Ultimo Aggiornamento:
15 maggio 2021
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I nodi vengono al pettine

Paolo Pombeni - 13.01.2021
Crisi governo

E’ sbagliato dire che questa crisi è inspiegabile, lo si fa solo per gettare fango sull’avversario con l’argomento, ambiguo, che così si mette a rischio la stabilità del paese. La realtà è un’altra. Vengono al pettine i nodi di una politica che si è basata sull’aritmetica anziché sulle idee, mentre la stabilità del paese purtroppo è già a rischio e non da ieri.

L’alleanza giallorossa era fondata su un interesse reciproco fra i contraenti: evitare le elezioni anticipate con la possibile, se non probabile vittoria del centrodestra. Non c’era alla base un patto politico, ma solo l’anti-salvinismo che a sinistra sostituiva l’anti berlusconismo. Sembra impossibile che la sinistra in Italia non riesca a mettersi insieme “per” qualcosa, sicché ripiega sull’unirsi in nome della comune opposizione a qualcos’altro.

In quel patto siglato nell’estate del 2019 a guadagnarci furono soprattutto i Cinque Stelle che riuscirono a mantenere i loro posti di potere e ad imporre alcuni dei loro pregiudizi ideologici. L’illusione di manipolarli piegandoli ad interpretazioni più razionali si è dimostrata fallace. Basta vedere come è andata dando il via libera al demagogico taglio dei parlamentari che doveva essere la premessa per sistemare molte questioni del quadro istituzionale-rappresentativo: il taglio i grillini l’hanno ottenuto, del resto si è persa traccia e memoria.

Il PD ha creduto di fare il grande pedagogo di una trasformazione della geografia delle classi dirigenti, ma non c’è riuscito. Ha indubbiamente riguadagnato credito e centralità dopo un momento di appannamento, ma non abbastanza da imporsi come il manovratore dietro le quinte di una nuova fase politica. Certamente la grande pandemia, evento inatteso e imprevedibile, ha concorso a dare un certo spessore ad un premier che in verità prima non ne aveva mostrato molto, ma questo ha fatto pensare a Conte di detenere quelle che romanticamente si potrebbero definire le chiavi del regno.

Tutto è franato sotto il peso di due eventi assai diversi fra loro. Da un lato la criticità della grande pandemia che si è rivelata un fenomeno non circoscrivibile e non passeggero, sicché ha messo in luce le debolezze di un sistema di governo gravato tanto da dispersione di competenze (a partire dal rapporto stato-regioni) quanto dalla modestia di gran parte del suo personale politico e amministrativo. Dal lato opposto c’è stato l’annuncio dell’intervento straordinario di sostegno alla nostra economia da parte della UE: una montagna di soldi che ha scatenato, come era inevitabile, appetiti, ma anche riflessioni sull’esigenza di non sciupare un’occasione storica.

E’ stato il combinarsi di questi due fattori che ha messo a nudo la fragilità delle basi di una coalizione che non era all’altezza della situazione. Così hanno cercato di approfittarne tanto le debolezze sul lato del governo (Conte&Friends), che hanno provato ad incrementare il loro peso oltre misura, quanto quelle interne alla coalizione (Renzi e IV) che hanno pensato di cogliere l’occasione per uscire dal loro stato di minoranze riacquisendo centralità. E’ così che si è innescata la crisi che sta rischiando di far saltare tutto il sistema.

Questa crisi potrebbe essere descritta in questo modo. Su un versante ci sono dei duellanti, Conte e Renzi, che non riescono a staccarsi dalla loro sfida, avendo finito per farne una questione di vita o di morte (politica, per fortuna). Sull’altro versante ci sono due partiti che si trovano spiazzati dalla piega presa dagli eventi e che stanno finendo per esserne se non travolti, molto ridimensionati.

Un partito sono i Cinque Stelle. Le ultime vicende hanno messo a nudo la loro pochezza di contenuti: finita l’epoca delle smargiassate dai titoli altisonanti (Spazzacorrotti e compagnia bella), non hanno più idee da portare avanti, ma solo posizioni di potere da difendere. Non è un caso che neppure a casa loro riescono a concludere nulla: vedi il fallimento totale dei loro Stati Generali e l’incapacità di darsi una struttura di direzione. L’altro partito è il PD. Per tradizione e vecchia scuola dovrebbe essere il più capace di produrre politica e in parte lo fa anche, ma non riesce a guadagnare l’egemonia della coalizione, da cui però non può distaccarsi perché gli manca un’alternativa percorribile.

In questo quadro finisce che i due partiti (LeU è un ectoplasma indefinibile e senza politica, tranne i risentimenti contro Renzi del duo Bersani-D’Alema) si trovano costretti a farsi coinvolgere nel duello fra il premier e il leader di IV: i Cinque Stelle trovando l’unica certezza di non vedersi drasticamente ridimensionati nell’appiattimento su Conte, il PD convincendosi che per far risaltare la sua centralità debba prendere la guida dell’antirenzismo senza però poterla convertire nella guida del sistema fuori dalla palude attuale.

Tutti sono lì a dire che il Paese in questa situazione non può permettersi una crisi politica. Sarebbe perfettamente vero, non fosse che la crisi è già qui e in una misura molto grave, a dispetto del fatto che non ce la possiamo permettere. Dunque il problema non può essere evitare una situazione che è già in atto, e da tempo, e dispiega effetti molto pericolosi, ma come uscirne con il minor danno possibile, cosa che si può fare solo a patto di accettare di rimescolare seriamente le carte.

L’immobilismo così come le furbate tattiche in casi come questo sono semplicemente deleteri (nel senso etimologico del termine: cioè distruggono).