Ultimo Aggiornamento:
24 luglio 2021
Iscriviti al nostro Feed RSS

Etica, ecologia, responsabilità: conversazioni su l'etica dell'informazione

Francesco Provinciali * - 07.07.2021
Etica informazione

Viviamo, oggi, una babele di linguaggi, creata dalle tecnologie sempre più
sofisticate: linguaggi utili, certamente, ma inadatti all’articolazione del pensiero.
Siamo sommersi da continue informazioni, sondaggi, notizie false o manipolate.
Di fronte a tutto questo, si fa urgente l’esigenza di una corretta informazione e
dei valori etici che devono guidarla
.

 

L’abstract con cui – sul proprio sito - la casa Editrice Armando presenta il libro è davvero un incipit adeguato all’analisi socio-culturale che gli autori sviluppano con linearità e coerenza, restando fedeli ai temi che sono sottesi ad un titolo tanto connotativo quanto efficace e decisamente impegnativo, come essi stessi spiegano: “è ciò che abbiamo tentato di fare in questa lunga conversazione, convinti che solo attraverso una comunicazione che si fa dialogo e una informazione fondata, chiara e a tutti accessibile sia possibile capirci e convivere. Il tema della convivenza sostenibile tocca presente e futuro e riguarda il rapporto tra progresso e natura, i conflitti generazionali, i beni comuni, le compresenze interculturali e il loro rispetto, ma anche l’uomo al cospetto di un mondo interconnesso e digitalizzato.

L’introduzione di Giampiero Gamaleri, Ordinario di sociologia della comunicazione ed ex Consigliere di amministrazione della RAI, mette a fuoco gli ambiti e gli argomenti considerati nel testo, partendo proprio dall’incidenza delle nuove tecnologie comunicative, così come la conversazione con il sociologo Franco Ferrarotti, che fa da appendice al libro, li completa con sapienti richiami all’etica weberiana, alla distinzione tra comunicazione, informazione e sua deformazione, globalizzazione fagocitante e difficile sopravvivenza dell’io e del noi nelle relazioni umane, alla confusione non sempre ingenua o casuale tra reale e virtuale, attinti dai tre capitoli di cui si compone il saggio di Mastrofini e Angeloni, impostato in forma colloquiale, con domande problematizzanti e risposte aperte, che evitano in modo lungimirante posizioni preconcette e dogmatiche.

Possiamo affermare che ci troviamo di fronte ad un testo che considera le evidenze pulsanti di questa epoca ricca di opportunità ma spesso prigioniera di molte, latenti o palesi contraddizioni , come le fake news, la distorsione dei flussi comunicativi, i condizionamenti che forgiano le opinioni, in un contesto sempre più vasto dove la verità è plurale e sfuggente, soggettiva o conculcata, predeterminata sotto forma di luoghi comuni messi in circolazione, come in un gioco semiserio di simulazione e dissimulazione, di punti di vista alternativi, sovrapponibili, manipolabili o intercambiabili.

Al punto che diventa quasi terapeutica e necessaria la ricerca del silenzio, come luogo di riflessione e di ripensamenti, di uso del pensiero critico e di vaglio delle responsabilità connesse all’uso e all’abuso delle parole.

In questa sontuosa e autorevole cornice si racchiude e si inquadra il lavoro degli autori, un giornalista che risponde ad un insegnante, denso di significanti e di significati, impostato con raro rigore metodologico ed epistemologico, sotto la forma colloquiale di una “conversazione”, con quesiti che sollecitano risposte aperte e foriere di ulteriorità e di esplicitazioni, come in una sorta di fermo immagine sequenziale rispetto ad alcuni, importanti interrogativi del presente ai quali non ci si può sottrarre.

In un libro che si occupa di comunicazione, informazione, relazioni interpersonali, anche considerando la preponderante dimensione tecnologica e l’avvento delle logiche computazionali proprie della dilagante digitalizzazione, l’esordio non può non riguardare la parola, in tutta la sua ricchezza semantica e simbolica.

Si parte dal linguaggio come forma alta di interlocuzione e si scopre la differenza che distingue l’informazione – settoriale, specifica, on-demand, individuale – dalla comunicazione, come fenomeno massivo, allargato, ecumenico, planetario.

Ma – per seguire l’ispirazione tematica del libro senza duplicarla - si potrebbero invertire i significati attribuiti ove si considerasse l’informazione un dovere puntuale di dare risposte adeguate e circostanziate, responsabilizzanti rispetto ai comportamenti da assumere e si pensasse alla comunicazione nella sua accezione generalista, indefinita, globalizzante, tambureggiante, persino ansiogena. Si pensi alla politica e alle istituzioni rappresentative della democrazia e si rifletta sulle responsabilità connesse all’esercizio del potere legittimo: il richiamo costante del libro è all’etica che sottende l’esercizio della responsabilità.

Si potrebbe aggiungere – in tema informativo, comunicativo e finanche educativo – quanto sia importante sommare la solidità rassicurante della ‘competenza’: non c’è etica della responsabilità senza possesso di una adeguata competenza, l’interconnessione tra i due requisiti è di tutta evidenza, basta capacitarsi di ciò che accade intorno a noi.

Particolarmente interessante in questo capitolo il riferimento agli studi di Herbert Paul Grice sulle teorie di una comunicazione ‘ecologica’ interpersonale, che faciliti la comprensione di significato e significante, assai utile se declinata nei linguaggi propri dei social e dei media.

Nel secondo e nel terzo capitolo si prende in considerazione rispettivamente la verità/falsità delle notizie e l’aspetto etico nel vasto territorio della comunicazione, con particolare approfondimento sui doveri del ‘professionista dell’informazione’: decisamente importante la puntualizzazione d’esordio in ordine all’etica della responsabilità e all’etica della convinzione, con il riferimento quasi obbligato a Max Weber.

Nel contesto della conversazione su questa ampia tematica è decisamente significativo il passaggio che pertiene la libertà di stampa, i doveri deontologici nell’esercizio della professione del giornalista, la qualità dell’informazione e la scelta di “dire sempre ciò che a noi appare essere la verità”, espungendo la menzogna dalla notizia e immaginando una relazione comunicativa che tenga conto dei livelli di emotività suscitati nei lettori. Insomma, usando le parole del libro…”L’etica nella comunicazione è fatta di scelte ideali e scelte quotidiane”.

Questa parte del testo è una vera e propria disamina dei doveri del professionista dell’informazione, decisamente opportuna se consideriamo che molto spesso l’etica che la sottende viene elusa e superata da interessi di tipo commerciale (vendere più copie di un giornale, guidare i sondaggi, catturare, distorcere o manipolare la notizia e farlo per primi, sforare i limiti di una comunicazione completa, vera ma recepibile dai lettori): e qui mi piace ricordare che già ne parlava Ennio Flaiano quando definiva i giornalisti come “i cuochi della realtà”.

L’etica, il senso del dovere, la consapevolezza del peso e dell’orientamento di opinione che una informazione mal gestita potrebbe suscitare è una preoccupazione costante, alta e nobile, sempre presente nella trama del libro, ora come focus dell’argomentare ora come preoccupazione morale sottotraccia che tuttavia affiora, imponendosi, tra diritti e doveri, privacy e trasparenza, codici espressivi e linguistici adeguati, nell’ottica di una informazione definita ‘ecologica’ .

Si tratta di una ecologia olistica che riguarda tutti gli aspetti del vivere in una dimensione planetaria: gli autori la definiscono infatti ‘Bioetica dell’Informazione e della Comunicazione Globale’.

Inevitabile e conseguenziale è il passaggio che considera la crisi pandemiche e le sue conseguenze: per la vita, l’economia, l’equilibrio emotivo e mentale. Certamente gli autori hanno letto David Quammen e il suo Spillover e sono consapevoli di quanto non fossimo preparati ad uno tsunami planetario di questa portata, da cui emerge la debolezza dell’uomo, la forza reattiva della natura che stiamo consumando in nome di un progresso sul quale dovremmo interrogarci più spesso.

L’ubriacatura tecnologia e la distruzione ecosistemica del pianeta impongono una pausa di riflessione.

Non c’è comunicazione autentica, non ci sono relazioni interpersonali gratificanti se non si persegue un equilibrio tra sé e gli altri, non si coltiva l’armonia della natura come mater magistra dei nostri comportamenti, a volte dissennati. E la chiusa del libro chiama sul proscenio del mondo i valori del Cristianesimo e gli insegnamenti della Chiesa Cattolica: molto bello e opportuno il richiamo all’enciclica ‘Laudato sì’, per dire che la strada è indicata, anche partendo dall’uso delle parole che dobbiamo scegliere e usare per scoprire che comunicazione vuol dire reciprocità, per condividere ed apprezzare il dono incommensurabile della vita.

 

 

 

 

* Già dirigente ispettivo MIUR