Ultimo Aggiornamento:
27 ottobre 2021
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Fatti compiuti, e buon viso a cattivo gioco. Russia e Nato in Siria.

Massimiliano Trentin * - 03.10.2015
Carro russo in Siria

Le ultime settimane hanno visto l’escalation dell’intervento russo in Siria. Un intervento che in precedenza riguardava il sostegno logistico-militare, diplomatico e finanziario al Governo siriano. L’interesse di Mosca per la Siria e il regime ba’thista risiede nella sopravvivenza di una alleato di lunga durata che garantisce alla diplomazia russa e alle forze armate russe una presenza limitata ma cospicua nel Mediterraneo orientale e in Medio Oriente. Vi sono anche forti legami sociali, data la presenza di molti cittadini siriani e russi sposati assieme o con lunghe esperienze di formazione e lavoro nell’uno come nell’altro Paese. Per non dimenticare la secolare politica di sostegno di Mosca alle chiese cristiane ortodosse in Siria. Infine, e non da sottovalutare, Mosca e Damasco condividono una lunga avversione nei confronti delle forze del cosiddetto Islam politico, brandito come “terrorista” tout court: tanto in Cecenia come nella guerra in Siria non hanno avuto problemi nel radicalizzare il conflitto in modo tale da favorire le frange estremiste e radicali, peraltro comunque presenti, e poi muover loro la “guerra al terrorismo”. Del resto, queste sono strategie impiegate da altri Stati.

L’intervento militare diretto della Russia in Siria nasce dalla consapevolezza che dall’inizio del 2015 le sorti del conflitto volgevano a sfavore di Damasco: dopo oltre quattro anni di guerra, le forze di al Assad, esercito regolare e milizie, hanno raggiunto i limiti delle loro capacità, e sono in grado più di difendere i rispettivi villaggi che conquistare territori nemici; Hizb’allah è forte e determinante ma anch’esso con capacità limitate per numero di uomini; l’Iran si è concentrato sull’accordo sul nucleare e ora nel dare slancio allo sviluppo produttivo interno in vista della fine delle sanzioni economiche occidentali. Turchia, Arabia Saudita, altri Emirati del Golfo, USA e Francia hanno rafforzato la cooperazione dall’inizio del 2015 nel sostegno militare e logistico alle milizie anti-Assad: direttamente o indirettamente tutte, estremiste e moderate. Da qui l’avanzata della coalizione di forze “Esercito della conquista” nella provincia agricola di Idlib, nel nord-ovest del Paese, oppure del “Fronte del Sud” ai confini con Israele e Giordania. Nel nord, i curdi consolidano le proprie posizioni, nonostante la Turchia.

L’intervento russo ha lo scopo di rafforzare le posizioni di Damasco e ri-equilibrare sul campo militare i rapporti di forza tra regime e ribelli. Prima il rafforzamento delle basi aeree e marittime a Lattakia e Tartous, poi i bombardamenti aerei si sono concentrati nelle aree di provincia comprese tra Homs, Hama, Idlib e Aleppo: tutte zone in cui sono prevalenti le milizie di Jabhat al Nusra, affiliata ad al Qaida, di altri gruppi radicali islamisti e delle forze dell’Esercito libero siriano, armate dai Paesi Nato e del Golfo. Fonti libanesi parlano da tempo dei preparativi per una nuova offensiva di terra delle forze siriane, iraniane e Hizb’allah proprio nelle zone bombardate ora dall’aviazione russa: l’obiettivo sarebbe riconquistare o mettere in sicurezza la fascia centrale, più ricca e popolosa, dell’Ovest della Siria. Fatto interessante è la precedente richiesta da parte di Turchia e USA a Jabhat al Nusra di ripiegare dalle zone a nord della Siria verso sud, ossia verso Hama e il nord di Homs dove si concentrano gli attacchi russi e la possibile offensiva di terra siro-iraniana-hizb’allah. Notizie, non confermate, davano per probabile anche un’offensiva dello Stato islamico contro Hama e Homs, di cui poi non se ne è saputo più nulla.

L’intervento di Mosca risponde dunque a due esigenze, tattiche e strategiche. Da un lato, con Teheran contribuisce ai piani di rafforzamento di Damasco nella fascia occidentale del Paese contro i piani dei ribelli e dei loro alleati. Dall’altro si iscrive in una strategia tanto semplice quanto lineare; forse anche troppo lineare. I gruppi terroristici salafiti-jihiadisti come al Qaida e soprattutto lo Stato islamico nelle sue diverse conformazioni in Iraq e Siria hanno avuto successo in quegli spazi e in quei tempi in cui le istituzioni statali sono collassate, con esse l’ordine pubblico e la società civile locale è stata repressa dalle diverse milizie criminali. Dove lo Stato nelle sue istituzioni e/o la società civile reggono, i jihadisti faticano o non riescono ad entrare. Mosca, come Damasco, predilige lo Stato. Per i russi, lo Stato in Siria è ancora rappresentato dal Governo e dall’esercito di Damasco; dunque, con tutti i limiti del caso, sono loro ad essere il referente, il punto d’appoggio contro i gruppi jihadisti. La minaccia principale per il Governo è rappresentata dai ribelli di Jabhat al Nusra, loro simili e altri del malandato Esercito libero siriano: sono siriani, sono radicati nel territorio e nelle comunità, hanno costruito esperienze di governo. Da qui la decisione di Mosca di sostenere Damasco e Teheran nell’attaccare prima i ribelli, ed al Qaida. Del resto sanno che è abbastanza difficile per Washington, Parigi, Londra, Ankara e le capitali dei Paesi arabi del Golfo uscire allo scoperto e condannare i russi per aver colpito al Qaida, o gruppi affini. Finora cercano di difendere quelle forze moderate che hanno addestrato ed armato ma che poi sul campo hanno collaborato con Jabhat al Nusra di al Qaida oppure sono state eliminate proprio da al Qaida. Ancora una volta nella storia contemporanea della Siria, gli USA non hanno saputo trovare un partner locale sufficientemente forte, o “presentabile”, per poter entrare nel Paese.

E il cosiddetto Stato islamico? Nelle parole tutti lo combattono, nei fatti tutti lo tengono da parte in quanto utile, anzi “mostro” perfetto con cui giustificare interventi e alleanze altrimenti ingiustificabili. Se prima c’era al Qaida, ora c’è lo Stato islamico.

Se, ed è tutto da vedere, Mosca, Damasco e Teheran riusciranno nell’intento di sconfiggere le forze ribelli, e Jabhat al Nusra, o schiacciarle in alcune sacche periferiche del nord-ovest del Paese, senza che i Paesi Nato e del Golfo possano fare nulla di concreto, allora potrà crearsi una situazione per cui il conflitto in Siria verrà “semplificato” in una lotta tra Damasco e lo Stato islamico. Come da sempre auspicato nella capitale siriana. Probabilmente i Paesi Nato non rischieranno uno scontro diretto con la Russia per difendere Idlib, i pochi alleati dell’Esercito libero siriano, oppure Jabhat al Nusra di al Qaida: al massimo potranno sostenere una “guerra per procura”, come in parte fatto finora. Se questi saranno sconfitti, difficilmente i Paesi Nato potranno poi ergersi a difensori dello Stato islamico come contrappeso all’alleanza Damasco-Teheran-Mosca. Nel 2012 Washington considerava un emirato islamico tra Iraq e Siria come ostacolo alla supposta espansione dell’Iran sciita; nella forma dello Stato islamico, l’emirato è sfuggito al controllo; i “moderati” se non la stessa Jabhat al Nusra possono ricoprire un ruolo simile, ma ora l’intervento di Mosca rischia di mandare tutto all’aria. A quel punto saranno costretti a convergere de facto sulle posizioni di Mosca e Teheran. Di fronte al fatto compiuto e all’escalation dei rischi connessi, forse si apriranno spiragli per un negoziato politico che va ben al di là delle sorti di Bashar al Assad: vista la situazione tanto Mosca quanto Teheran considerano che sia indispensabile oggi: molto meno domani. Buon viso a cattivo gioco, la diplomazie occidentali iniziano a convergere sul punto di compromesso. Non ancora, invece i loro alleati regionali in Turchia e nel Golfo. La questione sarà però individuare le controparti ribelli ancora sul campo e disposte ad un compromesso, obtorto collo.

Questa sembrano essere le prospettive, se non proprio strategie, nelle quali si muove la Russia di Putin: obiettivi abbastanza ben delineati, sostegno alla “sovranità” e al primato delle istituzioni statuali, uso della forza militare ogni qualvolta non sia possibile un intesa con i Paesi occidentali su questioni che ritengono strategiche per la loro sicurezza e status internazionale. Mosca corre però grandi rischi: ossia, sottovalutare le capacità di resistenza dei ribelli locali che difendono i propri territori, ed essere oggetto di una guerriglia “per procura” prolungata nel tempo. Il 1 Ottobre alla BBC, il Rappresentante democratico al Congresso USA, Brad Sherman, ha sostenuto che l’Iran e i suoi alleati sono una minaccia ben peggiore dello Stato islamico, da qui la necessità di proseguire nel sostegno ai ribelli “moderati”. Il rischio dunque esiste per Mosca. Infine, punto centrale, e spesso dimenticato di tutte le analisi, sono i costi umani di queste operazioni: i raid occidentali hanno fatto migliaia di vittime civili, i russi si muovono sulla stessa linea per cui le accuse reciproche di atrocità francamente sono pretestuose e strumentali.

 

 

 

 

* Ricercatore presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali di Bologna