Ultimo Aggiornamento:
21 novembre 2020
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Dove muoiono le tigri: corruzione e potere nella Cina di Xi Jinping

Aurelio Insisa * - 24.01.2015
Anniversario comunista cinese

Durante i dieci anni a capo del Partito-Stato cinese tra il 2002 ed il 2012, l’amministrazione centrale dell’ex leader Hu Jintao concentrò gli sforzi nella lotta anti-corruzione su coloro che l’attuale Presidente Xi Jinping ha definito come “le mosche”, i corrotti funzionari a livello locale che hanno illegalmente prosperato a partire dall’inizio delle riforme di Deng Xiaoping nel 1979. Il nuovo leader Xi Jinping ha tuttavia promesso sin dall’inizio del suo mandato circa due anni fa di estendere per la prima volta la lotta alla corruzione anche alle “tigri”, quelle figure di primo piano nel sistema politico cinese ritenute intoccabili durante gli anni di Hu Jintao.

Dopo la condanna delle prime vittime eccellenti Bo Xilai e Zhou Yongkang (rispettivamente ex capo del Partito a Chongqing, ed ex-membro del Comitato Permanente del Politburo – il politico cinese di più alto rango ad essere arrestato dai tempi della Banda dei Quattro), la morsa della lotta alla corruzione negli ultimi mesi si è progressivamente stretta attorno ad una serie di figure chiave della politica cinese negli anni di Hu Jintao,facendo in particolare due vittime eccellenti: Ling Jinhua e Ma Jian. Ling è stato il principale aiutante dell’ex leader, precedentemente a capo del potente Ufficio Generale, mentre Ma, è stato fino al recente arresto il vice-ministro della sicurezza nazionale e una delle figure chiave dell’intelligence cinese. Come ulteriore prova del nuovo clima nella politica cinese, negli ultimi mesi si è assistito alla scomparsa dello stesso Hu Jintao dagli organi di informazione cinesi, sempre più impegnati a tessere le lodi di Xi dada (“Papà Xi”) in una campagna di personalizzazione della politica dai toni sempre più sinistramente maoisti mentre sono tornate da Pechino nuove indiscrezioni - impossibili da verificare - dell’imminente arresto di un altro ex membro del Comitato Permanente, Zeng Qinghong.

Alla luce di ciò, la caccia alle tigri di Xi Jinping comincia a assumere contorni ben più complessi ed inquietanti di una “semplice” lotta alla corruzione. D’altronde come si può stabilire chi è corrotto e chi no in un regime monopartitico, in cui lo “stato di diritto” è solo materiale per forbite discussioni accademiche, e non esiste alcuna la distinzione tra classe politica e elites economiche? Se perfino Zhou Yongkang e Bo Xilai sono stati arrestati, cosa impedisce in futuro la caduta di personaggi quali l’ex Primo Ministro Wen Jiabao, la cui famiglia controllerebbe, secondo le cifre del New York Times, un patrimonio stimato sui 2,7 miliardi di US$? Dove finisce quindi la lotta alla corruzione e inizia invece una brutale lotta interna per il potere?

 

Xi Jinping: un “uomo di Partito”

 

La risposta più immediata a questa domanda sarebbe nel grado di “fedeltà” espresso nei confronti del nuovo leader Xi Jinping. Xi d'altronde appare sempre più saldamente al controllo del paese tramite la conduzione di ristretti ed informali comitati decisionali, paralleli alle istituzioni ufficiali spesso esautorate da qualunque attività policy-making. Eppure, per quanto invitante, una tale risposta non fa che porre nuove questioni. Xi è ben lungi dall’essere un self-made man della politica, una sorta di Vladimir Putin cinese. La sua ascesa al potere è stata infatti il risultato di un lungo negoziato tra le diverse fazioni del Partito risalente addirittura al 2007. E per quale motivo il Partito o, per meglio dire la ristretta elite alla sua testa, avrebbe “offerto” a Xi un tale potere di vita e morte (politica) su di essi, senza prevedere prima e accennare poi ad una reazione?

Il quadro tratto da una serie di interviste condotte a Hong Kong con svariati giornalisti e accademici negli ultimi due mesi si presenta oltremodo complicato. Numerose analisi su Xi si sono concentrate giustamente negli anni precedenti alla sua co-optazione alla guida del Partito. Molto si è già scritto sul suo passato e su quello del padre Xi Zhongxun (figura di primo piano della Rivoluzione del ’49), e sulle sofferenze patite da entrambi durante la Rivoluzione Culturale. Una minore attenzione si è però data agli inizi della carriera politica di Xi Jinping, nel Fujian e nel Zhejiang, passati senza particolari eventi di rilievo. Tuttavia, chi ha avuto modo di studiare i discorsi pubblici, gli articoli e perfino la tesi di dottorato di Xi, parla di un uomo che nelle sue esternazioni si è sempre contraddistinto, perfino per i consueti standard leninisti del Partito, per la profonda lealtà verso questa istituzione e per la assoluta fiducia nella sua missione storica di “salvatore” della nazione cinese.

È in questa descrizione di Xi come un uomo “di Partito”, con una storia personale inestricabilmente connessa con questa istituzione, che probabilmente bisogna cercare le motivazioni non solo della sua inaspettata e rapida co-optazione al potere, ma anche degli ampi margini a lui concessi nella conduzione del suo ruolo di leader, in quella che è forse la fase più delicata nella storia della Repubblica Popolare quando il ciclo delle riforme denghiste ormai volge al termine insieme al contesto economico ed al patto sociale ad esso legato.

Se come scritto in un precedente articolo per Mente Politica sulla campagna della “linea di massa” condotta lo scorso anno, è dall'esito della lotte alle “mosche” che si potrà intuire la capacità del Partito-Stato cinese di riformarsi (e sopravvivere) è tuttavia dall’esito della lotta alle “tigri” che, implicitamente, verranno evidenziati i limiti del potere di Xi Jinping. In altre parole, in un contesto politico e giuridico in cui praticamente chiunque può essere retroattivamente accusato di “corruzione”, un confronto tra la lista dei “colpevoli” e quella degli “innocenti” probabilmente rivelerà “in controluce” chi ha permesso a Xi Jinping - e soprattutto a quale costo - di diventare, come recentemente affermato pure da Barack Obama, “il più potente leader cinese dai tempi di Mao”.

 

 

 

 

* Dottorando presso il Dipartimento di Storia della University of Hong Kong