Ultimo Aggiornamento:
18 settembre 2021
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Elezioni USA 2016: perché Hillary Clinton teme più il terrorismo che i Repubblicani

Francesco Maltoni * - 17.12.2015
Hillary Clinton

Sembra rimasto solo un rivale tra Hillary Clinton e il suo ritorno alla Casa Bianca, stavolta nelle vesti di presidente. Quel nemico, guarda un po', si chiama Isis. L'improvviso balzo in vetta all'agenda internazionale dell'allarme terrorismo, a poche settimane dall'inizio delle primarie in Usa, è l'unico pericolo attualmente in grado di spodestare l'ex first lady da una vittoria fin troppo annunciata.

 

Con i Repubblicani sempre alla ricerca, ancora prima di un candidato, di un'identità, il campo per la candidata in pectore del Partito Democratico sembra sgombro di contendenti all'altezza. Anche se mancano molti mesi all'election day, solo l'imprevedibile escalation a cui stiamo assistendo in queste settimane potrebbe rimettere in discussione la corsa alla presidenza di Washington. Mai come in questo periodo è parso evidente che il tallone d'Achille dell'amministrazione uscente sia proprio la politica estera, con la signora Clinton a guidarla in prima persona durante il quadriennio iniziale di mandato. Se, negli auspici, Obama, ormai giunto al capolinea, lasciava immaginare un cambio radicale di strategia sullo scacchiere internazionale dopo otto anni di lotta al terrore sotto l'insegna dei Bush, in realtà pace e la sicurezza, dal 2008, anno di insediamento, a oggi sembrano molto più in pericolo.

 

Nella cartina mondiale, le situazioni esplose in rivolte, sedate nel sangue o non ancora concluse, sono molteplici e di elevata gravità, con l'area del confine euroasiatico e del nord Africa a provocare le maggiori vibrazioni telluriche. Durante gli otto anni di Obama, il rovesciamento di dittatori o presidenti apparsi eterni, come Gheddafi in Libia, o Mubarak in Egitto, non ha provocato che maggiore instabilità nel Mediterraneo, aumentando a dismisura le ondate di profughi verso Italia e Unione Europea o lasciando i Paesi nel caos o nell'incertezza governativa. Ecco perché il fallimento delle cosiddette “primavere arabe” vede tra i principali artefici proprio l'America di Obama e Hillary Clinton, oltre alla Francia di Sarkozy prima e di Hollande poi. La mancanza di una leadership internazionale in grado di coordinare interventi e guidare attuale la ricostruzione dopo l'abbattimento dei regimi ha contribuito in maniera determinante a creare nuovo terreno fertile per il fondamentalismo. Da queste basi è nato l'inferno della Siria, con il coinvolgimento ambiguo delle forze militari occidentali, l'assenza di un fronte comune, le spaccature ancora oggi profonde pro o contro il presidente Assad e l'incertezza di fondo sulla via di uscita da una crisi umanitaria senza precedenti. In questo scenario, non è un caso che un leader assai discutibile come Vladimir Putin finisca per sembrare un gigante in fatto di diplomazia, mentre i comprimari di là dall'Oceano faticano a trovare un terreno su cui imbastire una controffensiva.

 

Se è vero che il terrorismo internazionale mai come oggi è apparso forte, armato e capace di sfruttare le più moderne tecnologie in fatto di comunicazione, lo si deve, in parte, anche alla miopia degli Stati Uniti, più concentrati negli ultimi anni a risolvere la crisi economica interna – da non dimenticare, iniziata con il salvataggio dei banchieri di Wall Street e chiusa brillantemente, questa sì, con gli indicatori in crescita di Pil e occupazione degli ultimi anni – ma quantomai impacciata sul fronte internazionale, proprio nel campo in cui Obama prometteva, se non una rivoluzione, quantomeno un radicale cambio di prospettiva. L'unico sussulto, che potrebbe generare benefici nel lungo periodo, è il negoziato con l'Iran, finalmente uscito dalle sabbie mobili con gli accordi di Losanna, e indirizzato verso un'alleanza tutta da definire tra il regime sciita e Washington. Ma ancora è troppo presto per vederne i frutti, mentre il mondo, la tensione crescente tra Turchia e Russia lo dimostra, è in emergenza.

 

È per questo che Hillary Clinton, prima ancora dell'anziano Bernie Sanders – rivale democratico per la nomination – o degli avversari repubblicani, teme l'avanzata del terrorismo in vetta ai timori del popolo americano, eventualità molto probabile ora che il quadro economico sembra finalmente risanato. Non soltanto per i fallimenti della politica estera di Obama, ma soprattutto per esserne stato uno dei principali artefici per quattro degli otto anni di presidenza: gli avversari, smarriti e mai così in difficoltà sul fronte interno, punteranno tutte le chance di riprendersi la Casa Bianca sugli errori degli ultimi anni in chiave Isis e affini, ribaltando la prospettiva classica secondo cui i Repubblicani siano il partito più attento alle tasche dei cittadini, mentre i Democratici sarebbero sensibili alle questioni esterne. Nel timore di un nuovo 11 settembre, gli americani nel 2016 andranno al voto stringendosi attorno al nuovo Comandante in capo: Hillary Clinton dovrà convincerli che, da qui al 2020, le mani migliori per ridare agli Stati Uniti il ruolo di Paese guida sulle controversie internazionali sono proprio le sue.

 

 

 

 

* Classe 1984, giornalista professionista, sociologo, dottore magistrale in “Mass-media e politica”. Ha svolto esperienze in Rai (sede di New York) e Sky.