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27 ottobre 2021
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Fase di stallo: la prima visita ufficiale di Xi Jinping in America

Aurelio Insisa * - 03.10.2015
Zhang Chuanjie

Nel giugno 2013,  il Presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping compì una visita di carattere “informale” negli Stati Uniti, durante la quale incontrò il Presidente Obama a Sunnylands, in California, tra voci di un nuovo de facto G2 a capo degli equilbri internazionali ed un’atmosfera amichevole simbolizzata dalle foto ritraenti i due leader a passeggio per la campagna californiana in maniche di camicia. Dissapori ed incomprensioni tra Washington e Pechino erano ovviamente presenti sullo sfondo, dalla questione delle Isole Senkaku/Diaoyu nel Mare della Cina Orientale, alla mancata svalutazione dello yuan, dallo spinoso problema dello spionaggio informatico alla perenne questione della diversa interpretazione dei diritti umani e delle libertà civili tra i due paesi. Tuttavia, vi era anche genuino interesse da parte dell’amministrazione americana nel conoscere meglio il nuovo conquilinio di Zhongnanhai, e forse perfino la speranza di creare una relazione di carattere personale tra Xi e Obama che avrebbe potuto facilitare le relazioni tra i due paesi.

Prendendo Sunnylands come termine di paragone per la nuova visita, stavolta di carattere ufficiale, intrapresa da Xi tra il 22 ed il 28 settembre e conclusasi con un discorso all’assemblea generale delle Nazioni Unite, è innegabile che la “relazione bilaterale più importante nella storia” stai attraversando una fase di stallo. Il senso di novità che aveva caratterizzato la visita del 2013 è definitivamente svanito, e Cina e Stati Uniti rimangono distanti come prima e più di prima sui temi più delicati, a dispetto di ovvi lip services sullo sviluppo economico dell’Asia-Pacifico e sulla necessità di combattere il terrorismo internazionale. Anzi, l’attivismo cinese dell’ultimo anno nel Mare della Cina Meridionale, con la costruzione di nuovi avamposti militari, e la creazione di una rete istituzionale di carattere trans-regionale alternativa alle istituzioni a guida americana, con la creazione della Banca Asiatica di Investimento per le Infrastrutture, e di iniziative quali la One Road One Belt per connettere la Cina con l’Europa via mare e terra, hanno ulteriormente complicato le relazioni tra i due paesi. Come ben riassume Zhang Chuanjie, analista presso il Carnegie-Tsinghua Center for Global Policy, Pechino è convinta che Washington abbia come fine il suo contenimento. Specularmente, Washington è convinta che il fine ultimo di Pechino sia quello di riscrivere le “regole di convivenza” internazionali a propio vantaggio, per escludere gli USA e diventare la potenza egemone della regione. Il radicamento di queste percezioni, che si rafforzano a vicenda e rischiano di diventare delle profezie autoadempienti, rimane probabilmente l’ostacolo più difficile da sormontare nella relazione tra i due paesi.

Nuove debolezze?

Nonostante ciò, l’assenza di sviluppi “drammatici” non è di per sé negativa: la visita di Xi è da inserire in un contesto più ampio caratterizzato da decine di riuinioni bilaterali tra i due paesi di carattere militare, diplomatico e commerciale che si tengono a vari livelli a scadenza mensile, nati su iniziativa statunitense fin dalla prima amministrazione Clinton. Pur profonde ed innegabili le distanze tra i due paesi non sono tali da impedire un nuovo “congelamento” delle relazioni bilaterali come nel caso della relazione tra Mosca e Washington, ed in un contesto caratterizzato da quello che He Yafei, figura di primo piano del Consiglio di Stato della PRC, ha definito come un “deficit di fiducia” tra i due paesi, mantenere ed “istituzionalizzare” i canali di comunicazione tra i due paesi ha un’importanza instrinseca, indipendentemente dai risultati effettivi che si possono raggiungere nel breve termine.

Certamente, ha anche avuto un peso sull’assenza di risultati concreti della visita anche la relativa debolezza dei due leader. Obama si appresta a terminare il suo mandato, e sebbene la sua condizione di lame duck gli abbia conferito una maggiore libertà di iniziativa in politica estera, testimoniata dall’apertura verso Cuba e dal raggiungimento di un accordo sula questione nucleare con Teheran, sarebbe ingenuo pensare che la leadership cinese non abbia percepito la debolezza della sua amministrazione. Tuttavia, anche la posizione di Xi Jinping è radicalmente cambiata negli ultimi mesi, e una certa aurea di invicibilità “putiniana” che è stata sapientemente coltivata dai media e dalla public diplomacy cinese sin dal 2012 comincia a sgretolarsi.  

La crisi, pardon “rallentamento”, dell’economia cinese negli ultimi mesi di quest’anno ha inevitabilmente finito per indebolirne l’immagine e complicare la narrazione sullo status della Cina sul palcoscenico internazionale. La Cina del 2015, infatti, appare come un paese intrappolato in un paradosso fatto di potenza e debolezza, una contraddizione perfettamente incarnata dalla imponente parata militare tenutasi il 3 settembre per commemorare il settantesimo anniversario della vittoria nella Seconda Guerra Mondiale. Diversi analisti hanno sottolineato come il dispiegamento di imponenti armamenti per le strade di Pechino al ritmo di una retorica oscillante (e a tratti confusa) tra trionfalismo nazionalista e riconciliazione internazionale sia stato essenzialmente una manifestazione di insicurezza. In fin dei conti, superpotenze consapevoli del proprio status a livello internazionale e agli occhi dei propri cittadini non hanno bisogni di ostentare la propria forza militare davanti una platea di politici occidentali in pensione lautamente pagati quali Tony Blair e Gerhard Schroeder.

Alla luce di tutto ciò è probabilmente necessario abituarsi ad un difficile equilbirio. Mentre ci siamo progressivamente resi conto della fine del “momento unipolare” americano nell’ultimo lustro, è opportuno prepararsi a mettere da parte sia le narrazioni trionfalistiche che quelle catastrofiste sul futuro della potenza cinese, ed adattarsi a più prosaici e complessi equilibrismi tra le due massime potenze mondiali.

 

 

 

 

* Dottorando presso il Dipartimento di Storia della University of Hong Kong