Ultimo Aggiornamento:
19 giugno 2024
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Donna, vita, libertà ed esilio per Hamas

Andrea Frangioni * - 02.12.2023
Attacchi aerei

“Lo storico ha il diritto di domandarsi se uno dei motivi – siamo lontani dal dire il motivo principale – che convinse l’aristocrazia militare tedesca, nel luglio 1914, a correre il rischio di una guerra europea, non sia stato il crescente disagio verso il partito socialdemocratico e la convinzione che bisognasse tenergli testa, affermandosi ancora una volta come il partito della guerra e della vittoria”. Così si espresse Élie Halévy nelle Rhodes lectures del 1929 dedicate a The World Crisis 1914-1918. An interpretation.

È un ragionamento che mi è tornato in mente di fronte alla tragedia seguita al pogrom di Hamas in Israele del 7 ottobre. Hamas non avrebbe la forza che ha senza il sostegno, finanziario e militare, dell’Iran nonostante il primo sia un movimento sunnita e il secondo una potenza sciita. Ed è secondo me probabile che qualcuno a Teheran stia facendo lo stesso ragionamento dei generali tedeschi descritto da Halévy: recuperare con un’iniziativa bellica la coesione interna minacciata dall’imponente movimento di protesta contro il regime che va avanti da oltre un anno. Gli “esperti” dicono che si tratta di uno scenario ancora lontano e che per ora i vertici iraniani sarebbero piuttosto spaventati da una deflagrazione complessiva. Ma per quanto durerà?

Da ciò derivano due indicazioni su come affrontare la crisi.

In primo luogo, fare il possibile per aiutare il movimento rivoluzionario donna, vita, libertà in Iran; un’idea: un embargo su tutte le tecnologie che possono essere utilizzate per la sorveglianza digitale, ultima frontiera della repressione (si pensi al riconoscimento facciale).

In secondo luogo: Israele ha il diritto di rispondere militarmente alla tremenda aggressione subita dalla sua popolazione (ricordiamo: 1400 tra militari e civili inermi, bambini e anziani compresi, uccisi, sgozzati, bruciati vivi nelle loro case, donne stuprate, circa 250 ostaggi, anche in questo caso con bambini e anziani, portati a Gaza). É legittimo che Israele si ponga l’obiettivo di far cessare il governo di Hamas nella Striscia. Non ci può essere nessuna equivalenza morale tra l’azione di Hamas e la reazione israeliana; Israele non sta commettendo alcun genocidio (ricordiamo: genocidio significa decisione deliberata di eliminare fisicamente un popolo) mentre Hamas ha sicuramente commesso nell’azione del 7 ottobre crimini contro l’umanità. Qual è però la strategia? Non sarà possibile per Israele eliminare il governo di Hamas a Gaza con un’azione solo militare come quella svolta finora perché non si tratta di un’azione sostenibile a lungo per una democrazia come quella israeliana (e la forza della democrazia israeliana è stata dimostrata in questi mesi dalle imponenti manifestazioni di protesta contro la riforma della giustizia del governo Netanyahu). La striscia di Gaza è troppo densamente popolata e l’azione militare, pur non colpendo deliberatamente obiettivi civili e nonostante i corridoi umanitari lasciati aperti dalle forze armate israeliane, sta provocando troppe vittime civili (circa 13.000 al 27 novembre, secondo la stima riportata da un giornalista attento come Giordano Stabile). È vero: Hamas si fa scudo della popolazione civile, nasconde le sue armi e i suoi leader vicino agli ospedali e alle scuole ma cercare di colpire depositi di armi e leader di Hamas nonostante questo non è etico. Risulta in particolare in contrasto con i necessari principi di precauzione e di minimizzazione delle vittime civili la intensa campagna di bombardamenti aerei e missilistici effettuata: con numeri così alti di bombe lanciate è difficile – lo ha notato l’esperto militare francese Michel Goya su “Le Grand Continent” -  che siano state adottate tutte le precauzioni necessarie per evitare vittime civili. Non solo: comportarsi in questo modo significa cadere in una trappola e fornire prima o poi all’Iran il pretesto per un attacco.

 Mandare via Hamas con le sole forze militari richiederà insomma troppo tempo e troppo sangue e non è pensabile una nuova occupazione israeliana di Gaza, durante la quale agevolmente Hamas potrebbe tornare a radicarsi. C’è chi scrive che con ragionamenti del genere le democrazie si condannano a combattere contro i loro nemici con il braccio legato dietro la schiena e sono destinate alla sconfitta. Non è vero. Un’alternativa ci potrebbe essere: mentre prosegue una ragionevole pressione militare, più basata su mirati blitz di terra che su forti bombardamenti dal cielo, si potrebbe provare ad innestare sul negoziato per la liberazione degli ostaggi, che sta dando, con fatica, i suoi primi risultati, un altro negoziato.

Nel 2003, nelle settimane precedenti alla seconda guerra del Golfo, Marco Pannella e i radicali lanciarono l’iniziativa “esilio per Saddam”. Convincere Saddam Hussein ad andare in esilio ed affidare l’Iraq ad un’amministrazione ONU. All’epoca, come molti, pensai: “bella idea, peccato che Saddam non sia d’accordo”. Oggi credo che se quella strada fosse stata perseguita con più decisione e avesse avuto successo, si sarebbe evitata una guerra propagandata in modo sbagliato (le false prove sulle armi di distruzione di massa di Saddam) e un’occupazione dell’Iraq con troppe vittime innocenti, che hanno provocato discredito per gli Stati Uniti, per l’Occidente e per la causa della promozione della democrazia nel mondo.

Così adesso credo che, come tutti i fanatici, i leader di Hamas abbiano anche “roba” ed interessi da difendere e qualcuno potrebbe mediare la soluzione dell’esilio, con consegna della Striscia a un’amministrazione internazionale in attesa che si insedi anche in Cisgiordania uno Stato palestinese. Gli Stati Uniti, che con Biden e Blinken si stanno comportando saggiamente, potrebbero sposare questa linea e le potenze sunnite che contendono all’Iran il patrocinio su Hamas, come il Qatar o la Turchia di Erdogan, potrebbero dare una mano.

É il tempo, insomma, di “idealisti concreti” che pensino anche ad un compromesso accettabile per far finalmente cessare il conflitto israelo-palestinese. Ma di questo ad un prossimo articolo.





* Storico, dirige per la casa editrice Rubbettino la collana “L’Isola di Jura – Storie di dissidenti”