Ultimo Aggiornamento:
21 ottobre 2017
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Il controshock petrolifero del 2015 e le prospettive della transizione energetica low carbon

Duccio Basosi * - 07.05.2015
Low Carbon

Ormai da tempo, le sovvenzioni al trasporto pubblico erano

 associate mentalmente, dal governo e dalla maggioranza

 dei suoi sostenitori, alla negazione della libertà individuale.

Ian McEwan, Bambini nel tempo (1987)

 

 

La necessità di una transizione verso un'economia a basse emissioni di carbonio è da alcuni anni un obiettivo riconosciuto a livello globale, come elemento cruciale di ogni tentativo credibile di evitare che l'aumento della temperatura terrestre superi di più di 2° C i livelli esistenti prima della rivoluzione industriale. Come noto, secondo l'International Panel on Climate Change delle Nazioni Unite (IPCC), oltre questa soglia potrebbero infatti innescarsi effetti irreversibili e potenzialmente catastrofici. Sul piano globale, il protocollo di Kyoto del 1997 indica all'Art. 1 il duplice obiettivo dell'efficienza energetica e della promozione delle energie rinnovabili. Sul piano degli attori nazionali, Stati Uniti e Cina hanno emesso una dichiarazione congiunta nello stesso senso a novembre 2014, mentre l'Unione Europea ha come obiettivo ufficiale, entro il 2020, "la riduzione del 20% delle emissioni di gas climalteranti, l'aumento della quota delle energie rinnovabili fino almeno al 20% dei consumi, e l'ottenimento di risparmi energetici del 20% o più".

In coerenza con questo quadro, e nonostante molto resti ancora da fare, negli ultimi anni l'aumento dell'efficienza energetica e il ricorso alle energie rinnovabili hanno mostrato grandi segni di vitalità. E' stato notato, tuttavia, che tale incipiente transizione energetica è avvenuta in un regime di prezzi del petrolio relativamente alti. Osservando il recente crollo dei prezzi del greggio (dimezzatisi tra il 2014 e il 2015), vari commentatori hanno dunque espresso la tesi che la transizione energetica possa essere spiazzata per il venir meno degli incentivi al risparmio e per la perdita di competitività economica delle rinnovabili.

Che vi sia una relazione tra l'andamento dei prezzi del greggio e le prospettive della sostenibilità energetica è un fatto ormai assodato. L'esperienza del primo controshock dei prezzi del greggio, nel 1986, sembra confermare tale schema e, anzi, per certi versi, ne costituisce l'archetipo: dopo il crollo dei prezzi del petrolio i consumi di petrolio tornarono ad aumentare,  rallentò la tendenza al risparmio energetico e crollarono gli investimenti governativi su scala mondiale per lo sviluppo delle rinnovabili. E tuttavia, a prescindere da "quanto basso" (o "quanto alto") sarà in futuro il prezzo del petrolio, vi sono elementi di carattere diverso da tenere in considerazione, che rendono il quadro assai meno deterministico.

Proprio l'esperienza del 1986 sembra fornire, da questo punto di vista, altri spunti interpretativi. Infatti, è utile osservare che il rilancio del modello energetico fondato sul petrolio fu anche il prodotto di una controffensiva politica e culturale che incise sulle scelte energetiche dal lato della domanda. Tale controffensiva in favore del petrolio prese il carattere più radicale proprio negli Stati Uniti, il Paese tecnologicamente più avanzato e quello che, nell'ultimo scorcio degli anni Settanta, aveva maggiormente investito nel risparmio energetico e nelle rinnovabili. Secondo l'efficace campagna del repubblicano Ronald Reagan, eletto Presidente nel 1980, rinunciare al petrolio significava "darla vinta" all'OPEC, aumentare la percezione di vulnerabilità della superpotenza, abiurare i principi dell'economia di mercato, o ancora rinunciare alla libertà individuale garantita dall'automobile privata. In breve, la battaglia per cambiare il modello energetico, inaugurata da Jimmy Carter solo pochi anni prima, veniva ora dipinta con successo come aliena all'American way of life. Una volta alla Casa Bianca, Reagan agì di conseguenza tanto sul piano amministrativo (abolizione degli standard sui consumi di carburanti, taglio ai finanziamenti alle rinnovabili) quanto su quello simbolico (disinstallazione dei pannelli solari dal tetto della Casa Bianca), trainando nella stessa direzione tutti i governi dei Paesi industrializzati.

Da questo punto di vista, l'interruzione della transizione energetica avviata negli anni Settanta può essere vista come una conseguenza dell'ascesa delle idee "neoliberali" nel decennio successivo. Ciò che è rilevante osservare in questa sede, tuttavia, è soprattutto il fatto che le prospettive pratiche di sviluppo del risparmio energetico e delle fonti rinnovanili erano già state compromesse al momento del controshock petrolifero del 1986 e non furono una mera conseguenza di questo.

Rispetto agli anni Ottanta, oggi la situazione appare in parte mutata. Il capitalismo, soprattutto nella sua versione "neoliberale", è in crisi di risultati e potenzialmente più vulnerabile alle critiche; l'opinione pubblica internazionale pare essere più attenta ai rischi del cambiamento climatico; infine, come osservato nell'apertura di questo articolo, l'obiettivo della transizione energetica sembra essere stato recepito da molti governi e organizzazioni internazionali. Va detto, naturalmente, che in molti casi è lecito dubitare della reale volontà dei governi di passare dalle parole ai fatti, così come pare opportuno ricordare che le parole d'ordine green possono prestarsi a usi strumentali e distorti, tanto da parte di governi in cerca di soft power quanto da parte di soggetti economici privati in cerca di pubblicità. In questo contesto, la capacità di mobilitazione dei movimenti ambientalisti globali può rivelarsi un fattore cruciale di pressione e controllo dal basso sulla serietà degli impegni presi a livello governativo e sulla rapidità con cui a questi vengono fatte seguire politiche coerenti.

Sulla strada della transizione esistono ancora molti ostacoli, tanto sul piano della volontà politica diffusa, quanto sul piano della tecnologia e delle infrastrutture. La storia dei primi anni Ottanta, se non altro, mostra che una transizione energetica incipiente può essere interrotta e invertita e che una caduta dei prezzi del petrolio può essere un ingrediente di tale inversione di rotta. Allo stesso tempo, la stessa storia mostra che, se i bassi prezzi del petrolio non sono necessariamente una buona notizia sulla strada della transizione, i fattori in gioco sono molti e la partita resta aperta.

 

 

 

 

* Duccio Basosi insegna Storia delle Relazioni Internazionali presso l'Università Ca' Foscari di Venezia