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01 ottobre 2022
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Il 2022 sarà come il 2001?

Luca Tentoni - 27.08.2022
Elezioni 2022

Le prossime elezioni ci riconsegneranno - a meno di improbabili clamorosi successi di M5s e Azione/Iv - un sistema sostanzialmente bipolare, com'è stato dal 1996 al 2008. Nel 2013 abbiamo avuto i tre poli (centrosinistra, centrodestra, M5s) compresi ciascuno fra il 25 e il 30%, con un "mezzo polo" montiano a completare il sistema. Nel 2018, invece, si è scesi da 3,5 poli a 3 (il peso delle quarte forze è infatti passato dal 13,9% di cinque anni prima al 6,2%, minimo storico superato solo dallo 0,5% del 2006, quando praticamente non c'era nulla fuori da Ulivo e Polo). Nel 2022 avremo verosimilmente un ulteriore avvicinamento al bipolarismo, con la presenza di due poli (centrosinistra, centrodestra) e uno (M5S) o due (centristi) "mezzi poli". A nostro modesto avviso, un sistema può però dirsi bipolare se le due maggiori coalizioni superano singolarmente il 30% dei voti e complessivamente almeno l'80%: seguendo questo criterio, potremmo considerare bipolare (imperfetta) anche la competizione del 1994 (Progressisti più Polo: 76,1%), mentre lo sono state certamente quelle del 1996 (85,5%), 2001 (85,1%), 2006 (99,5%), 2008 (84,4%). Già nel 2013, invece, le prime due coalizioni ebbero solo il 58,8% (le prime tre l'84,4%) e nel 2018 il 59,9% (le prime tre: 92,6%). I "terzi" poli hanno invece oscillato, fra il 1994 e il 2008, fra l'11 e il 19% (con l'eccezione del 2006: 0,5%) mentre i "quarti" si sono attestati - come si diceva - al 13,9% nel 2013 e al 6,2% nel 2018. Terzi e quarti poli molto compositi, peraltro. C'è sempre stato un tendenziale vantaggio strutturale del centrodestra: nelle ultime sette elezioni la coalizione berlusconiana ha avuto mediamente il 44,8% contro il 36,1% di quella di centrosinistra (quasi nove punti di distacco). Quest'ultima ha prevalso solo in tre occasioni, ma sempre per poco: nel 1996 (considerando con l'Ulivo anche il Prc: +1,2% di vantaggio), nel 2006 (+0,1%) e nel 2013 (+0,4%). Invece, il centrodestra ha inflitto 8-9 punti di margine al centrosinistra nel 1994 e nel 2008 e ben 14 punti nel 2001 e nel 2018. Questi dati ci dicono che la competizione del 2022 parte già con una zavorra strutturale e recente: i 14 punti in meno del 2018 sono rimasti gli stessi, se non sono aumentati. Pur considerando Leu col centrosinistra nel 2018, il margine sarebbe stato comunque di 11 punti (ma oggi abbiamo un pezzo del Pd - fra l'ex segretario Renzi e l'europarlamentare Calenda - che è andato a comporre un polo centrista, togliendo di sicuro qualche voto al centrosinistra di cinque anni fa). C'è però da dire che nel 2018 la battaglia fu - soprattutto nei collegi uninominali - fra centrodestra e M5S (per la cronaca, il primo ne conquistò più del secondo). Se ci fosse stato ancora il Porcellum, cinque anni fa avrebbe governato il centrodestra, vincendo col 37% contro il 32,7% dei pentastellati. Le elezioni del 2022, invece, somigliano in un modo impressionante a quelle del 2001. Allora i sondaggi indicarono puntualmente che nella competizione proporzionale (allora quella maggioritaria era separata, con la doppia scheda alla Camera) il Polo aveva un larghissimo margine di vantaggio su quel che restava dell'Ulivo; anche allora alcune forze di centrosinistra o sinistra (Rifondazione comunista, Italia dei valori, Democrazia europea, Lista Bonino) corsero da sole, conquistando un 13,5% dei voti che non pare troppo distante dalla somma dei suffragi attribuita oggi a M5S e Azione/Italia viva (16-18%). Alla fine, vinse il centrodestra col 49,6% dei voti "proporzionali" contro il 35,5% del centrosinistra: gli stessi 14 punti che cinque anni fa separavano i due poli. In più, era chiaro anche nel 2001 che l'intento del centrosinistra fosse quello di "limitare i danni". Allora, il centrodestra conquistò nel maggioritario solo il 59% dei seggi, perché Rifondazione non si presentò nei collegi, permettendo al centrosinistra di ridurre lo svantaggio ad appena l'1,8% dei voti (ottenendo il 40% dei seggi); inoltre, col voto separato per collegi e liste, il centrosinistra aveva un vantaggio costante nei primi, perché l'elettore di centrodestra non votava sempre volentieri per i candidati della coalizione non appartenenti al suo partito. Nel 2018, il centrodestra ottenne fra Camera e Senato il 49% dei collegi; il M5s il 39%; il centrosinistra il 12%. Secondo la "legge del cubo" normalmente applicata alle elezioni britanniche (plurality system) avrebbero dovuto avere rispettivamente il 52%, il 36% e il 12%, quindi con buona approssimazione la regola è stata rispettata. Con un rapporto di 45-30-12 (in percentuale) fra destra, centrosinistra e M5s, dovremmo avere la seguente ripartizione dei collegi: 76% alla coalizione guidata dalla Meloni, 23% a quella di Letta; fra 0 e l'1% al partito di Conte. Il che vuol dire, in buona sostanza, che con questi rapporti di forza non è improbabile che finisca 80 a 20 per le destre. In sintesi, queste elezioni somigliano moltissimo a quelle del 2001, però non hanno una Rifondazione che aiuta il centrosinistra nel maggioritario e soprattutto non hanno, alla Camera, la possibilità di un voto difforme fra due schede (che avvantaggiava nei collegi il centrosinistra). Quindi, la partita è persa in partenza? Le campagne elettorali possono riservare molte sorprese, quindi - a circa un mese dal voto - aspettiamo per dirlo, anche se i precedenti sono pesanti per la coalizione di Letta.