Ultimo Aggiornamento:
24 luglio 2021
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Conte e il partito plebiscitario

Paolo Pombeni - 30.06.2021
Conferenza stampa Conte

Tutta l’attenzione è stata calamitata a capire se Conte chiudeva la porta in faccia a Grillo e se questi avrebbe reagito scaricando colui che aveva nominato motu proprio capo politico in pectore. Il corollario era ovviamente vedere come avrebbero reagito non i Cinque Stelle in generale, quei militanti di cui tutti parlano, ma che non hanno voce a meno che non gli si dia la possibilità di fare clic su qualche domanda posta dalla piattaforma, bensì il gruppo dirigente che è stato al centro della scena durante questa legislatura.

Nell’immediato i suoi membri hanno detto, per citare Toninelli, che Grillo e Conte sono una coppia fantastica e tale vogliono che rimanga. La ragione banale è che questo garantisce più di ogni cosa un futuro. Il gruppo dirigente spinge per un accordo fra i due “capi” e non si sa ancora se sarà possibile, sebbene Conte, al contrario di quel che scrive qualcuno che guarda troppo alla “recita”, non abbia spinto per una rottura. Non gli conviene, perché un partito suo difficilmente potrebbe mantenere un consenso paragonabile a quello che attualmente viene attribuito a M5S, ma non conviene neppure a Grillo, a meno che non sia preso dall’illusione di poter distruggere e ricostruire il suo movimento ripetendo la storia. Ma i tempi sono cambiati e probabilmente se ne è reso conto.

Sarà meglio invece dedicare qualche attenzione al modello di partito che Conte ha proposto nella sua conferenza stampa di lunedì 27 giugno. Per la prima volta abbiamo avuto qualche anticipazione su ciò che dovrebbe contenere lo statuto che ha elaborato e che ha promesso di dare a Grillo e Crimi perché lo rendano pubblico e su quel testo gli iscritti si esprimano.

Assistiamo ad una evoluzione del “partito personale” che si trasforma in partito “plebiscitario”. I partiti personali sono quelli che hanno un fondatore/inventore e che non esistono senza di lui. Il prototipo è Berlusconi, che è l’unico ad avere avuto successo in Italia. In Francia abbiamo avuto i casi di De Gaulle, che però è stato il solo a riuscire a far vivere il suo partito oltre sé stesso, ed ora di Macron. In piccolo possiamo ricordare il Renzi di Italia Viva o il Calenda di Azione. In questo senso i Cinque Stelle sono il partito personale di Grillo, che l’ha inventato, ma che non lo ha mai veramente diretto, perché è un comiziante e non un uomo politico.

Conte non ha inventato nulla, è stato semplicemente chiamato a fare il mediatore fra Lega e Cinque Stelle occupando la posizione chiave di presidente del Consiglio. Da lì poi si è allargato per una serie di circostanze fortunate, ma non può attribuirsi il ruolo di pilastro portante dei Cinque Stelle, a cui non è neppure iscritto. Non gli conveniva farlo e anche ora ha detto che lo farà solo se lo eleggono, a grande maggioranza, capo politico altrimenti continuerà a fare politica, ma da semplice cittadino, non da militante del movimento (ipse dixit).

Nonostante questo ha disegnato un partito di tipo “plebiscitario”. Cosa vogliamo dire? È una categoria che già a suo tempo aveva individuato Max Weber e che in sostanza spiega quei sistemi di comando in cui tutto viene dall’alto e al popolo, o ai militanti, mettetela come volete, viene concesso solo di accettare o rifiutare quel che viene loro proposto. Lo statuto è stato predisposto da Conte, sentendo chi voleva lui e senza passare per alcuna sede istituzionale o rappresentativa (per esempio i gruppi parlamentari). Gli iscritti intervenendo su una apposita piattaforma potranno accettarlo o respingerlo. Quando l’alternativa è così secca diventa chiaro che si può solo accettare, perché se si respinge cade tutto il palco. Conte potrà scegliersi i vicepresidenti: già il nome è curioso, perché fa supporre che allora lui sarà il presidente, mentre preferisce essere definito leader o capo politico (ma ovviamente vice-leader o vicecapo suonava male).

Però ci sarà un Consiglio Nazionale o qualcosa del genere. Anche questo è tipico di tutti i partiti totalitari: il capo deve essere circondato dai suoi “cardinali”, che però non hanno potere né di eleggerlo né di detronizzarlo. Questo potere in teoria potrebbe averlo il Garante che, se ravvisa tradimento degli ideali, può chiedere che sia sottoposto al giudizio di un voto degli iscritti. Una facoltà scivolosa, perché in astratto sembra dare molto potere al Garante Grillo, in pratica è di nuovo una di quelle armi atomiche che se le usi implicano la mutua distruzione assicurata (gli studiosi della guerra fredda per questo inventarono l’acronimo MAD che in inglese significa pazzo).

Poi, sempre nel quadro del partito plebiscitario sono previste molte valvole di sfogo per i militanti: gruppi tematici, interpelli vari sulla piattaforma e altra roba del genere. Tutto utile per dare il senso di una partecipazione che si valorizza se i vertici vogliono, altrimenti resta sospesa nell’aria.

Naturalmente saranno da vedere i dettagli, se realmente il testo del progetto di statuto sarà pubblicato, ma la natura “plebiscitaria” del modello che ha in mente Conte ci pare indubbia visto quel che ha detto nella sua conferenza stampa. Del resto è solo una razionalizzazione di quanto aveva realizzato Grillo, senza avere la lucidità di organizzarlo. A favore dell’ex premier gioca l’offerta che lui solo può fare di garantire il futuro del gruppo dirigente attuale: al prezzo di incoronarlo leader plebiscitario ha già predisposto sedie e stuoini per tutti loro. Una parte li metterà al governo o nelle istituzioni, una parte li sistemerà nelle vicepresidenze e nel Consiglio Nazionale, poi ci saranno anche altre opportunità minori. Così potrà contenere il numero di eccezioni per il terzo mandato senza lasciare troppi disoccupati.

Vedremo come reagirà Grillo, a cui però non restano alternative se non quella di rovesciare il tavolo. Manovra rischiosa perché rischia di rimanerci sotto lui per primo.