Ultimo Aggiornamento:
23 ottobre 2019
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Crisi della democrazia e pseudoriforme

Mauro Volpi * - 26.01.2016
Firma Costituzione italiana dicembre 1947

La democrazia italiana è in crisi. È in crisi la rappresentanza. Il Parlamento è composto da nominati scelti dall’alto con il sistema delle liste bloccate e spesso propensi al trasformismo (più di duecento parlamentari hanno cambiato casacca). Il bicameralismo perfetto è un problema da superare, ma non vanno sottovalutati l’inadeguatezza dei regolamenti interni, che, come si è visto nell’iter parlamentare delle riforme, pone nelle mani della maggioranza il potere di comprimere il dibattito parlamentare, e l’inesistenza di uno statuto della opposizione. Infine la funzione legislativa è passata nelle mani del Governo, che fa un ricorso massiccio a decreti legislativi, decreti legge, maxiemendamenti e questione di fiducia.

È in crisi la partecipazione democratica. I partiti politici sono sempre più privi di idealità e ridotti a comitati elettorali utilizzati per lanciare un leader sul “mercato” della politica. I loro programmi si assomigliano, specialmente sul terreno economico-sociale. Ciò determina il distacco di un numero crescente di cittadini, come dimostra l’aumento costante dell’astensionismo elettorale. Gli altri istituti di partecipazione non godono buona salute, come dimostra l’invalidazione per mancato raggiungimento del quorum dei referendum abrogativi svolti fra il 1997 e il 2009, e, anche quando sono validi e vince il Si alla abrogazione, come nel 2011, si trova il modo di non rispettare la volontà popolare (vedi le privatizzazioni del servizio idrico).

La democrazia è sempre più stretta fra due estremi: la tecnocrazia da un lato, che fa dipendere le scelte politiche non dalla volontà liberamente espressa dai cittadini, ma dalle esigenze dei mercati e dalle politiche neoliberiste e di austerità imposte dalla UE; il populismo dall’altro, fondato sul rapporto diretto fra i leader politici e il “popolo” che scavalca gli organismi intermedi ed è insofferente ai limiti costituzionali e ai controlli.

Le riforme danno una risposta positiva alle esigenze che la crisi della democrazia pone? La risposta è negativa per metodo e contenuti. Quanto al metodo, fin dall’inizio si è appropriato delle riforme il Governo, che le ha considerate elementi di attuazione del suo programma politico, fino a ricorrere alla questione di fiducia per ottenere l’approvazione della legge elettorale. Al contrario la riforma della Costituzione, che è la casa comune dei cittadini, ma anche leggi di rilievo costituzionale, come quella elettorale, spettano al Parlamento, richiedono il più ampio confronto e ampie maggioranze e devono ammettere i voti in dissenso senza disciplina di partito. Inoltre il Presidente del Consiglio sta facendo un uso indebito e plebiscitario del futuro referendum. Indebito in quanto distorce la natura del referendum, spacciando per strumento della maggioranza un istituto, collocato non a caso fra le “garanzie costituzionali”, al quale possono fare ricorso quanti si oppongono alla legge approvata con una maggioranza inferiore ai due terzi dei componenti (un quinto dei membri di una Camera, 500.000 elettori, cinque Consigli regionali). Ma anche plebiscitario, in quanto propagandato come un voto di fiducia al Governo e alla persona del suo leader.

Quanto ai contenuti, la legge elettorale già in vigore, il cd. Italicum, nell’attribuire almeno il 54% dei seggi alla Camera dei deputati ad un solo partito che raggiunga al primo turno il 40% dei voti (il che è altamente improbabile) o risulti primo fra le sole due liste ammesse al secondo turno, consente ad un partito che rappresenti una minoranza anche esigua del corpo elettorale di controllare la maggioranza più che assoluta della Camera e al suo leader di imporre la propria volontà, mortificando i principi di rappresentatività e di eguaglianza del voto. Inoltre il sistema dei capilista bloccati in cento collegi elettorali, che produrrebbe una Camera costituita per circa due terzi da persone non scelte dagli elettori, viola il principio della libertà del voto Tutti principi posti a fondamento della sent. n. 1 del 2014, con la quale la Corte costituzionale ha annullato premi di maggioranza e liste bloccate del Porcellum. La legge costituzionale trasforma il Senato in una Camera rifugio di Consiglieri regionali e di Sindaci (95 su 100), che cumuleranno le due cariche e saranno eletti dai Consigli regionali, anche se sulla base delle “scelte” compiute dagli elettori in base ad una futura legge. Insomma il Senato diventa l’espressione della “casta” politica regionale e locale, non è eletto direttamente dai cittadini, esercita poteri per un verso eccessivi in quanto non elettivo (come quello di approvare le leggi costituzionali) per un altro sempre superabili dalla maggioranza monopartitica della Camera. In più sono previsti svariati procedimenti legislativi a seconda delle materie sulle quali il Senato potrà intervenire: altro che semplificazione! L’incidenza del Senato numericamente ridotto sulla elezione di organi di garanzia (come il Presidente della Repubblica) sarà minima e sarà decisiva la scelta della maggioranza monopartitica della Camera (i cui componenti restano 630, nell’evidente interesse di leader che vogliono soddisfare un’ampia clientela di aspiranti deputati). Il Governo acquisisce il potere di imporre l’approvazione di una legge entro 70 giorni, prorogabili al massimo di 15, senza rinunciare alla possibilità di porre la questione di fiducia sul testo finale. I poteri legislativi delle Regioni sono ridimensionati, così com’è stata ridotta la loro capacità finanziaria negli anni scorsi. Infine si prevede un aumento delle firme per le leggi di iniziativa popolare e per il referendum abrogativo, mentre il referendum propositivo (e anche le garanzie delle opposizioni), sono rinviati a future previsioni normative e quindi alla volontà della maggioranza.

Le due riforme determineranno il cambiamento surrettizio della forma di governo parlamentare, fondata sulla derivazione del Governo dal Parlamento e sul potere dell’organo rappresentativo di sfiduciare un governo che ha perduto il consenso della maggioranza, trasformandola in iperpresidenziale, in quanto priva dei contrappesi che caratterizzano quella presidenziale degli Stati Uniti. In definitiva il referendum sarà un confronto fra conservatori e innovatori. Ma i conservatori sono quanti sostengono pseudoriforme che deprimerebbero il ruolo della rappresentanza e della partecipazione popolare e danno una risposta di tipo oligarchico e verticistico alla crisi della democrazia. L’innovazione sta invece nelle mani di chi vuole respingerle per aviare a superamento la crisi della democrazia, rendendola più forte e più partecipata.

 

 

 

 

* Professore ordinario di Diritto pubblico comparato, insegna Diritto costituzionale presso il Dipartimento di Giurisprudenza della Università degli Studi di Perugia. E' stato Preside della Facoltà di Giurisprudenza dal 2001 al 2006 e membro non togato del Consiglio Superiore della Magistratura dal 2006 al 2010.