il salto di qualità oltre il ruolo di capi-popolo. Mattarella ha esercitato una pazienza certosina nella speranza che strada facendo quel salto di qualità si realizzasse almeno parzialmente, accettando che la questione della scelta del premier e dell’individuazione del nuovo esecutivo venisse messa in coda ad un lungo processo di sceneggiatura di un percorso di costruzione di un programma-manifesto concordato fra le parti. Questo è stato il punto debole della sua strategia, anche se non è semplice immaginare quali potessero essere le alternative.

Il risultato del logoramento di posizioni nella lunga trattativa è stato l’incremento della spinta sui due capi-popolo ad esibire le tradizionali retoriche del populismo (gente contro elite; predominio della presunta volontà popolare sulle manovre dei palazzi, ecc.) per confermare una leadership che non riusciva ad esprimersi nella formazione di un governo credibile e in un loro ruolo adeguato in esso. E’ questo che li ha portati allo scontro con il Quirinale, perché così facendo hanno messo in questione la posizione ed il ruolo del Presidente, che veniva declassato a maggiordomo che organizzava la distribuzione dei posti alla tavola imbandita del governo.

Il caso Savona è stato l’occasione che ha portato alla necessità di un chiarimento radicale. Si è trattato della candidatura di un personaggio le cui tesi controcorrente (e, bisogna dirlo, piuttosto ardite) in materia di moneta unica e di posizione dell’Italia in Europa hanno dato modo di prendere di petto le preoccupazioni che circolano in Europa e non solo sul nuovo governo populista. Perché di questo si è trattato, non tanto della questione in sé della nomina del prof. Savona al ministero dell’economia. Era necessario infatti rendere palese che ci si rendeva conto della presenza di un certo avventurismo (mettiamola così) nella nuova compagine, che il premier designato non dava alcuna garanzia di essere in grado di tenerlo sotto controllo, ma che non c’era da dubitare che il sistema costituzionale dei pesi e contrappesi potesse esercitare la necessaria funzione moderatrice.

Questo è risultato inaccettabile ai due capi-popolo, che temono, più di quanto non lascino credere, l’indebolimento della loro leadership: Di Maio perché assediato dai movimentisti, Salvini perché la “lega di governo”, che ha una solida tradizione, teme che l’eccesso di populismo alla fine faccia perdere posizioni e potere.

L’esito dello scontro è stato disastroso, perché ha aperto un conflitto istituzionale che è l’ultima cosa di cui ha bisogno un paese come l’Italia, pieno di fragilità e con pochi amici nell’attuale situazione europea e internazionale. La prospettiva di una campagna elettorale giocata sulle esasperazioni populiste che culminano nella proposta di mettere in stato d’accusa (formale o informale alla fine fa poca differenza) il Capo dello Stato è quanto di peggio ci si può aspettare perché, comunque finisca, lascerà un paese spaccato in fazioni che sarà ancor più difficile di oggi ricomporre.

Né appare una soluzione convincente l’ipotesi delle opposizioni di trasformarsi nel “partito di Mattarella”, non solo perché cederebbero scioccamente alla strategia dei populisti di gettare il Quirinale nel tritacarne della lotta politica, ma soprattutto perché nel caso poi di una loro sconfitta elettorale trascinerebbero Mattarella nella spirale della delegittimazione personale: il che, detto brutalmente, significa il rischio che il Presidente debba dimettersi con la nomina del suo successore nelle mani di un parlamento a maggioranza populista.

Davvero una prospettiva agghiacciante.