Ultimo Aggiornamento:
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Governare il vuoto

Luca Tentoni - 07.10.2017
Libro Mair

Alle prossime elezioni siciliane e, in primavera, alle politiche (senza dimenticare le regionali in Lombardia e Lazio) assisteremo quasi certamente alla conferma di una tendenza all'astensionismo ormai consolidata. Come abbiamo già sottolineato in altre occasioni, la partecipazione elettorale va vista in funzione dell'importanza che il cittadino attribuisce sia al tipo di consultazione (nazionale, regionale, comunale, europea), sia all'oggetto del voto (nel referendum, il tema; nel voto nazionale o locale, la mobilitazione può essere frutto dell'offerta politica - 2006, 2008 - o del momento storico - 1948, 1976 - o dalla "contendibilità" di un comune), sia alla valenza che il "non voto" può assumere (nei referendum, per far mancare il quorum e impedire la vittoria dei "sì" abrogazionisti; alle elezioni, l'espressione di una protesta o della mancanza di offerte accettabili o, ancora, il segno del distacco e della disaffezione verso un partito, il sistema politico o l'intero quadro istituzionale). Quel 24,8% di astenuti alle elezioni nazionali del 2013 (al quale va aggiunto il 2,7% di schede bianche e nulle, per un totale di 12,9 milioni di voti non espressi: il 27,5% degli aventi diritto) ha un valore apparentemente minore del 52,6% che nel 2012 non è andato alle urne per il rinnovo dell'assemblea regionale siciliana (senza contare che l’astensionismo, nell’Isola, ha toccato quota 57,1% alle europee 2014, mentre nel complesso del Paese era al 41,3%: cifre inimmaginabili anche dieci o venti anni fa; in più, va ricordato che nel 2014, in occasione delle regionali dell’Emilia-Romagna, restò a casa il 62,3% degli aventi diritto, a testimonianza che si tratta di un fenomeno che, di volta in volta, riguarda o può riguardare tutto il territorio nazionale). In realtà, considerando la "scala gerarchica" delle elezioni e la maggiore propensione astensionista del Sud e delle Isole (nel 2013 in Sicilia, per la Camera, l'astensione fu del 35,4%, più il 2,9% di schede bianche e nulle: in tutto, il 38,3% degli aventi diritto) si tratta di un dato pienamente in linea con altre elezioni regionali e col contesto nazionale. Infatti, nel complesso delle regionali italiane 2012-2015, si è registrato un astensionismo pari al 42,3% (che con voti “bianchi” e nulli arriva al 45,6%), in netto aumento rispetto alla tornata precedente (36,7% astenuti più 2,9% di bianche e nulle). La mancata partecipazione al voto, che ha molteplici cause, è una costante dell'ultimo quarto di secolo nelle democrazie occidentali. Come ha spiegato Peter Mair nel suo (parzialmente incompiuto, per la prematura scomparsa dell'autore) "Governare il vuoto" (Rubbettino 2016; ed. orig. "Ruling the Void - The Hollowing of Western Democracy", 2013) "tra le democrazie avanzate e post-industriali, la percentuale di partecipazione dell'elettorato avente diritto è aumentata negli anni Cinquanta, si è stabilizzata negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, per poi far registrare quello che Norris ha definito un modesto scivolamento negli anni Novanta. Questa limitata diminuzione, tuttavia, ha un significato statistico limitato, lasciando invece una generale tendenza alla stabilità o invariabilità nella maggioranza degli Stati". Si tratta di un'affermazione che, nel caso italiano, è stata confermata negli anni più recenti. Da noi, inoltre, si sono avuti segni di cedimento della partecipazione già nella seconda metà degli anni Settanta, se si pensa che la grande mobilitazione del 1976 intorno all'ipotesi del "sorpasso" del Pci ai danni della Dc (poi non avvenuto), in un clima reso favorevole dall'abbassamento della maggiore età da 21 a 18 anni (che aumentò l'affluenza, grazie alla notevole politicizzazione dei giovani dell'epoca) produsse una diminuzione dell'astensione - in rapporto al 1972 - del solo 0,2% (considerando però il significativo incremento del corpo elettorale, si ebbero comunque 145mila astenuti in più in valore assoluto). La disaffezione si palesò invece alle "politiche" successive, quelle del '79 (un po' per la "smobilitazione" rispetto al '76, un po' perchè la crisi dei partiti - resa evidente dall'elevata percentuale di voti referendari contro il finanziamento pubblico dei partiti, nel '78 - era ormai entrata nella fase che sarebbe culminata nella fine della Prima Repubblica agli albori degli anni Novanta) quando la percentuale di astenuti, unita a quella di chi aveva votato scheda bianca o nulla, salì di colpo dal 9,2% del 1976 al 13,1% (di cui 9,4% non voto: +2,8% rispetto al '76) e ancora, nel 1983, al 17,1% (non voto: 12%) per restare stabile nel 1987 e nel 1992, in vista di una nuova progressione (19,9% - di cui 13,9% astenuti - nel 1994; 23% nel 1996; 24,6% nel 2001) interrotta nel 2006 e nel 2008 (18,5%; 22,5%) ma ripresa con vigore nel 2013 (27,5% di cui 24,8% astenuti). Un’interruzione che invece – nel primo decennio di questo secolo - non si è verificata alle elezioni europee: da un’astensione che (limitatamente al voto espresso sul territorio nazionale) era del 13,88% nel 1979 si è passati al 26,91% del 2004, al 33,53% del 2009, fino ad arrivare al 41,31% del 2014. Il cambio di sistema dei partiti intervenuto con la Seconda Repubblica, dunque, non solo non ha arginato la "fuga dalle urne", ma forse - complice il mutamento della "forma partito" in Italia e più in generale in Europa - ha forse finito per accentuare la tendenza. È vero, come qualcuno osserva, che la partecipazione elettorale non è l'"indice di gradimento" del sistema politico, o del funzionamento delle istituzioni, perchè l'affluenza è frutto di molti fattori, tuttavia è altrettanto vero che, oltre una certa percentuale (da noi anche il 50%, in più d'una occasione) il "non voto" diventa la manifestazione di un problema che i soggetti politici, gli osservatori e le istituzioni non possono ignorare, nel momento in cui - per contro - non si sottovaluta il voto ai "partiti antiestablishment", al quale si dedica la necessaria attenzione. Mair coglie nell'unione di due fattori - il crescente astensionismo, la volatilità elettorale - i sintomi della crisi della "democrazia dei partiti": "i partiti stanno crollando in due modalità differenti. Da un lato, non sono più in grado di coinvolgere i cittadini, la cui partecipazione elettorale è al livello più basso mai registrato e con un senso di appartenenza politica in declino. In modo simile, i cittadini sono sempre meno predisposti a impegnarsi con i partiti, sia in termini di identificazione che di appartenenza, rinunciando a un coinvolgimento politico di tipo convenzionale. Dall'altra parte, i partiti non svolgono più adeguatamente il loro ruolo di base per le attività dei loro leader, che guardano con sempre maggiore attenzione alle istituzioni pubbliche esterne (...); i cittadini si ritirano verso una vita più privata o si rivolgono a forme di rappresentanza più specializzate e specifiche, mentre i leader dei partiti si ritirano nelle istituzioni". È quella che - declinata diversamente - da un lato Mauro Calise chiama la "democrazia del leader" e dall'altro Bernard Manin definisce la "democrazia del pubblico". Secondo Mair, il ritiro e il disimpegno sono sintomi di una più generale indifferenza "nei confronti della politica con la P maiuscola": in termini di politica pratica, "il crescente vuoto che è venuto a crearsi fra governanti e governati ha spesso facilitato l'emergere della sfida populista che attualmente caratterizza molte delle avanzate democrazie europee" (...); "forse, per la prima volta dal dopoguerra, la classe politica stessa è diventata oggetto di disputa in un ampio numero di politiche democratiche". Il declino della partecipazione elettorale, dunque, è solo un aspetto del crescente livello di indifferenza o alterità rispetto ai processi politici: "più (la partecipazione, ndr.) diminuisce e più cresce il livello di indifferenza, più è lecito aspettarsi che anche questi cittadini (che sono più assidui nel votare, ndr.) renderanno il proprio coinvolgimento politico più instabile, più incerto e di conseguenza esprimeranno le proprie preferenze politiche in maniera più casuale". In altre parole, si afferma una "fedeltà leggera" tipica dell'instabilità elettorale: lo "split-ticket" osservato da Russell J. Dalton in alcuni paesi, dove si vota per un partito in una competizione elettorale (nazionale, poniamo) e per un altro in un'elezione diversa (locale), mentre fino agli anni Settanta-Ottanta osservavamo una continuità di voto impressionante (in Italia, per esempio, dalla circoscrizione comunale alla Camera dei deputati si sceglieva sempre lo stesso partito). Con l'allontanamento dei cittadini dalla politica tradizionale, il voto diventa sempre meno legato a logiche di appartenenza e di continuità, osserva Mair. Gli elettorati, perciò, "stanno diventando progressivamente destrutturati, affidando più importanza ai media ed investendoli del ruolo di decisori dell'agenda politica" (oggi, a sei anni dalla scomparsa dell'autore, si possono agevolmente ricomprendere fra i media più importanti i social network). Fino agli anni Settanta, rileva Mair, la politica convenzionale era considerata "qualcosa che apparteneva ai cittadini, cui potevano partecipare e nel quale effettivamente partecipavano. Ora, per parafrasare Giddens, la politica convenzionale è diventata parte di una realtà esterna che le persone osservano dal di fuori". Si potrebbe aggiungere, anche qui, che ciò è o può essere vero anche quando si induce l'illusione di poter effettivamente contare e partecipare al processo decisionale: siamo "testimoni della trasformazione della democrazia partitica in una democrazia del pubblico (Manin) (...); come enfatizzato da Giovanni Sartori, la videocrazia, quindi la politica dell'audience, è più forte quando i partiti politici sono deboli e più debole quando questi ultimi sono forti". Partiti stabili - afferma Mair - "sono difficili da sostenere quando la politica si trasforma in uno spettacolo, una conseguenza normale a fronte dell'assottigliarsi delle vere differenze che dividono i partiti". Si è passati, dunque, ad un sistema nel quale il ruolo del partito sul territorio (party on the ground) è stato declassato a favore del "partito degli eletti" nelle istituzioni (party in public office), anche se – a nostro avviso – non va trascurato il ruolo del party in central office. Mair, che nel volume fa anche riflessioni interessanti e attuali sull'Unione europea, non ha avuto la possibilità - se non in piccola parte - di vivere gli ultimi anni, durante i quali altri fattori (la crisi economica, l'affermazione dei nuovi media, l'uso sapiente che i partiti antisistema fanno della categoria schmittiana di "amico/nemico") hanno reso ulteriormente più complesso il panorama. Da "Governare il vuoto" - che ha il pregio di aver colto e delineato tendenze attuali, si può partire per un viaggio nei problemi del nostro tempo e delle nostre fragili democrazie.