Ultimo Aggiornamento:
03 giugno 2023
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Evitiamo acrobazie interpretative: le comunali sono elezioni “locali”

Paolo Pombeni - 17.05.2023
Elezioni comunali

La politica è tutta un test, si potrebbe dire scimmiottando una nota canzonetta. Si tratta però di capire che tipo di test di volta in volta possa essere. Ci sarà naturalmente tempo e modo per analisi dei dati e dei flussi (per noi lo farà sabato l’ottimo Luca Tentoni), ma intanto vediamo di proporre una lettura “di superfice” che non vorremmo fosse superficiale.

I media ed i numerosi fan club che circondano i partiti nella carta stampata e sulle TV sono alla perenne ricerca di conferma delle rispettive tesi: Meloni si rafforza come guida suprema della destra? La Lega di Salvini è in stasi o si riprende? Nel PD è visibile l’effetto Schlein? I Cinque Stelle come sono messi? Il terzo polo da qualche segno di vita?

Sono tutte domande legittime, ma poste ad eventi che non sono in grado di dare risposte soddisfacenti. Nelle elezioni comunali è difficile che la gran parte degli elettori scelga seguendo appartenenze di parte od orientamenti solo ideologici. La ragione è semplice: per prima cosa l’affezione ad uno schieramento a prescindere da ogni valutazione è sempre più in forte calo; in secondo luogo la scelta è condizionata da una conoscenza abbastanza prossima dei candidati in campo, specie quando come nella tornata attuale al massimo ci sono città di medie dimensioni. Poco meno della metà degli aventi diritto non si reca neppure a votare, convinta che in fondo chiunque vinca cambierà poco per quanto riguarda la sua vita di cittadino ordinario. E con queste premesse c’è da attendersi che ai ballottaggi, là dove si verificheranno, la partecipazione calerà ancora.

A Brescia ha vinto al primo turno la vicesindaca del centrosinistra, a Treviso è stato confermato il sindaco in carica del centrodestra: quando si governa in modo appropriato è difficile scalzare chi ha dato buona prova di sé. I leader dei partiti nazionali si sono anche spesi, chi più chi meno, ma non è rilevabile al momento un loro effetto di trascinamento sui candidati locali.

La conclusione che si può trarre, a meno di non avere clamorose smentite coi ballottaggi, è che la distribuzione nazionale dei consensi rimane più o meno quella che si è sedimentata nell’ultimo decennio e che naturalmente fluttua un poco, si ridistribuisce nelle grandi aree di raccolta del consenso, ma non al punto da ridisegnare la attuale geografia politica italiana. Non almeno per ora. Ciò non significa che non siano possibili rovesciamenti e riconquiste, ma saranno nelle mani delle classi politiche locali se sono capaci di occuparsi dei problemi della gente senza farsi condizionare dalle diatribe su presunti massimi sistemi, che sono roba buona per la politica spettacolo che fa un po’ di ascolti, ma sposta pochi consensi. E che i partiti abbiano effettiva capacità di selezione del loro personale politico è piuttosto dubbio.

Sarebbe saggio però considerare che i problemi del paese continuano ad essere seri e che prima o poi presenteranno il conto. Se si parte per esempio dal tema della sanità, che anche dove funziona non offre esempi costanti e generalizzati di alta efficienza (e figurarsi dove non funziona), si vede che si sta facendo pochino per metterci mano. I comuni in questo settore non hanno competenze significative, mentre ce l’hanno le regioni, che farebbero bene a mostrarsi in grado di usarle anziché arzigogolare sull’incremento o sul raffreddamento delle autonomie. Il ministro Calderoli può agitarsi fin che vuole nella sua ricerca di promozione di autonomie differenziate, ma dovrebbe prima di tutto spiegare come si può fare in modo che il sistema sanitario funzioni meglio.

Del resto le diatribe di quest’ultima fase non hanno scaldato la partecipazione elettorale dei cittadini: né la questione delle riforme istituzionali, né le battaglie a vanvera su nuovi presunti diritti civili, né i dibattiti sul lavoro, men che meno le intemerate sull’occupazione della RAI da parte della destra, che fa più o meno quel che facevano tutti i governi della repubblica, sicché non si meraviglia nessuno. Eppure il distacco dalla partecipazione elettorale, un decadimento della qualità della classe politica, la difficoltà di coinvolgere il paese nella valutazione di un passaggio epocale reso complesso dai mutamenti delle relazioni internazionali e anche dalle emergenze ambientali, dovrebbero preoccupare. Un paese non si governa agitando bandierine ed organizzando parate di varia natura e colore, ma prendendosi carico delle sue debolezze e delle sfide che deve affrontare.

Da questo punto di vista i comuni dovrebbero ritrovare centralità, perché sono la scuola dove si forma la cittadinanza politica, si spera a prescindere dal colore del sindaco: non perché questo non abbia la sua importanza, ma perché dovrebbe essere il vaglio che aiuta a capire quanto e perché sia o non sia efficace.

Dunque c’è da sperare che le analisi su come sarà andata questa tornata elettorale non vengano fatte considerandola surrogato dell’ennesimo sondaggio, ma analizzando la qualità e la credibilità di chi ha vinto come sindaco e dei consiglieri eletti. Perché su questo si può puntare per ridare alla politica il suo vero ruolo e significato.