Ultimo Aggiornamento:
21 novembre 2020
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I Cinquestelle dal movimento al partito

Luca Tentoni - 21.11.2020
movimento 5 stelle

Anche se alcuni hanno paragonato (del tutto impropriamente, con forzature giornalistiche) gli Stati generali del M5s ai congressi della Democrazia cristiana, va però sottolineato che questo passaggio della storia politica dei Cinquestelle ha sancito, più simbolicamente che formalmente, la trasformazione del movimento in partito. Il fatto che ci siano correnti, equilibri, tattiche e strategie in un gruppo che invece, allo stato nascente, era composto da tanti "uno vale uno" impegnati a rappresentare - senza discutere - la Volontà Generale del Popolo espressa attraverso una piattaforma telematica, è un deciso cambio di passo. Non è il primo e forse neanche il più importante. Da quando il M5s ha deciso di "sporcarsi le mani" accettando di governare con altri (sia pure salvando goffamente le apparenze e aprendo la stagione, durata solo un anno, del "contratto") l'ala "governista" dei Cinquestelle è stata non solo maggioritaria, ma ha guidato il movimento nella sua trasformazione in partito vero e proprio, con un capodelegazione e partecipando alla ripartizione dei posti ministeriali e di sottogoverno. Una volta avuta la maggioranza relativa dei voti e "costretto" (o autocostretto) a governare, il M5s è passato dall'antipolitica alla necessità di entrare nel Palazzo e fare delle scelte, difendendole e cercando di restare nelle stanze dei bottoni il più a lungo possibile, prima con la Lega poi col Pd - senza troppe remore e, grazie all'errore fatale di Salvini - con una giravolta mai compiuta prima da un partito (se si eccettua la partecipazione della Lega di Bossi alla maggioranza di sostegno a Dini, nel 1995, col centrosinistra, dopo aver fatto parte del governo Berlusconi di centrodestra: una nemesi perfetta, per il Carroccio). Di più: la volontà di confermare a tutti i costi il presidente del Consiglio Conte nonostante il cambio di formula ministeriale è stata, già nel 2019, la prova - insieme alle resistenze sui segnali di discontinuità chiesti dal Pd su immigrazione e altro - che il M5s è un partito "governista". Non è un peccato: i partiti non seguono la logica di De Coubertin, perciò si presentano alle elezioni per vincere e governare. Il definitivo approdo, che sta per compiersi anche come struttura decisionale (si supererà, a tempo debito, anche l'ultimo ostacolo, il limite dei due mandati, riconoscendo l'esistenza di una classe dirigente del partito) va salutato come la chiusura di un lungo periodo - cominciato con la nascita di Forza Italia - nel quale si pensava che i partiti fossero il male assoluto e che, in politica, si dovesse scegliere fra tutte le forme associative possibili (persino quelle centrate su un solo leader dotato di pieni poteri sulla sua "creatura") pur di rendere il sistema più efficiente e moralizzato. Anche se solo il soggetto politico guidato da Zingaretti si definisce anche formalmente "partito", non è affatto sbagliato dire che anche gli altri lo sono: è vero per Fratelli d'Italia, la Lega, il M5s e i minori; persino Forza Italia, ormai, pur dipendendo da Berlusconi, discute e ha anime diverse (alcune delle quali, col tempo, hanno preferito continuare la propria stagione politica approdando ad altri lidi del centrodestra). È matura, dunque, una riflessione sul ruolo che i partiti (sia pure riottosi nel volersi definire tali) svolgono in una democrazia. Con la fine del "movimentismo" cade il velo dell'illusione di una politica che possa nascere, svilupparsi e persino governare "contro il Palazzo" e contro i meccanismi naturali del confronto istituzionale e politico. Non si assiste più a riunioni in diretta streaming e neppure ad incontri come quelli della scorsa legislatura durante i quali il M5s poteva permettersi di rifiutare gli approcci degli altri partiti dichiarandosi diverso. Oggi gli incontri ci sono, com'è naturale e fisiologico: non c'è nulla di male. Il problema non è entrare nelle istituzioni e seguire i riti della politica, ma utilizzare questi strumenti per fare il bene del Paese. Non è il nome che fa la cosa; non è il rifiuto aprioristico del confronto e del dialogo con le altre forze politiche a fare il bene dei cittadini. Si può essere diversi - più onesti, più efficienti - anche vestendo gli abiti dei partiti tradizionali. Alla fine, come dimostrano i risultati elettorali, si viene giudicati (con repentini mutamenti nelle urne) in base a ciò che si fa o non si fa, a ciò che si promette e a come lo si mantiene. La politica è questa: ora che i Cinquestelle sono entrati, buoni ultimi, nel sistema dei partiti, sono solo le decisioni che possono fare la fortuna o provocare la rovina del M5s, non altro. Non è con un anacronistico ritorno alle origini che si può salvare un patrimonio elettorale - quello del 2018 - già dissipato nel primo anno di legislatura, ma forse, imparando dall'esperienza, si può ripartire dalla forma e dalla sostanza dell'essere partito (e partito di governo) per dimostrare di sapere e poter fare qualcosa di buono per il Paese.