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Il 13 novembre e le incognite sul “ritorno” della politica

Michele Marchi - 24.11.2015
Abdelhamid Abaaoud

Come accaduto dopo l’attacco dell’11 gennaio, François Hollande si sta mostrando in grado di gestire le emergenze. In condizioni ancora peggiori rispetto ad inizio anno il presidente ha, ancora una volta, trovato le parole giuste e l’approccio in grado di unire fermezza e compassione. Ha saputo sino ad oggi incarnare il ruolo di guida e di chef de guerre, ma allo stesso tempo ha mostrato compostezza ed empatia. Insomma, di fronte all’emergenza, ha archiviato l’idea, di inizio mandato, della “presidenza normale” (ben presto tramutatasi in “presidenza trasparente”) per trovare una posture indispensabile in un momento di drammaticità paragonabile soltanto a quelli vissuti da de Gaulle nei momenti più delicati della guerra d’Algeria.

Hollande, sin dalle prime ore, ha utilizzato la giusta tattica: fermezza (stato di urgenza, convocazione del Congresso e revisione della legge sullo stato d’assedio del 1955) e distacco dalle possibili polemiche a livello interno, lasciate da gestire al Primo ministro Valls. Ha poi proseguito con un richiamo, formale più che sostanziale, alle istituzioni internazionali (Onu ed Unione europea), garantendosi autonomia nel colpire l’Isis in Siraq, con l’obiettivo in realtà di coordinarsi principalmente con Usa e Russia. Sarà il tempo a dire se saprà trasformare questa tattica in una coerente strategia di medio termine e non poco conteranno anche i risultati a livello investigativo (in Francia e in Belgio) e militare (rispetto al Califfato). Quello che in questa fase ci interessa rilevare è che il presidente è tornato ad occupare completamente la scena a livello di politica interna e ciò implica che, se riuscisse a stabilizzare tale condizione, si garantirebbe la candidatura alla sua successione nel 2017. Altro è naturalmente valutare quali saranno le reali possibilità di vittoria. Egli avrebbe comunque chiarito che la sua ricandidatura non è contendibile nel suo campo politico.

Senza allargare troppo la prospettiva, una tale evoluzione potrebbe mutare il significato politico delle prossime elezioni regionali, previste e confermate per il 6-13 dicembre. Prima dei drammatici eventi del 13 novembre, tutti i sondaggi di opinione parlavano di una sicura debacle socialista e di una competizione tra LR e FN, con possibilità concrete di vittoria per quest’ultimo in almeno due regioni. Inoltre si sottolineava, giustamente, l’importanza del passaggio, in quanto ultimo voto prima dell’aprile 2017. Ebbene nel clima surreale che si respira oggi in Francia, un esito che pareva già scritto o comunque che doveva giocarsi tutto a destra, potrebbe essersi riaperto.

1. Teoricamente il 13 novembre dovrebbe favorire il FN. L’aumento del senso di insicurezza dovrebbe contribuire ad accelerare sui temi della chiusura. Per quale motivo, inoltre, non favorire chi da anni lancia l’allarme sui temi dell’islamismo radicale, della necessità di chiudere le frontiere e di andare allo scontro sui temi della difesa religiosa e del primato dell’identità nazionale? Attenzione però, perché la congiuntura di crisi e smarrimento può essere approcciata anche da un altro punto di vista. In una fase di emergenza, si è davvero sicuri di voler eleggere chi non ha, ad oggi, fornito grandi prove di capacità di governo (non foss’altro perché non ha mai raggiunto queste posizioni)? E ancora: nel momento in cui la Francia sembra destinata a guidare con Usa e Russia una rinnovata “grande coalizione” anti Isis, che impatto avrebbe una “valanga bleu Marine” a livello internazionale? Dopo i giorni del dolore e della Francia ferita, arriverebbero quelli della Francia xenofoba e intollerante …

2. Se spostiamo lo sguardo verso LR e il suo presidente Sarkozy, prima della tragica notte di venerdì 13 novembre, i dubbi erano solo relativi al risultato del FN, che in alcuni contesti (sud e nord est) pareva poter insidiare i post-gollisti. Ora invece il quadro si è fatto complicato. Sarkozy non può permettersi di andare all’attacco duro nei confronti del presidente, anche perché se dovesse insistere sull’immagine della “destra dura”, l’elettore tra la copia e l’originale, sceglierebbe probabilmente la seconda opzione e a beneficiarne sarebbe il FN. D’altra parte lo spirito di union sacrée, se perpetrato, finirà inevitabilmente per portare voti a chi ha, in questo momento, responsabilità di governo. Si può obiettare che chi si trova oggi a gestire il potere non ha protetto a sufficienza il Paese. La critica in questa direzione rimane un’arma a doppio taglio, dal momento che lo stesso Sarkozy e il suo partito in generale, hanno gestito il potere (e in particolare la sicurezza) per i dieci anni precedenti il 2012.

Ci sono poi altre tre variabili da non trascurare.

1. Non bisogna dimenticare che si tratterà comunque di un voto locale e di conseguenza un peso rilevante avranno appunto dinamiche legate ai vari territori (e Parigi non è la Francia, almeno quanto la città di New York non è considerata rappresentativa degli Usa) e le querelles per gli accorpamenti dovuti alla nuova riforma (da 22 si è passati a 13 macro-regioni).

2. Altro elemento da non trascurare: la questione del possibile alto astensionismo. Per varie ragioni l’astensionismo era atteso in aumento e se il dato dovesse essere confermato a pagare il prezzo più alto sarebbero i partiti di governo, dunque primo fra tutti il PS e in seconda battuta i LR. Anche su questo punto che effetto avranno i tragici attentati? Il sursaut national (che sta facendo ad esempio lievitare le domande di arruolamento nell’armée) potrebbe condurre ad una partecipazione se non massiccia, comunque ben più elevata dei pronostici. In fondo l’idea che ad un attacco barbaro si debba rispondere dando prova di virtù civiche e riscoprendo la matrice originaria della democrazia liberale, cioè il diritto di voto, potrebbe essere un’ipotesi non così campata in aria. In un caso del genere a beneficiarne sarebbe innanzitutto il partito che più sarebbe stato penalizzato da un alto astensionismo, cioè quel PS che nei sondaggi precedenti al 13 novembre, avrebbe dovuto ricevere come sanzione proprio il non voto da parte di una parte consistente del suo elettorato tradizionale.

3. Un’ultima ma importante questione. Tra il 13 e il 20 novembre la campagna elettorale è stata naturalmente sospesa ed è ripresa nel fine settimana con grande lentezza. L’incognita è come si svolgerà nelle due settimane che mancano al voto. Lo stato di emergenza rinnovato per tre mesi e il sentimento diffuso di insicurezza renderanno complicate le riunioni e i meeting pubblici, sia per garantirne lo svolgimento tranquillo, sia per la difficoltà nel trovare le parole giuste e i toni adeguati.

Le incognite sono davvero molte e sarebbe da ingenui pensare di avanzare pronostici. Un dato è però certo. I barbari del 13 novembre oltre a segnare un’altra ignominiosa pagina del luttuoso XXI secolo, si sono invitati a quello che resta ad oggi uno dei pochi tratti distintivi della nostra malconcia democrazia-liberale, il momento elettorale libero e democratico Già le vili bombe di Madrid nel 2004, avevano mostrato il potenziale “elettorale” di questi mostri post-moderni. Purtroppo anche il laboratorio francese ci offrirà nuovo materiale per riflessioni delle quali, è evidente, avremmo volentieri fatto a meno.