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16 ottobre 2019
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I verdetti delle dipartimentali e l’avvio della lunga corsa all’Eliseo

Michele Marchi - 31.03.2015
Ump Nicolas Sarkozy

Questa volta i risultati sono effettivi e la vittoria della destra repubblicana (praticamente ovunque alleata al centro) è significativa. L’UMP guiderà 67 dei 101 dipartimenti, dopo averne strappati 28 alla sinistra, perdendone soltanto 1. Il ritorno è alla metà degli anni Novanta, prima che si avviasse il trend positivo del cosiddetto “socialismo municipale”. Proprio la gauche nel suo complesso e il PS in particolare escono malconci anche da questo scrutinio dipartimentale. Con 34 dipartimenti ancora diretti non siamo ai minimi storici del 1992 (allora erano 23), ma in termini di voti (sotto i sei milioni per la sinistra complessivamente, meno di tre per il PS) siamo vicino ai minimi storici della Quinta Repubblica. Infine il FN, in crescita prepotente rispetto a tutti i precedenti scrutini locali (anche se con circa un milione di voti in meno rispetto al I turno), non è riuscito nell’impresa, simbolicamente rilevante, di conquistare la guida di almeno un dipartimento. Dunque da un tripartitismo evidente dopo il primo turno, si può parlare oggi di una sorta di oligopolio dominato in termini effettivi dalla destra repubblicana, con il FN sottorappresentato ma anche auto-esclusosi con la sua campagna “anti UMPS” e la sinistra frammentata e destinata ad un ruolo politico marginale.

Se i risultati sono incontestabili, si può discutere a sinistra come a destra su come si è arrivati a questo quadro. A sinistra le ragioni della sconfitta sono imputabili in parti uguali a Presidente, Primo ministro e partito socialista. Oltre il 40% dei francesi che si è recato alle urne ha dichiarato di volerlo fare per sanzionare il potere in carica a livello nazionale. All’idea del voto sanzione si deve poi aggiungere la debacle personale dello stesso Hollande, il quale da segretario del PS tra il 1997 e il 2008 ha contribuito a creare l’immagine di un socialismo come soggetto politico prima di tutto locale (di prossimità ed amministrazione) e ha potuto fare di questo radicamento lo strumento per la conquista della candidatura alla presidenza della Repubblica. Il fallimento di Hollande non può far dimenticare le colpe di Valls. A Matignon da circa un anno egli ha contribuito non poco, con le sue scelte di politica economica, ad allontanare le altre forze di sinistra dal PS, oltre che a rinfocolare una fronda interna rispetto alla quale presidente e Primo ministro dovranno fare i conti in vista del congresso del prossimo giugno. La sconfitta è infine una debacle totale per il PS che, se dopo il voto del maggio 2012, controllava praticamente tutte le cariche elettive del Paese oggi ha solo l’ultimo appello delle regionali del prossimo dicembre prima di rivivere lo spettro di un nuovo 21 aprile 2002 nella primavera 2017. È osservando la sconfitta in 5 dipartimenti “simbolo” che si può descrivere le molte sfumature della “rotta socialista”. Il PS ha perso il controllo della Corrèze, il dipartimento di Hollande, laddove il presidente aveva cominciato la sua corsa verso la guida del Paese e dove nel 2012 aveva ottenuto il 65%. Il secondo dipartimento emblematico è quello del Nord, a lungo bastione del voto operaio e da 17 anni a guida PS. Qui il partito di rue Solferino ha eletto solo 20 consiglieri sugli 82 eleggibili. Si passa poi al dipartimento dell’Essonne, emblema della sconfitta del Primo ministro. Valls è stato sindaco della città di Evry dal 2001 al 2012 e si impegnato in prima persona nel corso della campagna elettorale. Quarto caso emblematico quello del Bouches-du-Rhône, dal 1953 a guida socialista e dal 1998 dominato dal notabile locale J.-N. Guérini. La sconfitta è stata 16 a 29 e il FN al primo turno ha raccolto oltre il 33%. Infine la perdita della Cotes d’Armor. In questo caso siamo di fronte all’arretramento del PS in quelle aree di tradizione cattolica dell’Ovest che nel corso degli anni Settanta sono passate a sinistra. Ancora nel 2012 qui Hollande aveva fatto il 60%. Dal 1976 dipartimento a guida socialista, oggi la destra repubblicana ha dominato 17 a 10.

Ad una sconfitta le cui responsabilità sono da dividere più o meno equamente tra tre soggetti, sembra corrispondere un unico vincitore: Nicolas Sarkozy. Se i vari sondaggi non avevano registrato un particolare entusiasmo per il suo ritorno sulla scena, è indubbio che la sua strategia nella campagna elettorale abbia funzionato. Egli è riuscito ad unire proclami di destra (identità, immigrazione, sicurezza, ecc..) e alleanze al centro (con UDI e addirittura con Modem). Tutto ciò ha pagato, così come la tattica del “né-né” al secondo turno, qualora l’elettore UMP si trovasse a dover optare tra un candidato PS e uno FN. Nonostante l’ottima performance non mancano le nubi all’orizzonte. Il voto all’UMP è prima di tutto un voto sanzione contro presidente e governo in carica. Non siamo assolutamente di fronte ad un voto di adesione, di sostegno ad un progetto, che in verità manca o comunque ha contorni ancora poco definiti su questioni chiave come il rilancio economico e la lotta alla disoccupazione. Inoltre Sarkozy dovrà affrontare il delicato congresso di fine maggio, che dovrebbe condurre al cambio del nome del partito e all’azzeramento di tutti i quadri dirigenti. Da quel momento il nuovo soggetto partitico dovrebbe trasformarsi nello strumento nelle sue mani per condurre in porto la marcia di riconquista dell’Eliseo. Bisognerà valutare il ruolo di Alain Juppé (ancora il più alto a livello di gradimento tra i possibili presidenziabili di destra) e di conseguenza l’alleanza organica (e non più solo circostanziale) con i centristi. Infine non è certo chiusa la questione della porosità tra elettorato UMP e FN, anche se al secondo turno di questo scrutinio Sarkozy è riuscito a sbilanciarla a favore del suo partito.

L’ultima considerazione sui protagonisti del voto riguarda il FN. Dopo il grande avanzamento del I turno, il FN non sfonda. Seppur in testa dopo il primo turno in 43 dipartimenti, non solo il FN non arriva a guidarne nemmeno uno, ma perde circa un milione di voti tra primo e secondo. In parte questo è legato alla minor presenza di candidati eleggibili al II turno. Ma è allo stesso modo sintomo di una dimensione protestataria e di testimonianza, ancora abbastanza caratteristica nel voto frontista. Dunque se il FN non sfonda le cause sono in parte ascrivibili ad un sistema elettorale fortemente penalizzante e in parte ad una precisa linea politica scelta da Marine Le Pen. L’accusa nei confronti del “sistema UMPS” marginalizza ancora di più un partito già per tradizione isolato e non coalizzabile. Nonostante tutto ciò il FN esce rafforzato da questo voto locale e in termini di voti supera il PS e si colloca subito dietro l’UMP. In un sol colpo elegge 61 consiglieri dipartimentali. Basti pensare che dal 1972 ad oggi, in scrutini maggioritari (dunque escluse le legislative del 1986 e le regionali ed europee), il FN aveva conquistato solo 17 cantoni, 5 circoscrizioni legislative e 17 sindaci. 

In linea generale il voto del 22-29 marzo si inserisce nella costante discesa agli inferi del PS dopo l’exploit di Hollande nel 2012. Ci sono però almeno altre tre costanti da rilevare. Nonostante qualche timido segnale di risalita, il livello di partecipazione elettorale è drammaticamente basso. Anche a questo secondo turno ha partecipato meno di francese su due. Quella francese resta una democrazia in profonda crisi e questa costante disaffezione dell’elettorato ne è una delle dimostrazioni più evidenti. In secondo luogo proprio i risultati del FN impongono l’ennesima riflessione su un sistema elettorale così distorsivo. Il FN, con 5,1 milioni di voti al primo e 4,1 milioni al secondo, vince 31 cantoni su 2054 in palio (cioè circa l’1,5% dei cantoni, pur avendo raccolto tra il 22% e il 25% dei voti espressi). La penalizzazione per questa via delle forze anti-sistema migliora il livello di democraticità del sistema? Infine anche a livello locale la logica del bipartitismo UMP-PS sembra oramai sempre meno calzante per descrivere il panorama politico transalpino. Con questi numeri e il radicamento mostrato, il FN di Marine Le Pen può legittimamente puntare al ballottaggio presidenziale. La corsa al secondo posto utile, peraltro con grandi possibilità di vittoria finale, si giocherebbe tra UMP e PS. I prossimi mesi diranno se Sarkozy riuscirà a strutturare la sua complicata alleanza con il centro e se il PS punterà, come sembra, sullo spostamento del suo baricentro a sinistra, così da poter riproporre una stantia, quanto al momento indispensabile, unité à gauche. La sera del 29 marzo si tramuta così nella prima tappa per la lunga corsa all’Eliseo 2017.