Ultimo Aggiornamento:
01 agosto 2020
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I dilemmi di una riforma elettorale

Paolo Pombeni - 08.07.2020
Germanicum

A fine mese la maggioranza, ma sarebbe meglio dire il PD, proverà a far approvare almeno alla Camera il disegno di legge che rinnova il nostro sistema elettorale. Era parte dei patti che avevano dato vita al governo giallorosso per compensare il taglio senza logica del numero dei parlamentari. I Cinque Stelle hanno portato a casa quel risultato, ma poi non hanno fatto molto per tenere fede al patto, tranne il fatto che la bozza in discussione  è intitolata al loro presidente della Commissione Affari Costituzionali, l’on. Brescia.

Si tratta del cosiddetto “Germanicum”, un sistema battezzato così solo perché dal sistema tedesco prende la soglia del 5% per ammettere al conseguimento della rappresentanza parlamentare (peraltro pasticciandolo con un ambiguo “diritto di tribuna” che è una spiritosa invenzione della politica). Del sistema tedesco è l’unico elemento che prende e, a dire al verità, in questo momento anche quel sistema è messo in discussione anche in Germania per problemi vari.

Però oggi il dibattito è ripreso sul solito classico tema: ha senso andare ad un sistema proporzionale, come è nel caso della bozza in discussione, o non sarebbe meglio un sistema che obbliga a scegliere fra due coalizioni, così si sa subito chi ha vinto e chi ha perso?

Ci permettiamo di fare notare che la questione così è mal posta. Lasciamo stare le dietrologie su chi guadagna da un sistema e chi da un altro: sono questioni che esistono, ma che si possono affrontare in un secondo momento. Sarebbe prioritario fare una serie discussione su quale deve essere il fine a cui tendono le elezioni in un sistema costituzionale democratico. Perché questo e non altro è il tema vero su cui varrebbe la pena di confrontarsi.

In genere si pone l’alternativa fra l’obiettivo di “dare un governo al paese” (conformemente a quanto vogliono gli elettori) e “dare voce a tutte le opinioni presenti nel paese” (consacrandole in una rappresentanza parlamentare). In realtà questa è un’alternativa falsa. Il sistema costituzionale dovrebbe puntare a creare le condizioni perché il paese sia governato per un congruo periodo (possibilmente una intera legislatura) dall’esplicarsi dell’azione di un governo nel quadro di un parlamento che lo stimola e controlla, evitandone le deviazioni “tiranniche”. Per questo la legittimazione popolare si esercita nel quadro di questa concorrenza, non già concentrandola su una sola delle due componenti.

Ora quelli che sgomitano per conoscere già la sera delle elezioni chi andrà al governo dovrebbero sapere che non si tratta di determinare chi vince un concorso, un festival o roba del genere, dove tutto finisce lì. Nel nostro caso si tratta di mettere al governo un soggetto che sia poi in grado di svolgere adeguatamente il suo compito istituzionale nel quadro di una dialettica col parlamento, perché solo così si salvaguarda una democrazia che è anzitutto il rigetto di qualsiasi ipotesi per cui si possa accettare che qualcuno si arroghi il diritto di essere la famosa “pars pro toto” (non solo niente totalitarismo, ma neppure niente populismo che pretende di essere titolare della “vera” rappresentanza perché è risultato votato da una maggioranza in un certo determinato momento – maggioranza che poi può cambiare).

Cosa significa questo? Che il sistema scelto deve poter portare a due risultati: 1) consentire la formazione di esecutivi che abbiano una direzione che ne garantisce la compattezza; 2) garantire meccanismi che possano far fronte alle eventuali crisi di governo senza dover necessariamente ricorrere ad elezioni anticipate. Le due condizioni sono entrambe essenziali sia per evitare esecutivi che siano poi bloccati dai conflitti interni, sia per scongiurare il pericolo di un continuo ricorso all’arbitrato del voto popolare, cosa che, come è noto, incide in maniera molto negativa sulla legittimazione di sistemi democratici.

Chi si pronuncia a favore di un sistema elettorale basato sullo scontro fra coalizioni di governo che includono per forza di cose partiti diversi (e talora divergenti) deve almeno ricordarsi la non buona prova di sé che in Italia hanno dato coalizioni del genere, tenute unite fino ad un certo punto dall’interesse per le “poltrone” e a patto di inibirsi reciprocamente nel prendere decisioni su questioni scottanti. Il fatto è che una coalizione messa al governo dal voto popolare, se non regge deve per forza di cose ritornare al giudizio delle urne, con tutti i costi che ciò comporta. Inoltre in uno scenario di questo tipo la capacità del parlamento di controllare il governo è ridotta dal ricatto del ritorno alle urne (cosa che gli eletti in genere non amano).

In condizioni di questo tipo un sistema proporzionale ben temperato è più indicato per il nostro paese, almeno fintanto che non sia possibile un’alternativa fra coalizioni almeno relativamente omogenee e con una solida cultura del rispetto dei limiti istituzionali che un governo deve porsi. I contrari a questa tesi sostengono che il sistema proporzionale promuove molta frammentazione partitica e che i governi poi si formano in parlamento sulla base di intese fra forze altrettanto disomogenee di quelle che avrebbero dato vita alle alternative di tipo bipolare. Ma non è esattamente così.

La frammentazione funziona se gli elettori non sono capaci di scegliere solo partiti con un adeguato tasso di rappresentatività. Se gli elettori sono maturi è sufficiente una adeguata soglia di sbarramento (il 5% dei suffragi è una soglia ragionevole) per evitare il pullulare di partitini. Le coalizioni di governo che si formano in parlamento sono obbligate a convergere su “programmi” (siano o meno veri contratti di coalizione) che sono sottoposti non al giudizio di un corpo volatile come è quello elettorale, ma di un corpo che si spera relativamente professionalizzato come sono i parlamentari. Se il governo viene meno al suo programma il parlamento lo farà cadere. Per evitare crisi continue basterebbe introdurre il sistema tedesco della sfiducia costruttiva: non si può far cadere un governo se non c’è pronta una maggioranza sostitutiva con relativo governo.

Il pregio è che tutto questo avverrebbe alla luce del sole (parlamentare) che, con tutti i suoi limiti, è meglio della demagogia del continuo appello (fasullo) al popolo.