Ultimo Aggiornamento:
18 ottobre 2017
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Comunicazione politica e luoghi comuni. Le riforme e l'eccellenza

Patrizia Fariselli * - 05.01.2016
Protesta dei ricercatori

Spesso nel vocabolario dell’opinione pubblica si installano termini che pretendono di esprimere oggettività, ma che invece sono il risultato di strategie comunicative mirate a imporre significati particolari a termini apparentemente neutrali o, viceversa, ad attribuire valenza generale a termini che invece non possono che averne una specifica. Del resto, normalmente questo è il compito della comunicazione politica, basta saperlo. Ma a volte è difficile riconoscere l’artificio. Per esempio, parliamo di ‘eccellenza’ nel primo caso e di ‘riforme’ nel secondo. Partiamo da quest’ultimo.

Come viene unanimemente osservato da analisti politici di differente schieramento, il linguaggio di questo governo si caratterizza per un sistematico spostamento del centro del discorso dalla sostanza dell’oggetto alla forma dei suoi attributi. L’azione politica, pertanto, focalizza il cambiamento come passaggio necessario tra attributi alternativi: giovane vs. vecchio; veloce vs. lento; semplice vs. complesso; ottimista vs. pessimista. In questo approccio “le riforme” diventano un’entità astratta dalla specificità della loro sostanza, essendo essenzialmente giustificate da attributi innovativi nella forma. “Le riforme” diventano Il punto di riferimento del’azione politica, evocando l’alternativa tra “riforme sì” e “riforme no”, mentre il dibattito tra “quali riforme” viene bollato come sterile difesa dello statu quo, agganciato ad attributi non innovativi. In questa prospettiva semantica la modifica della Costituzione o dello Statuto dei lavoratori, ad esempio, diventano atti di natura procedurale che rispondono in via prioritaria all’impellenza della rapidità. I contenuti sono subordinati agli attributi del processo di cambiamento. Trattandosi delle “riforme”, opporsi ai loro contenuti viene registrato come disfattismo. Governare diventa risolvere in fretta problemi complessi, o almeno dare l’impressione di risolverli per il fatto stesso di accelerare il processo del cambiamento. Ritorna in mente una citazione, attribuita ad Einstein, secondo la quale a problemi complessi c’è sempre una soluzione semplice, quella sbagliata. In definitiva però, questo metodo “del fare” rispetto a quello “del discutere” è molto rassicurante per chi preferisce delegare la propria quota di partecipazione politica a leader che interpretano la loro responsabilità verso la polis come un ruolo tecnico-manageriale.

Un altro termine ricorrente nel linguaggio dell’attuale non-dibattito è “eccellenza”. Vi si richiama nei settori più disparati, spesso associati al Made in Italy, ma soprattutto nel campo della formazione e della ricerca, che qui ci interessa particolarmente. Posto che l’eccellenza va riferita a una scala di valori dati, ignorarne la relatività induce a considerarla astrattamente come valore oggettivo separato dal contesto. Da questo punto di vista si ritiene che, poiché l’eccellenza è indubbiamente un valore positivo, sia necessario coltivarla e difenderla dalle contaminazioni della mediocrità. Tradotto in azioni di policy ciò significa selezionare (finanziare) centri di eccellenza della ricerca (i cosiddetti poli internazionali di ricerca e tecnologia), isolarli dal sistema della ricerca e formazione universitaria pubblica, in nome di una supposta efficienza distributiva delle (scarse) risorse pubbliche, che sarà presumibilmente compensata da un progressivo impoverimento di quella che ci aspettiamo diventi presto “la buona Università”. Le perplessità che suscita questo disegno non derivano tanto dall’idea di poli di aggregazione di alte risorse di ricerca, né dalla loro dimensione internazionale, ma proprio dal parallelismo tra un corridoio privilegiato separato dal resto, che si basa su una presunta impermeabilità dell’”eccellenza” dal contesto generale della formazione e della ricerca, senza il quale in realtà i poli non possono alimentarsi né prosperare. Si tratta di una visione tecnocratica importata dall’Unione Europea che ha lanciato un decennio fa gli Istituti Europei di Tecnologia (che peraltro oggi non reggono alla prova della verifica scientifica e organizzativa), che in sostanza si propone di sostituire la scarsità orizzontale diffusa di risorse di alta formazione a livello nazionale con la densità verticale concentrata in poli internazionali.

Questa visione efficientista si appoggia anche su un (falso) luogo comune secondo il quale in Italia ci sono troppi laureati e l’Università è un’area di parcheggio per prossimi disoccupati. In realtà, secondo dati Eurostat, nel 2014 l’Italia, con il 23,9% dei laureati (nella fascia 30-34 anni) si conferma all’ultimo posto tra tutti i paesi UE, con una media del 37,9% di laureati nella stessa fascia di popolazione. Da una parte siamo molto distanti dal target del 40% richiesto dalla UE entro il 2020 e non progrediamo, dall’altra Istat ha calcolato che nel 2013 il 24% degli italiani trasferiti all’estero è composto da laureati (ma questi dati sono sottostimati poiché si basano sui dati AIRE), con un saldo sfavorevole all’Italia tra entrate e uscite. Per non parlare della fuga dei cosiddetti “talenti”. Secondo uno studio di qualche anno fa (iCom, 2011) il 35% dei migliori 500 ricercatori italiani abbandona il Paese, mentre nei “top 50″ la percentuale di fuga sale al 54%. Il nostro sistema di formazione universitaria contribuisce con il proprio investimento (peraltro inferiore alle necessità) al capitale umano di paesi come Regno Unito, Germania e Svizzera, paesi da cui presumibilmente importeremo ricercatori per i nostri poli di eccellenza internazionali. Sembra un corto circuito.

 

 

 

 


* Patrizia Fariselli è docente di Economia dell'innovazione presso l'Università di Bologna