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18 settembre 2021
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Hollande e un nuovo passo falso: è il turno della Loi Travail

Michele Marchi - 01.06.2016
Loi El Khomri

È possibile condensare in una riforma l’insieme degli errori e delle contraddizioni di un intero mandato presidenziale? Sembrerebbe impossibile, ma l’attuale crisi che ruota attorno alla Loi Travail (ribattezzata Jobs Act alla francese), è il condensato di una serie di passi falsi politici e di metodo che costituiscono la vera peculiarità dell’esperienza di François Hollande all’Eliseo.

Due dati incontrovertibili sono alla base del ragionamento. Come di recente ha nuovamente mostrato la quarta edizione dell’interessante inchiesta Fractures françaises (realizzata in collaborazione da Le Monde, Sciences Po e Fondation Jean Jaurès) i francesi si autopercepiscono in profondo declino (economico ma non solo), si sentono sempre più minacciati dalla globalizzazione e considerano il processo d’integrazione europeo sempre meno efficace come “barriera protettiva”. La vera novità è che questa diffusa insofferenza non è più solo prerogativa delle classi popolari, ma ha conquistato il ceto medio e fa proseliti anche tra le élites ad alto livello di scolarizzazione e di reddito. Il secondo dato da non trascurare riguarda il livello di fiducia e di sostegno dei quali Hollande e il suo Primo ministro possono godere. Nel primo caso oggi siamo attorno al 15% di cittadini soddisfatti. Il suo Primo ministro, nel corso dell’anno passato attorno al 40%, ora sta progressivamente scendendo sino ad arrivare al 25%.

Ebbene in un quadro generale di questo tenore si inserisce la cosiddetta Loi El Khomri, dal nome della giovane ministra franco-marocchina titolare del dicastero del Lavoro. Da un punto di vista politico-ideologico la scelta di Hollande è piuttosto chiara. Fare un passo ulteriore nella direzione della svolta liberal-socialista avviata nel 2014 con il “patto di responsabilità”. Al fondo la convinzione è quella di rovesciare un approccio, da tempo superato in contesti economico-sociali più dinamici, in base al quale sempre maggiore protezione di chi possiede un lavoro sia sinonimo di progresso. Un ragionamento di questo genere può naturalmente valere in condizioni di pieno impiego o simili, mentre perde gran parte della sua ragion d’essere in un contesto, come quello francese, con la disoccupazione al 10%, a livello giovanile oltre il 25% e con picchi in alcune aree disagiate del Paese del 50%. Peraltro se anche si vuole entrare in alcuni tecnicismi del provvedimento, la parte più contestata, quella dell’articolo 2 che attribuisce un primato agli accordi a livello di azienda rispetto ad una logica nazionale e di categoria, solo difficilmente può essere definitiva rivoluzionaria.

Eppure il Paese è attraversato da manifestazioni, spesso violente ed è sottoposto ad una serie interminabile di scioperi e di ristrettezze in particolare sul fronte dell’approvvigionamento di carburante (facendo tornare alla memoria gli scioperi selvaggi e le file di vetture alle pompe di benzina di fine maggio 1968). E soprattutto circa il 70% dei cittadini ritiene indispensabile che il presidente ritiri il provvedimento, passato utilizzando la forzature del 49.3 e ora in discussione al Senato, per poi passare una seconda lettura all’Assemblée nationale.

Ma come e perché si è giunti a questo punto? Prima di tutto perché Hollande e il Primo ministro Valls hanno deciso di affrontare una riforma, come quella del codice del lavoro, ad altissimo valore simbolico. Le garanzie di chi è già tutelato sono considerate l’ultimo argine prima di una totale vittoria del cosiddetto meccanismo della mondialisation. In secondo luogo proprio i leader socialisti hanno sottostimato il potere di ricatto e negoziale di un sindacato, la CGT (il corrispettivo della nostra CGIL, vicino alle posizioni dell’estrema sinistra e non del PS) che, seppur scarsamente rappresentativo (in Francia i dati del 2013 Ocse parlano di un livello di sindacalizzazione del 7,7%), controlla ancora importanti settori strategici. Peraltro l’idea di attaccare i negoziati a livello di categoria, se dovesse andare in porto, toglierebbe proprio al sindacato, una parte consistente del suo potere di contrattazione.  In terzo luogo non si è pensato per nulla ad un’azione “pedagogica” per preparare e introdurre sul territorio la legge e la si è lasciata portare avanti da una giovanissima ministra, giunta peraltro al ministero del Lavoro da meno di un anno, con scarsa esperienza a livello negoziale e di rapporti con il mondo sindacale. Si è inoltre clamorosamente sbagliato il timing. A pochi giorni dall’apertura dei campionati europei di calcio, il Paese rischia una paralisi che sarebbe amplificata e causerebbe un ulteriore danno di immagine a livello continentale. Sempre in relazione al momento scelto, una riforma di questa portata e di questo impatto simbolico doveva essere calendarizzata ad inizio mandato (e non nel corso dell’ultimo anno) e non di certo a poche settimane dalla clamorosa marcia indietro presidenziale sul provvedimento di décheance de nationalité nei confronti degli accusati di terrorismo, a seguito dell’acuirsi della divisione all’interno della maggioranza di governo. Che effetto avrebbe, sulla già scarsa credibilità del presidente e del suo esecutivo, un’altra retromarcia, questa volta a seguito del braccio di ferro imposto dalla CGT?

Piuttosto che chiedersi se Hollande deciderà, anche in questo caso, di cedere o proseguirà nel braccio di ferro, bisogna soffermarsi un attimo a riflettere sulle ricadute di questa ennesima crisi del deludente quinquennato hollandiano. Da un lato è impossibile non notare una certa coerenza dell’inquilino dell’Eliseo nell’ultimo biennio. In fondo nello scontro con il minoritario, ma potente sindacato CGT, Hollande con accanto il sindacato riformista CFDT, incarna lo scontro classico tra le due sinistre francesi e opta per una chiara via riformista. Dunque si potrebbe individuare un vero e proprio progetto presidenziale “centrista”, per cercare la riconferma. Il presidente uscente si propone come punto di equilibrio, terza via, tra l’estremismo CGT e l’ultra-liberismo sbandierato da quasi tutti i candidati della destra alle prossime primarie interne. Tutto bene se non fosse che il piano strategico di Hollande per puntare ad una complicata riconferma non sembrava andare in questa direzione. Infatti dando per scontato il passaggio di Marine Le Pen al secondo turno, per non fare la fine di Jospin nel 2002, Hollande dovrebbe limitare le candidature a sinistra. Scontata quella di Mélenchon e quasi certamente quella di una ecologista, egli dovrebbe almeno scongiurare una dissidenza in area socialista (ad esempio l’ex ministro Montebourg). Ce la farà imbracciando la bandiera del riformismo socialdemocratico? Riuscirà, al primo turno, a conquistare al centro ciò che perde a sinistra? Nutrire qualche dubbio appare legittimo.

Un po’ di attenzione al complessivo significato politico che ruota attorno alla Loi Travail dovrà dedicarla anche la nutrita schiera di concorrenti alla candidatura della destra repubblicana per la corsa all’Eliseo. Le posizioni ultra-liberali, quasi thatcheriane sul modello RPR degli anni Ottanta, ad esempio di Fillon e Juppé, sembrano mal conciliarsi con l’attuale reazione popolare alla Loi Travail e con i dati citati del sondaggio Fractures français. Confermando fino a che punto stia arrivando il livello di distanza tra mondo della politica e opinione pubblica. Tanto che un altro sondaggio molto recente colloca i francesi senza partito al 28% in vista del primo turno presidenziale dell’aprile 2017 certificando che, al momento, il primo partito di Francia è proprio quello dei “senza partito”.